Palestina, le distorsioni di Fiano e simili

di Renato Fioretti

Nel dibattito contemporaneo relativo alla situazione di Gaza e della Cisgiordania, si assiste a una persistente distorsione concettuale: la tendenza a descrivere ciò che avviene come un confronto bilaterale tra due soggetti armati, quasi si trattasse di una dinamica simmetrica. Questa rappresentazione, largamente diffusa nel discorso politico e mediatico, non trova alcun riscontro empirico. Da un lato vi è uno Stato dotato di un apparato militare avanzato, di un controllo totale dello spazio aereo, marittimo e terrestre, e della capacità di esercitare una forza illimitata; dall’altro una popolazione civile sottoposta da decenni a un regime di occupazione, frammentazione territoriale e violenza strutturale, all’interno del quale operano gruppi armati non statuali. Definire questa situazione come un “conflitto” significa occultare l’asimmetria radicale che la caratterizza e legittimare implicitamente l’uso della forza da parte dell’attore dominante.

Le operazioni israeliane a Gaza e in Cisgiordania non possono essere interpretate come una risposta proporzionata a minacce esterne, ma come l’esercizio unilaterale di un potere coercitivo che colpisce indiscriminatamente la popolazione civile. La sproporzione tra obiettivi dichiarati e risultati effettivi è documentata da fonti internazionali: per ogni combattente ucciso, decine – talvolta centinaia – di donne, bambini e uomini non coinvolti nelle ostilità perdono la vita. Tale dinamica rientra nella categoria giuridica della punizione collettiva, vietata dal diritto internazionale umanitario, e costituisce, da decenni, un elemento strutturale delle pratiche israeliane. La sistematicità di tali pratiche è confermata da rapporti ONU, da documenti di organizzazioni israeliane per i diritti umani e da studi accademici che analizzano la continuità delle politiche di controllo e repressione.

Questa interpretazione è condivisa da alcuni tra i più autorevoli storici ebrei contemporanei. Ilan Pappé, in The Ethnic Cleansing of Palestine (2006), sostiene che il 1948 rappresenti non solo un episodio bellico, ma un progetto sistematico di espulsione della popolazione araba. Avi Shlaim, in The Iron Wall, ricostruisce la continuità delle politiche israeliane come una strategia di forza permanente. Shlomo Sand, in L’invenzione del popolo ebraico, analizza la costruzione ideologica del nazionalismo israeliano. Lee Mordechai ha più volte denunciato l’uso politico della storia per giustificare l’occupazione. È evidente che tali studiosi – tutti ebrei, molti dei quali israeliani – non possano essere liquidati come “antisemiti”.

Accanto agli storici, numerosi intellettuali ebrei hanno espresso posizioni critiche nei confronti delle politiche israeliane. Moni Ovadia denuncia da anni la natura discriminatoria dell’assetto istituzionale israeliano. Gad Lerner ha evidenziato la deriva illiberale dei governi Netanyahu. Anna Foa, pur con maggiore cautela, ha riconosciuto la gravità delle violenze contro i civili palestinesi. A livello internazionale, figure come Noam Chomsky, Judith Butler, Naomi Klein e Tony Judt hanno elaborato analisi severe sull’occupazione e sulla negazione dei diritti palestinesi. La critica a Israele, dunque, non è un fenomeno marginale né un’espressione di ostilità etnica: costituisce un filone consolidato della riflessione ebraica contemporanea.

In questo contesto, risulta paradossale che in Italia proprio gli eredi politici di coloro che collaborarono con il nazifascismo si permettano oggi di definire “antisemiti” coloro che difendono i diritti dei palestinesi. Si tratta di un rovesciamento della storia che merita di essere sottolineato: chi ieri contribuì alla persecuzione degli ebrei pretende oggi di stabilire i confini della legittimità del discorso critico su Israele. È un cortocircuito politico e morale che non può essere ignorato.

Un ulteriore elemento riguarda la tesi secondo cui la responsabilità delle violenze sarebbe imputabile esclusivamente all’attuale maggioranza di governo di Netanyahu, con una consistente parte di israeliani che si mostrerebbero contrari alla sua visione politica. Tale posizione, sostenuta con particolare determinazione ed insistenza da Emanuele Fiano, trascura, però, la continuità storica di Israele. Le espulsioni del 1948, l’occupazione del 1967, la costruzione degli insediamenti, le operazioni militari a Gaza, le demolizioni di abitazioni, le restrizioni di movimento e le leggi discriminatorie hanno attraversato governi laburisti, centristi e di destra. Non si tratta di un fenomeno recente né circoscritto a un singolo leader.

Tra l’altro, i dati relativi alle cronache parlamentari sono abbastanza eloquenti: se la recente legge sulla pena di morte (tramite impiccagione) – per atti di terrorismo con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele, applicabile principalmente ai palestinesi – approvata con 62 voti a favore e 48 contrari, sembrava indirettamente suffragare la tesi di Fiano, quella approvata successivamente – che istituisce  un tribunale militare speciale per processare i responsabili palestinesi degli attacchi del 7 ottobre 2023 – l’ha clamorosamente smentita registrando un sostegno quasi unanime; 93 voti a favore e 0 contrari. A indiscutibile conferma che parlare di “consistente opposizione alle politiche governative, da parte di una significativa parte delle forze parlamentari, significa ignorare la realtà documentata. In realtà, Yesh Atid, Unità Nazionale e Laburisti criticano Netanyahu per ragioni interne, ma non mettono in discussione l’architettura dell’occupazione, mentre i partiti arabi, gli unici a sostenere apertamente i diritti del popolo palestinese, rappresentano una minoranza priva di potere effettivo. 

