L’altra faccia della maternità
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A migliaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, più di 700 madri in Europa hanno partecipato a un sondaggio sull’accesso alle cure durante la maternità, dando voce a un malessere emotivo e psicologico che colpisce circa una persona su cinque nel cosiddetto periodo perinatale. Le testimonianze raccolte riguardano un vissuto spesso caratterizzato da silenzi, isolamento e mancanza di supporto e servizi. Qualcosa di completamente diverso dalla narrazione dominante che stigmatizza il disagio facendo leva su stereotipi e mistificazioni
di Marta Abbà, Carlotta Dotto
“Mi sentivo completamente persa, come se non fossi più me stessa” racconta Laura Airoldi, una madre italiana che ha partorito a 32 anni. Aoife McAllister, dal Nord Irlanda, aggiunge: “Ero esausta, costantemente in allerta, isolata dal mondo”. Una mamma ungherese, Zsófia Szabó, ricorda: “Piangevo continuamente e cercavo disperatamente pezzi della vecchia me”. Eleni Georgiou, dalle isole greche, riassume con poche parole: “È stato un periodo buio che mi ha segnato profondamente”
A migliaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, più di 700 madri in Europa hanno partecipato a un sondaggio sull’accesso alle cure durante la maternità, dando voce a un malessere emotivo e psicologico che colpisce circa una persona su cinque nel cosiddetto periodo perinatale, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Le testimonianze raccolte raccontano un’esperienza di maternità spesso caratterizzata da silenzi, isolamento e mancanza di supporto, elementi che non sempre trovano spazio nella narrazione collettiva di questa fase della vita.
Come documentato dagli stessi dati dell’Oms, i disturbi possono manifestarsi in forme molto diverse: dai più lievi e comuni, come ansia o “baby blues”, fino a condizioni più rare e gravi, come depressione e psicosi post-partum. Il periodo perinatale – dalla gravidanza al primo anno dopo il parto – rappresenta una delle transizioni più complesse nella vita di una donna.
Un delicato passaggio
L’Oms descrive la gravidanza come un momento di transizione caratterizzato da sbalzi ormonali, cambiamenti fisici permanenti, privazione del sonno e dolore fisico. Sul piano psicologico, emergono una ridefinizione totale dell’identità della donna e la definizione di un nuovo ruolo nella famiglia, con il partner e nella società, e la pressione di nuove responsabilità, spesso accompagnate da isolamento sociale. Tuttavia, scarsa informazione, carenza di servizi specializzati, accanto a stigma e disuguaglianze di genere ancora strutturali, fanno sì che molte madri non ricevano assistenza, in Italia come nel resto d’Europa: alcuni dati sulla depressione perinatale indicano che oltre il 50% dei casi non vengono diagnosticati o trattati in tempo, con conseguenze durature sulla vita dell’intera famiglia.
“Diventare genitori è la cosa più difficile che chiunque di noi possa fare nella propria vita. È un momento in cui gli esseri umani hanno bisogno di tutto il sostegno possibile, ma la nostra società attuale semplicemente non lo fornisce” spiega Alain Gregoire, psichiatra perinatale e fondatore della Maternal Mental Health Alliance. “È scandaloso che non ci sia assistenza alla maternità sia per la salute fisica che per quella mentale” fa notare, aggiungendo che l’accesso a un’assistenza sanitaria mentale perinatale efficiente in tutta Europa rimane “molto aleatorio”. “Resta una questione di pura fortuna, ed è del tutto inaccettabile”.
Ricerche accademiche documentano come la vulnerabilità vissuta in questa fase della vita possa essere amplificata da strutture sociali squilibrate. Uno studio dell’Organizzazione internazionale del lavoro pubblicato nel 2024 conferma che le donne continuano a svolgere la maggior parte del lavoro di cura non retribuito a livello globale, subendo conseguenze negative sia nella vita personale che professionale. Inoltre, evidenzia come tale fenomeno si intensifichi drammaticamente con la nascita dei figli. Una ricerca del 2020 illustra come la divisione ineguale del lavoro domestico rappresenti un fattore di rischio significativo per la depressione post-partum.
