“La guerra a casa nostra” Testimonianza di tre donne migranti

Versione interattiva Lavoro e Salute Giugno 2026 – Lavoro & Salute – Blog

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Raccolte da Rita Clemente

Come si può parlare di una guerra? Se non si è direttamente coinvolti, se ne può discutere con lucidità e freddezza, analizzandone cause, conseguenze e contesti. Altra cosa invece se si è direttamente coinvolti nel conflitto armato o lo sono i propri cari, se lo si vive sulla propria pelle. In questi casi la risonanza emotiva di chi si esprime è molto più coinvolgente per l’ascoltatore e gliene fa capire molto più in profondo i risvolti tragici e dolorosi.
Io ho ascoltato la voce di tre donne che vivono qui da noi, ma i cui Paesi si trovano oggi ad affrontare un conflitto armato. Sono voci impossibili da dimenticare. Vorrei riportarne alcune espressioni particolarmente importanti, sia per comprendere meglio i fatti sia per sentire con maggiore empatia cosa la guerra produce nelle persone semplici, che poi ne sono le prime vittime dirette.

Comincio da Vera, nome fittizio perché la protagonista non vuole rivelare la sua identità. Vera è ucraina, da molti anni vive in Italia e fa la badante. Con me ha avuto una lunga conversazione telefonica, ma mi ha anche mandato dei video, a suo parere molto esplicativi. Cerco di ricostruire i punti salienti del suo discorso.
Vera ha un figlio giovane, che vive in Ucraina dove ha moglie e una figlia piccola. Purtroppo è stato ferito e ora deve vivere nascosto, perché se lo trovano, lo rimandano al fronte. Vera afferma che sono tanti i giovani in questa situazione e che la polizia militare del governo li cerca casa per casa. Se li trova, li rispedisce al fronte senza preoccuparsi se sono sani o malati, in condizioni di resistere alle fatiche oppure no. Se si rifiutano, vengono picchiati o uccisi. Per questo lei è molto in pensiero per l’incolumità di suo figlio.
Mi fa capire che la gente normale in Ucraina non ne può più di questa guerra, che sarebbe favorevole a degli accordi con la Russia purché finisca.

Inoltre, sottolinea il fatto che proprio per la guerra molti uomini dell’establishment si sono arricchiti e continuano a farlo (cita senza remora alcuna Zelenskij). Si comprano ville miliardarie in Europa. C’è molta corruzione diffusa, per cui chi ha potuto si è messo in salvo all’estero pagando fior di quattrini, mentre chi non ce la fa è costretto ad andare al fronte. In più non c’è lavoro e si sta vivendo una paurosa crisi economica. Lei deve lavorare notte e giorno e mandare i soldi a suo figlio, perché lui possa sopravvivere e mantenere la sua famiglia.
A suo avviso, gli Ucraini si sono lasciati troppo facilmente attirare dal mito dell’Europa ricca e benestante, ma qualcuno li ha ingannati. Certamente non accetta l’invasione russa, ma sostiene che Ucraini, Russi e Bielorussi in realtà sono della stessa famiglia e che la Rus è nata da Kiev. Fa notare che anche i Russi mandano a combattere i più poveri, sostiene che in guerra si vedono molte facce orientali.
In ogni caso, per lei questa guerra dovrebbe finire e il popolo è stanco anche del governo di Zelenskij, a cui aveva dato fiducia. Ma le elezioni sono sospese. A suo avviso, gli Ucraini dovrebbero essere più umili e accontentarsi di quello che hanno, ma vivere in pace.
Chiude il suo discorso con una accorata richiesta: “se tu puoi – mi chiede – fa’ in modo che io possa portare mio figlio in salvo in Italia!“.
Ma anche noi siamo del tutto impotenti. La situazione è molto complicata e difficile e nessuno di là può uscire, neppure su invito e con la garanzia di essere mantenuto, come accadeva prima.
Naturalmente, le cose che racconta Vera sono di dominio pubblico, ma sulla guerra in Ucraina continua un’altra narrazione: chi avanza, chi retrocede, quanti km2 sono stati conquistati, da chi, quanti soldi chiede ancora Zelenskij per continuare la guerra, chi lo sostiene in Europa, chi no e via di questo passo. Della sofferenza del popolo ucraino, del pericolo che corrono i civili più poveri, del fatto che la gente comune non ne possa più di questa guerra e che accetterebbe volentieri degli accordi purché finisca si dice poco e niente.