Altrettanto poco convincente appare la reale esistenza di movimenti civili significativamente avversi alle politiche governative nei confronti dei palestinesi. In effetti, i dati disponibili sembrano suggerire esattamente il contrario perché i movimenti pacifisti israeliani – Peace Now, Breaking the Silence, B’Tselem – rappresentano oggi minoranze marginalizzate. Le grandi manifestazioni del 2023 contro la riforma giudiziaria non riguardavano la questione palestinese e numerosi sondaggi dell’Israel Democracy Institute indicano che la maggioranza degli israeliani approva le operazioni militari a Gaza e considera legittima la presenza dei coloni in Cisgiordania.

È tuttavia necessario precisare un punto essenziale, spesso distorto nel dibattito pubblico: riconoscere che la maggioranza della popolazione israeliana sostiene, nelle sue espressioni elettorali e nei sondaggi, le politiche attuate nei confronti dei palestinesi non significa attribuire a tale popolazione una colpa collettiva. La responsabilità giuridica, politica e morale delle pratiche di occupazione, delle operazioni militari e delle violazioni sistematiche dei diritti umani ricade sui decisori politici, sui vertici militari e sugli apparati istituzionali che le progettano, le autorizzano e le eseguono. Confondere l’analisi sociologica del consenso con l’imputazione morale di un intero popolo sarebbe un errore metodologico e concettuale: le colpe sono sempre individuali, mai etniche o nazionali. A questo proposito, vale ricordare un confronto emblematico con un vecchio compagno, convinto che il popolo israeliano dovesse essere considerato totalmente esente da responsabilità e che la presenza di alcuni oppositori interni alle politiche dell’attuale governo Netanyahu bastasse a escludere qualsiasi analogia con altri genocidi storici. Egli sosteneva che, a differenza della Germania degli anni Quaranta, dove “la gente si era voltata dall’altra parte”, in Israele vi sarebbe oggi una significativa opposizione popolare. Tale argomento, oltre a essere empiricamente poco fondato rovesciava paradossalmente la logica della responsabilità: se anche in Germania non vi fossero stati movimenti di massa contro il nazismo, ciò non avrebbe mai potuto trasformare il popolo tedesco in un soggetto collettivamente colpevole. Le responsabilità del genocidio nazista ricaddero sui dirigenti politici, sui quadri del partito e sugli apparati repressivi, non sulla totalità dei cittadini. Allo stesso modo, oggi, la critica alle politiche israeliane non implica alcuna demonizzazione del popolo israeliano, ma la rigorosa distinzione tra responsabilità politiche e identità collettive, distinzione che costituisce il fondamento stesso di ogni discorso democratico e di ogni analisi storica seria. Un’amicizia che si incrina di fronte a questa evidenza non rappresenta una perdita, ma la conferma della necessità di mantenere ferme le categorie analitiche contro ogni forma di semplificazione ideologica.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: la responsabilità degli Stati terzi. Il diritto internazionale vieta esplicitamente il sostegno materiale, economico o militare a Stati che violano sistematicamente i diritti umani. Eppure, numerosi Paesi occidentali continuano a fornire armi, tecnologie e copertura diplomatica a Israele, contribuendo indirettamente alla perpetuazione del regime di occupazione. Tale responsabilità, raramente discussa nel dibattito pubblico, costituisce un elemento essenziale per comprendere la longevità del sistema e l’arroganza dei suoi rappresentanti.

È alla luce di tali elementi, che risulta difficile sostenere che la politica attuale di Israele costituisca una deviazione temporanea o un eccesso imputabile a un singolo governo. Al contrario, essa appare come la prosecuzione coerente di una linea storica che combina espansione territoriale, controllo militare, frammentazione della società palestinese e delegittimazione di ogni forma di resistenza. 

Denunciare questa situazione, però, non equivale a esprimere ostilità verso gli ebrei. Significa riconoscere che un popolo – quello palestinese – vive da decenni sotto un regime di occupazione che produce violenze sistematiche, disuguaglianze giuridiche e sofferenze quotidiane. Significa rifiutare la confusione tra identità ebraica e scelte di un governo. Significa affermare che i diritti umani non possono essere subordinati a logiche di sicurezza o a narrazioni identitarie.

Scrivere oggi su questa vicenda implica sottrarsi alla retorica dell’emergenza e considerare la storia nella sua interezza. Ciò che avviene a Gaza e in Cisgiordania non è un incidente, ma il risultato di un sistema consolidato. La critica a Israele non è un atto di ostilità verso gli ebrei, ma un dovere verso la verità storica e verso le vittime, qualunque sia la loro identità. Solo riconoscendo la natura strutturale di questa realtà è possibile elaborare un discorso politico che non si limiti alla contingenza, ma affronti le radici profonde di una delle più lunghe e documentate forme di oppressione contemporanea.

Renato Fioretti Collaboratore redazionale del mensile Lavoro e Salute

18/5/2026

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