Come si prepara una guerra USA

Come si sia arrivati all’attacco israelo-statunitense contro l’Iran, nel bel mezzo di trattative diplomatiche con gli Usa, mediate dall’Oman, sarà sicuramente densa materia di studio per quegli storici che vorranno vederci più chiaro.
Un contributo interessante in materia lo ha comunque fornito il quotidiano britannico The Guardian, che ha dato dettagliate notizie, confermata da tre sue fonti, sulla partecipazione a quei negoziati di un personaggio di rilievo, il consigliere per la sicurezza nazionale britannico, Jonathan Powell.

Powell è stato Consigliere nazionale per la sicurezza del governo di Tony Blair per ben dieci anni, dal 1997 al 2007: gli anni cruciali in cui si è ridefinito l’approccio angloamericano al nuovo ordine mondiale, dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Un periodo in cui abbiamo assistito alla fase finale della guerra nella ex-Jugoslavia, al processo di ampliamento ad est della Nato, alla fase più intensa del cosiddetto terrorismo islamico.
Powell ha acquistato importanza per avere portato a termine il cosiddetto Accordo del Venerdì Santo (10 aprile 1998) per risolvere la secolare, spinosa e sanguinosa questione della guerra civile in Irlanda del Nord – un risultato di tutto rispetto sul piano diplomatico.
Nel 2007 Powell è poi passato, secondo il diffuso costume delle “revolving doors“ anglosassoni, al mondo finanziario, entrando a far parte della prestigiosa banca di affari Morgan Stanley, nel bel mezzo della crisi dei subprime, addirittura come direttore generale senior a tempo pieno nella strategica divisione di investment banking, evidentemente in forza degli autorevoli contatti internazionali accumulati lavorando con Tony Blair per un decennio.
È stato poi posto a capo dell’organizzazione umanitaria InterMediate, che si occupa di conflitti armati in tutto il mondo: vedremo fra poco in quali singolari direzioni…

Nel 2014 viene poi nominato inviato speciale del Regno Unito in Libia, dal premier inglese David Cameron, proprio negli anni della disintegrazione di quel Paese, con tutte le rilevanti conseguenze sul piano geo-politico e geo-economico. Basti pensare che nel luglio 2011, poco dopo la caduta del leader libico Gheddafi, una email inviata a Jeffrey Epstein da ignoto corrispondente stimava che «circa 80 miliardi di dollari di fondi libici fossero congelati a livello internazionale, di cui circa 32,4 miliardi negli Stati Uniti. Si stima che la cifra reale, tra beni sovrani rubati e sottratti illecitamente, sia da tre a quattro volte superiore», si legge nell’e-mail, il cui estensore calcolava: «se riuscissimo a identificare/recuperare dal 5% al ​​10% di questi fondi e a ricevere dal 10% al 25% come risarcimento, staremmo parlando di miliardi di dollari». Per non parlare del programma di spendere almeno 100 miliardi di dollari l’anno prossimo per ricostruire il Paese e rilanciarne l’economia…

Non sorprende quindi che dieci anni dopo Jonathan Powell diventi, dal dicembre 2024, consigliere nazionale per la sicurezza con il governo Starmer. Tanto più che a lui si accredita poco prima un altro risultato di tutto rispetto: tra il 2023 e il 2024, infatti, Powell avrebbe contribuito a stabilire canali di comunicazione tra i servizi segreti britannici e il gruppo paramilitare siriano Hay’at Tahrir al-Sham (HTS). Questi canali sarebbero stati da lui promossi proprio nella sua qualità di capo di InterMediate, organizzazione come abbiamo visto “umanitaria”, che contava una presenza significativa in Siria durante la guerra civile: in questa veste, Powell avrebbe realizzato proficui incontri tra funzionari occidentali ed il leader di HTS, Ahmed al-Sharaa, con l’obiettivo di persuadere quest’ultimo ad abbandonare il conflitto armato per dedicarsi alla “politica tradizionale”.
Gli sforzi di Powell sono stati riconosciuti come determinanti per aprire la Siria ai funzionari occidentali dopo la caduta del regime di Assad e l’ascesa di al-Sharaa alla presidenza della Siria. Un tassello piuttosto importante per capire come si stato costruito, con la fine del regime di Assad, l’attuale nuovo assetto strategico del tormentato Paese mediorientale, ora completamente disintegrato.

