Non siamo più Capaci?
di Claudio Dell’Arti
23 maggio 2026. Trentaquattro anni dopo Capaci, l’Italia commemora. Ma la domanda vera è un’altra: stiamo ancora combattendo?
Trentaquattro anni. È un numero che fa impressione, se ci si sofferma davvero. Chi aveva vent’anni nel 1992, quando la A29 saltò in aria insieme a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, oggi ne ha cinquantaquattro. Chi ne ha venti oggi non era ancora nato. E forse è proprio in questo passaggio generazionale che si annidano le domande più scomode.
Oggi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che il 23 maggio ha segnato la storia della Repubblica, e che la strage di Capaci fu un attacco di inedita ferocia contro la libertà e la dignità degli italiani. Parole giuste, necessarie. Ma bastano solo le parole? Siamo davvero in grado di capire in profondità ciò che dice il Capo dello Stato?
La liturgia della memoria
C’è qualcosa che si ripete ogni anno con puntualità quasi meccanica: le dichiarazioni dal Quirinale, i post sui social dei presidenti di Camera e Senato, le corone di fiori, le dirette televisive dall’albero Falcone di via Notarbartelo. Quest’anno anche la premier Giorgia Meloni ha scritto che ricordare significa non lasciare che il sacrificio di chi ha dato la vita per la giustizia venga dimenticato, e che dal 2002 si celebra la Giornata Nazionale della Legalità per far conoscere soprattutto ai giovani l’importanza della legalità e dell’impegno civile.
Pure il ministro dell’Interno Piantedosi ha sottolineato che ricordare non è solo un esercizio di stile, ma significa riaffermare quel patto tra generazioni che ci spinge a proseguire lungo la strada tracciata da Falcone e dai suoi uomini.
Nulla da obiettare, nella forma. Il problema è che queste stesse parole, quasi identiche, vengono pronunciate ogni anno. E ogni anno la domanda rimane blowin’ in the wind: cosa c’è, dietro le parole? Cosa si fa davvero per combattere le mafie, per stare accanto a chi continua a farlo (in primis i magistrati della Dda e le forze della Dia)?
Dove sono i duemila studenti. E dove sono tutti gli altri
Qualcosa di commovente e concreto accade ancora. Questa mattina a Palermo, davanti al Tribunale di piazza Vittorio Emanuele Orlando, la Rete per la cultura antimafia nella scuola, insieme al Consiglio dell’Ordine degli avvocati e all’Associazione nazionale magistrati, ha organizzato una manifestazione a cui hanno aderito venticinque istituzioni scolastiche siciliane e istituti da Biella, Napoli, Terni, Teramo. Circa duemila studenti in corteo, con performance musicali, letture e rappresentazioni teatrali, per concludere con un abbraccio simbolico al Palazzo di Giustizia.
Duemila studenti. È tanto, è bello, è vivo. Ma trent’anni fa quella stessa piazza, come le strade d’Italia, erano percorse da qualcosa di diverso: una rabbia collettiva, un senso di urgenza civile che non aveva bisogno di essere organizzato dall’alto. La gente scendeva spontaneamente, i lenzuoli bianchi dai balconi non erano una campagna comunicativa. Era dolore autentico che si trasformava in azione.
La Giornata nazionale della memoria e dell’impegno, organizzata da Libera a partire dal 1996 e poi riconosciuta dallo Stato con legge nel 2017, viene celebrata ogni 21 marzo in diverse città d’Italia per ricordare le vittime di tutte le mafie. E ogni 23 maggio la Nave della Legalità porta centinaia di studenti a Palermo per le commemorazioni. Strumenti preziosi, che però col tempo rischiano di diventare riti: utili, doverosi, ma non più capaci di scuotere le coscienze come facevano un tempo.
Le mafie non si sono fermate ad aspettare
Mentre il discorso pubblico sull’antimafia si è affievolito, le mafie non hanno rallentato. Tutt’altro.
L’ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia fotografa una ‘ndrangheta sempre più potente, con almeno 48 locali accertati al Centro e al Nord Italia, dove le cosche hanno fatto leva sulla capacità di instaurare rapporti con clan di altre organizzazioni mafiose. Il 72 per cento delle interdittive emesse dalla DIA riguarda territori fuori dalla Calabria.