Il rapporto 2023 sulle disuguaglianze di genere dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Organisation for Economic Co-operation and Development, OECD) mostra che in Italia le madri dedicano 5 ore e 5 minuti al giorno al lavoro di cura non retribuito, contro 1 ora e 48 minuti dei padri. Nel Regno Unito il divario è di 3 ore e 49 minuti contro 2 ore e 10 minuti, in Grecia 4 ore e 31 minuti contro 1 ora e 44 minuti.
Secondo uno studio del 2021 dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, la disuguaglianza di genere è tra i principali fattori di rischio per la cattiva salute mentale delle madri a livello globale. Il rapporto evidenzia che vivere in contesti in cui le donne sopportano un onere disuguale di responsabilità domestiche o dove hanno una limitata libertà di scelta riproduttiva le rende soggette a depressione e altri problemi di salute mentale perinatale correlati.
Attraverso un questionario diffuso in Italia, Grecia, Regno Unito e Ungheria, sono state raccolte oltre 700 risposte sui sentimenti e le necessità delle donne durante il periodo perinatale. Non si tratta di uno studio scientifico su un campione rappresentativo, ma di una raccolta di esperienze personali legate a questo periodo e ai servizi disponibili.
Regno Unito: separate dal mondo
Nel campione britannico, la percentuale delle intervistate che ammette la presenza di sentimenti negativi nella fase post-parto raggiunge l’85%. Tre madri su cinque segnalano isolamento: “Mi sentivo così sola e distante dal resto del mondo” scrive una donna di 38 anni.
La crisi di identità emerge in metà delle risposte. “Prosciugata, robotica. Ci sono voluti anni per tornare me stessa” racconta una madre di 42 anni. Ma la specificità su cui si è concentrato il reportage riguarda l’accesso alle Mother and Baby Units – strutture in cui le madri possono ricevere assistenza sanitaria mentale ospedaliera senza essere separate dai propri figli e figlie. Il 60% lamenta la loro carenza, con conseguenti separazioni traumatiche.
Il Regno Unito risulta tra i paesi con i sistemi sanitari più avanzati, con programmi di screening e percorsi terapeutici completi. Tuttavia, anche qui, l’accesso alle cure varia notevolmente da una regione all’altra e le unità madre-bambino rimangono insufficienti rispetto alle esigenze della popolazione.
Nel Regno Unito, le linee guida suggeriscono che sia necessaria almeno un’unità psichiatrica madre-bambino/a ogni 25.000 nascite. Tuttavia, l’Irlanda del Nord, come la maggior parte dei paesi europei, è ben lontana da questo standard.
“Vorrei che la mia assistente sanitaria fosse stata più preparata su come aiutarmi con la mia salute mentale” racconta una mamma intervistata. “Quando le ho chiesto, durante la sua quarta visita, se soffrissi di depressione post-partum, mi ha risposto: ‘Non mettiamo etichette, hai solo bisogno di un bicchiere di vino, un po’ di cioccolato e un bagno’. Vorrei essere stata indirizzata al team perinatale molto prima, invece di aspettare di arrivare allo stato di psicosi acuta” ha aggiunto.
“Le unità madre-bambino in Irlanda del Nord sono fondamentali” commenta un’altra madre. “Sono stata separata da mio figlio durante il suo primo anno di vita e questo mi ha distrutta”.
Commentando la necessità di un’unità madre-bambino, una madre aggiunge: “La separazione nei reparti psichiatrici generici non fa altro che prolungare e intensificare il trauma mentale della separazione e dell’adattamento alla genitorialità”.