Non può più sorprendere, a questo punto, la notizia fornita dal Guardian in merito al ruolo di consulente che Powell avrebbe rivestito nella cosiddetta trattativa Usa-Iran. Assai più interessante il fatto che, sempre secondo l’articolo del quotidiano, Powell ha giudicato l’offerta fatta di Teheran sul suo programma nucleare sufficientemente significativa da evitare la guerra: come tutti sappiamo, infatti, due giorni dopo la conclusione dei colloqui, e dopo che era stata concordata una data di inizio di un ulteriore ciclo di colloqui a Vienna, gli Stati Uniti e Israele hanno invece lanciato il loro attacco congiunto, motivanto come operazione preventiva contro il pericolo nucleare iraniano.
L’importanza di queste notizie non è sfuggita a Liz Saville Roberts, deputata del partito nazionalista gallese Plaid Cymru, che, durante un aggiornamento al Parlamento inglese da parte del ministro degli esteri britannico, Yvette Cooper, ha affermato: «A quanto pare, le opzioni diplomatiche erano ancora praticabili e non vi erano prove di un’imminente minaccia missilistica per l’Europa o del fatto che l’Iran si fosse dotato di un’arma nucleare», chiedendo poi al ministro degli esteri: «Ritiene quindi che a quel tempo fosse ancora possibile una via negoziale tra Iran e Stati Uniti e, se così fosse, ciò significherebbe che gli attacchi iniziali statunitensi e israeliani furono prematuri e illegali?»
Cooper a quel punto ha risposto: «Il Regno Unito ha fornito supporto ai negoziati e ai processi diplomatici relativi alle discussioni sul nucleare. Ritenevamo che fosse una pista importante e volevamo che continuasse. Questo è uno dei motivi della posizione che abbiamo assunto riguardo ai primi attacchi statunitensi».

L’ampiezza della disponibilità manifestata dagli iraniani durante il negoziato, per come è stata confermata al Guardian dai funzionari britannici, è davvero significativa. L’Iran era disponibile a rendere permanente l’auspicato accordo sul nucleare: a differenza di quello del 2015, non avrebbe quindi contemplato limiti temporali.
Aveva inoltre accettato di ridurre il grado di arricchimento dei 440 kg di proprie scorte di uranio altamente arricchito presenti all’interno del proprio territorio, impegnandosi, sotto la supervisione dell’AIEA, a non accumularne altre in futuro.
Inoltre, nella sessione conclusiva dei colloqui, l’Iran ha accettato una pausa di tre-cinque anni nel proprio programma di arricchimento dell’uranio, a fronte della quali gli Stati Uniti, nella sessione pomeridiana, dopo consultazioni con Trump, hanno chiesto invece una pausa di 10 anni: anche se in pratica l’Iran, è il caso di sottolinearlo, non ha più modo di arricchire l’uranio proprio a causa del bombardamento dei suoi impianti da parte israelo-americana nel 2025!
L’Iran aveva inoltre avanzato un’offerta che i mediatori hanno definito «una vera e propria manna dal cielo in termini economici», dando agli Stati Uniti la possibilità di partecipare ad un futuro programma di sviluppo del nucleare civile iraniano: in cambio, Teheran chiedeva che quasi l’80% delle sanzioni economiche imposte al Paese venissero revocate, comprese quelle che hanno congelato i suoi beni in Qatar.
Il mediatore dell’Oman, riteneva per parte sua che l’offerta di non accumulare scorte di uranio altamente arricchito rappresentasse una vera e propria svolta nella posizione iraniana, un segnale che un accordo era davvero a portata di mano.

A fronte di queste davvero significative aperture dell’Iran, che dimostrano la criticità della sua situazione complessiva e quindi la concreta volontà di evitare la guerra, l’atteggiamento dei negoziatori Usa risulta a dir poco singolare: Jared Kushner e Steve Witkoff infatti non avevano portato con sé nemmeno una propria squadra tecnica, avendo semplicemente invitato ai colloqui di Ginevra Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), per fornire la sua competenza tecnica, ruolo che fra l’altro non rientra certo nelle sue mansioni istituzionali.
Si può solo concludere a questo punto che Kushner e Witkoff hanno in realtà gestito una trattativa di facciata, non per giungere ad un risultato concreto, ma nell’attesa che maturassero le condizioni operative per iniziare l’offensiva militare: nelle stesse settimane del “negoziato”, infatti, nella generale indifferenza delle diplomazie occidentali, gli Usa andavano concentrando un potenziale militare in misura senza precedenti nell’area mediorientale. Una preparazione bellica in cui hanno utilizzato intensivamente anche le fondamentali basi italiane, da Aviano a Sigonella.

Il resto lo abbiamo visto

G. Colonna.

29/3/2026 https://clarissa.it/

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