Il processo Hydra, conclusosi a gennaio 2026 con decine di condanne, ha scalfito una narrazione comoda: quella di una Lombardia immune o solo marginalmente toccata dalla mafia. La realtà si è rivelata molto più organizzata. E molto più pericolosa. A Milano, Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra siedono allo stesso tavolo e si dividono i mercati. Don Luigi Sturzo lo aveva previsto all’inizio del Novecento: la mafia avrebbe risalito la penisola. Nessuno gli aveva creduto abbastanza.
Il paradosso è stridente: le mafie si sono globalizzate, si sono ibridate, hanno colonizzato l’economia legale attraverso il riciclaggio, le grandi opere, il mercato immobiliare, il turismo. La sola ‘ndrangheta muove un giro d’affari superiore ai 50 miliardi di euro. E la risposta della società civile è una giornata commemorativa l’anno?
Il silenzio dell’agenda pubblica
Qui sta il cuore del problema. I magistrati antimafia continuano a lavorare, spesso in condizioni difficili. Le associazioni di categoria tengono viva la cultura della resistenza al racket. Ma tutto questo accade in una sorta di sottosuolo civile, lontano dai riflettori del dibattito nazionale.
Il tema “mafia” è sparito dall’agenda politica come questione prioritaria. Nelle campagne elettorali degli ultimi anni le mafie erano quasi assenti dai programmi dei partiti. Nei telegiornali se ne parla solo quando c’è un arresto clamoroso o un processo spettacolare. Sui social media il tema non “performa”: non genera clic, non crea engagement, non divide abbastanza per diventare virale. E così si ritira nelle nicchie degli addetti ai lavori, perdendo quella forza centripeta che aveva negli anni Novanta, quando sembrava riguardare tutti.
Falcone ce lo aveva detto
Il presidente Mattarella ha ricordato le parole di Falcone: la mafia finirà grazie a istituzioni salde, ad azioni di contrasto efficaci e coerenti, con un impegno educativo che sappia far crescere la fiducia in un domani da costruire insieme. E ha sottolineato che quell’eredità costituisce un patrimonio etico e civile che appartiene alla nostra democrazia, consegnato anzitutto alle generazioni più giovani.
Falcone aveva anche detto un’altra cosa, meno citata nelle commemorazioni ufficiali: che la mafia prospera nell’indifferenza. Non ha bisogno di consenso attivo, le basta il silenzio. Le basta che la gente sia troppo occupata, troppo stanca, troppo distratta per continuare a indignarsi.
Ed è esattamente quello che sembra stia accadendo. Non una resa, non una sconfitta militare dello Stato. Qualcosa di più sottile e di più pericoloso: uno sfinimento dell’attenzione, un’assuefazione all’idea che le mafie siano un problema cronico, endemico, ineliminabile. E quindi, in fondo, da gestire più che da combattere.
La domanda che resta
I duemila studenti che questa mattina hanno abbracciato simbolicamente il Palazzo di Giustizia di Palermo ci dicono che una speranza esiste. Che c’è ancora chi vuole capire, chi non si rassegna, chi considera Falcone e Borsellino non icone da poster ma esempi da seguire concretamente. E questa è una cosa da non sottovalutare.
Il seguito di magistrati come Nicola Gratteri, l’attenzione che viene riservata al suo lavoro (non ultima la narrazione appena partita con le 4 puntate di World Wide Mafia), rappresentano una speranza reale.
Proprio questa mattina il Procuratore Capo di Napoli alla domanda “C’è il rischio che, trasformando certe date in mera liturgia, la memoria antimafia diventi rassicurante, quasi celebrativa, mentre la mafia continua a cambiare linguaggio, forme di consenso e strumenti di controllo?” ha risposto: «Sì, il rischio esiste. Una memoria solo celebrativa consola, ma non disturba. La mafia, invece, continua a cambiare: parla il linguaggio dell’economia, dei social, del consenso, dei servizi offerti, della paura silenziosa. Ricordare davvero significa riconoscere queste metamorfosi e avere la forza di combatterle senza esitazioni».
Ma, appunto, non basta. La memoria e l’attenzione, senza impegno quotidiano, senza pressione politica, senza giornalismo d’inchiesta, senza educazione alla legalità non come materia scolastica bensì come abitudine mentale, rischiano di diventare consolazione. Un modo per sentirsi dalla parte giusta senza pagare nessun prezzo.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno pagato il prezzo più alto. La domanda che il 23 maggio ci consegna ogni anno, e che ogni anno tende a restare senza risposta, è semplice e brutale: noi, cosa siamo disposti a pagare?
Siamo ancora Capaci di domandarcelo e di cercare una risposta?
23/5/2026 https://www.sudefuturi.it/










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