Quasi un terzo delle madri segnala carenze nel supporto all’allattamento. Le richieste sono concrete: quasi la metà del campione intervistato chiede visite domiciliari, la metà accesso psicologico gratuito. “Avrei voluto che l’aiuto che alla fine mi è stato offerto fosse stato disponibile subito” sintetizza una donna di 38 anni.
Grecia: madri-isole sulle isole
In Grecia, nel periodo post-parto la presenza di sentimenti negativi supera l’80%. “Fisicamente ero un relitto dopo il primo parto, continuamente senza dormire. Avevo un’ansia terribile su cosa mangiasse il bambino” racconta una madre di 42 anni.
Quasi due intervistate su tre segnalano isolamento, ma emerge un’ulteriore specificità geografica critica: tre quarti delle madri nelle isole deve affrontare trasferimenti obbligatori per mancanza di ospedali locali. “Crescere i tuoi figli in un’isola senza ostetrica, ospedale, pediatra è una grande ansia, specialmente in inverno quando c’è il divieto di navigazione” spiega una donna di 49 anni.
Il 40% lamenta carenze nel supporto all’allattamento: “I professionisti avevano la soluzione facile: dai il biberon. Volevo informazioni sull’allattamento”. I costi emergono come barriera principale all’accesso psicologico almeno per un quarto delle intervistate.
Le richieste: due terzi chiedono visite domiciliari, la metà psicologo gratuito. “Cura psicologica gratuita dallo stato” chiede una madre di 35 anni. “Bisogna smetterla con la penalizzazione dei sentimenti negativi. Le donne sono sottoposte a tantissimi cambiamenti e hanno bisogno di supporto”.
Ungheria: la coperta corta dei servizi
In Ungheria, l’incidenza di sentimenti negativi nella fase post-parto sembra essere lievemente più contenuto rispetto agli altri paesi analizzati. “Il primo parto è stato difficile, il bambino non dormiva, aveva le coliche. Mi sentivo impotente a volte, scoraggiata” racconta una donna di 54 anni.
Quasi la metà delle intervistate segnala isolamento, oltre un terzo riporta crisi di identità: “Sentivo che non ero me stessa”. La specificità ungherese riguarda il sistema assicurativo: quasi il 60% delle intervistate richiede servizi gratuiti coperti dall’assicurazione sanitaria (TB).
“Lo stato dovrebbe assumersi un ruolo maggiore. In altri paesi, come la Germania, le persone hanno accesso a servizi di salute mentale supportati dall’assicurazione sanitaria pubblica” spiega una delle donne che ha risposto al sondaggio. Un terzo lamenta carenze nell’allattamento.
Una madre denuncia: “Se ci fosse un’opportunità statale gratuita. Se il personale fosse preparato. Per me dovevo andare da privato con il disturbo post-traumatico da stress, perché per via statale non sarei entrata in tempo”. Le richieste: visite domiciliari ma soprattutto supporto psicologico gratuito, gruppi settimanali stabili.
Italia: intrappolate nelle case
In Italia, le risposte raccolte documentano una frequente presenza di sentimenti ambivalenti nella fase post-parto (86%). “Mi sentivo intrappolata sul divano ad allattare, isolata dal mondo” scrive una donna di 38 anni.
Oltre la metà delle madri italiane intervistate segnala come problema principale l’isolamento. “Nessuno si è mai offerto di tenermi i bambini anche solo per un’ora. Ero in gabbia” racconta una madre di 43 anni. La metà riporta crisi di identità: “Sopraffatta, in colpa per non aver sentito quel legame. Volevo la vita di prima” ammette una di 35 anni.
Tra chi considera di cercare aiuto psicologico, oltre due terzi alla fine non lo fa. La barriera principale è “pensavo di riuscire a gestire da sola” seguita dall’assenza di persone a cui lasciare i bambini o le bambine. “Piangevo tutti i giorni, sono stata in psichiatria per pensieri suicidari” confessa una donna di 37 anni.
Le richieste: la maggior parte chiede visite domiciliari di ostetriche nei primi 3-6 mesi, la metà delle risposte menziona anche l’accesso gratuito a supporto psicologico tramite il Servizio sanitario nazionale con screening obbligatorio. Al terzo posto emergono segnalazioni di carenze nel supporto all’allattamento. “Normalizzare che essere madre non è sempre magico. Basta con i giudizi” sintetizza una madre di 34 anni.
Intercettare il disagio, il caso di Bergamo
Tra le buone pratiche che diverse realtà stanno attivando in Italia, c’è il caso di Bergamo, dove un sistema integrato di servizi perinatali ha sviluppato risposte concrete centrate su un principio fondamentale: intercettare il disagio prima che diventi crisi. Dal 2015, il programma Salvagente mamma rappresenta un modello di screening sistematico che ribalta l’approccio tradizionale alla salute mentale perinatale.
Lo screening avviene in due momenti chiave: durante la vaccinazione antipertossica in gravidanza e alla prima vaccinazione del neonato o della neonata, circa un mese dopo la nascita. Tutte le donne, senza eccezioni, compilano due questionari validati: l’Edinburgh Postnatal Depression Scale (EPDS) per la depressione e l’ansia. Non è richiesta alcuna iniziativa da parte della donna, alcuna richiesta esplicita di aiuto.
“Raggiungiamo quasi tutte le neomamme senza che debbano chiedere aiuto attivamente. Questo normalizza il problema: non sei tu peggiore perché hai la depressione, tutte potrebbero averla” spiegano le coordinatrici del progetto. È una risposta diretta alla barriera più citata nei questionari italiani: pensavo di poter gestire da sola”.
I numeri del 2024 documentano la portata dell’intervento: 849 screening effettuati, 101 risultati positivi (11,8%). Delle donne intercettate, 40 hanno accettato un colloquio di approfondimento psicologico, 12 seguono percorsi psicologici individuali, 7 partecipano a trattamenti di gruppo. A queste si aggiungono donne segnalate da altri servizi – oltre 30 dal Centro psicosociale – e 7 casi di morte endouterina del feto trattati con terapia di desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari (in inglese, Eye Movement Desensitization and Reprocessing, EMDR). Complessivamente, circa 100 persone ricevono supporto psicologico specializzato ogni anno.
L’evoluzione recente del programma include l’estensione dello screening alla fase di gravidanza, non solo a quella post-partum. “In questa fase c’è maggiore predisposizione a farsi aiutare” notano gli operatori e le opertatrici. Il monitoraggio longitudinale permette di seguire l’evoluzione dello stato psicologico della donna attraverso i momenti più critici, creando una rete di sicurezza continua.
Un aspetto innovativo riguarda il coinvolgimento dei partner: nel 2024, 9 padri hanno accompagnato le compagne nel percorso terapeutico. “Vediamo un bisogno sociologico del confronto con il o la professionista, nonostante tutte le informazioni online” osserva il team. L’approccio universale permette anche di identificare situazioni che altrimenti rimarrebbero sommerse, come i casi di violenza domestica che spesso iniziano o si intensificano durante la gravidanza.
L’architettura del sistema bergamasco si completa con l’ambulatorio dipartimentale Matteo Rota “Varenna”, dedicato ai disturbi mentali perinatali e attivo dal 2013. “È una delle poche realtà sul territorio nazionale così pensata” conferma la dottoressa Greta Petrilli che lo segue direttamente in qualità di psicologa. “Non è dentro l’ospedale, non è stigmatizzante. È sul territorio, più vicino alle persone, più accessibile”.
Qui psichiatri, psichiatre, psicologi, psicologhe, infermieri e infermiere offrono terapie gratuite fino a 18-24 mesi, finanziate dai fondi regionali. L’autonomia del servizio risponde a una richiesta emersa nei questionari: l’accesso gratuito senza stigma ospedaliero. “L’attenzione al tema è relativamente recente” osserva Petrilli. “Solo nel 2017 i disturbi mentali perinatali sono entrati a far parte dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) a livello legislativo” aggiunge.
Dal 2019, il modello “Pensare Positivo” porta ostetriche a domicilio per 12-15 incontri lungo gravidanza e puerperio. “Lavoriamo sulla competenza materna, sulla consapevolezza, sulla resilienza” spiega Maria Simonetta Spada, direttrice del reparto di Psicologia dell’Azienda socio-sanitarie territoriale (Asst) Papa Giovanni XXIII. “Non è un percorso astratto, è concreto: parliamo di riposo, alimentazione, gioco col neonato”.
Le visite post-parto sono oggi offerte come servizio del “Percorso nascita” a tutte le donne che escono dal punto nascita bergamasco, secondo della Lombardia per numero di parti (4.000 annui). “L’ostetrica entra in casa tua, valuta il benessere del neonato o della neonata e della mamma, è lì per te. Non ti giudica” racconta Alice Consonni, una madre che ha vissuto l’esperienza.[1]
Un elemento distintivo è l’aggancio proattivo ospedale-territorio: ogni donna esce dall’ospedale con un riferimento territoriale preciso. “Ottenuto il consenso, inviamo la segnalazione al consultorio territorialmente competente, che attiverà un contatto entro tre giorni” spiega Serena Pirola, responsabile del coordinamento attività consultoriali. “Questa attività di screening ha un pensiero comune e poi si articola nelle diverse realtà. È standardizzata, questo fa la differenza”.
I consultori completano la rete con gruppi di supporto: corsi di accompagnamento alla nascita, massaggio infantile, gruppi multifamiliari. “Le famiglie oggi sono più isolate, con meno supporto esteso” analizza la psicologa Spada. “Incontriamo genitori che per la prima volta toccano un neonato. Il grosso lavoro è proprio quello di ricondurre alla percezione di un percorso affrontabile”.
Nodi irrisolti
La pandemia ha reso evidenti fragilità sistemiche. I servizi sociali dell’Ambito territoriale di Bergamo hanno registrato un aumento del 17,9% dei casi nel 2021. Spazi di gioco per la fascia 0-12 mesi sono stati sospesi proprio quando servivano di più. Uno studio locale ha evidenziato livelli maggiori di depressione lieve nelle donne che hanno partorito durante la pandemia rispetto a un campione pre-pandemico, legati ad alti livelli di stress percepito.
“Rimane il timore del giudizio rispetto allo psichiatra” nota Petrilli. “Il dovere di essere per forza una mamma felice è nelle radici culturali”. Consonni aggiunge: “Nei corsi si può romanticizzare la gravidanza. Quando qualcuna ha parlato di ansia, il discorso è stato subito virato su qualcosa di più bello”.
Il problema della visibilità è riconosciuto. “Ci si occupa del tema solo quando c’è cronaca nera” osserva Petrilli. “Identificazione con crimine e dramma, narrazione colpevolizzante. Questo crea stigma”. Pirola aggiunge: “Credo molto nell’importanza di una salute a 360 gradi, che non è solo clinica ma integrata dal benessere psicologico”.
Le voci dei questionari europei chiedono normalizzazione, accesso gratuito, supporto domiciliare, screening sistematici, fine dello stigma. Bergamo ha dimostrato che un modello di intercettazione universale e monitoraggio continuo può funzionare, raggiungendo centinaia di donne ogni anno senza attendere che chiedano aiuto. Il disagio delle madri è il disagio di un’intera società.
Note
[1] I nomi sono stati modificati per proteggere le identità delle madri.
Questo articolo è stato realizzato con il sostegno di Journalismfund Europe. Hanno contribuito alla sua stesura Corina Petridi ed Eszter Imre-Kandó.
7/5/2026 https://www.ingenere.it/









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