L’altra voce è quella di una donna palestinese, di Gaza che ora vive a Torino.
Iman viveva con suo marito e due piccoli figli sopra un telo di plastica. Quando è riuscita a ricevere qualche aiuto economico da alcuni volontari è riuscita a comprare una tenda, a 2500 dollari. Sostiene “purtroppo quello che si dice riguardo gli aiuti umanitari per Gaza è tutto falso, gli aiuti arrivano fino alla frontiera israeliana, le truppe israeliane ne controllano il contenuto e ne fanno passare solo una piccola parte, la merce che entra viene venduta ai palestinesi a prezzi allucinanti, per esempio un chilo di riso a 45 dollari. I soldi che abbiamo sono finiti e il lavoro non esiste quasi più. L’esercito israeliano non uccide solo con le armi, ma soprattutto ci fa morire di fame, bombarda gli ospedali distruggendo qualsiasi tipo di medicinali per far morire la gente di una semplice malattia che potrebbe essere curata con una sola scatola di antibiotici, cosa assolutamente vietata ai palestinesi. Ma la situazione più umiliante riguarda le donne: non esistono assorbenti e le donne si trovano costrette a pulirsi con degli stracci sporchi, al massimo lavati nelle pozzanghere, quando piove. Non c’è neanche l’acqua per lavarsi, è umiliante vedere le donne nascondersi a causa di una banalissima situazione naturale. Non ci basta la morte sotto le bombe, la morte di fame, esiste anche la morte di vergogna

Anche queste sono situazioni conosciute, di cui si parla tanto, per le quali la società civile si è anche mobilitata per protestare contro il governo israeliano e per portare aiuti a Gaza, ma sentirle dalla viva voce di una donna palestinese fa un altro effetto. La risonanza emotiva è molto più forte, se si pensa quali sensazioni spiacevoli provochi a una donna araba e musulmana il dover dormire all’aperto insieme a degli uomini e non avere nemmeno un minimo di privacy per la riservatezza del suo corpo. Qui a essere colpita non è solo l’integrità fisica, ma anche la dignità umana.
Per i Palestinesi la situazione di una guerra vissuta sulla propria pelle è ancora più complicata che per altri. I Siriani hanno potuto beneficiare di corridoi umanitari che li hanno aiutati, durante la guerra, ad uscire dal loro Paese. Se non altro, hanno salvato la vita e anche la speranza di poterci tornare, a guerra finita. Per i Palestinesi non è così. Se lasciano il loro territorio, facilitano l’occupazione israeliana e non hanno più la speranza di ritornare a casa. Se rimangono lì, sono condannati ogni momento a rischiare la vita. Anche chi è riuscito ad uscire dal proprio Paese vive continuamente una condizione di scissione della personalità. Come diceva un giovane studente palestinese venuto in Italia con una borsa di studio ” “io vivo qui, ma il cuore e il mio pensiero sono sempre in Palestina e soffro molto per questo”.

La terza voce è quella di una donna iraniana, Flora. Anche lei vive nelle vicinanze di Torino. Mi ha inviato un suo pregevole contributo scritto, in cui mi parla sia della guerra di molti anni fa contro l’Iraq, sia della repressione interna del regime di Khomeini, sia dell’attuale guerra scatenata dagli USA. E dei suoi effetti disastrosi, soprattutto sui civili e in particolare sulle donne. Anche qui si assommano guerra esterna e repressione interna.” Lavoro ed economia sono al collasso, molte fabbriche hanno chiuso, l’ inflazione è alle stelle, la moneta Iraniana non vale più niente.?I posti di lavoro scomparsi. Il lavoro nero e purtroppo lo sfruttamento sono spesso l’unica via. Quindi povertà estrema, i risparmi di una vita persi. L’impatto psicologico e sociale è molto pesante, vedere morti, perdere familiari, vivere la guerra lascia ferite profonde, come ansia, depressione e insonnia diffuse…”

Le donne e i giovani sono i due gruppi più colpiti. “Molte donne si ritrovano sole a gestire figli, anziani, malati, senza cibo né medicine. Il senso di impotenza è terrificante. Se il marito muore o è al fronte, crolla anche il supporto economico e sociale.?La salute delle donne è a rischio, se partorisci senza ospedale, senza ostetriche e sotto le bombe. Aborti spontanei per stress e malnutrizione, mancanza di assorbenti e cure intime, infezioni e umiliazione: tutto questo genera ansia cronica. Bambini, giovani e adolescenti soffrono disturbi d’ansia. Crescere con le sirene, i boati e morti porta incubi, attacchi di panico e rabbia. Inoltre la scuola è interrotta e i bambini subiscono il lavaggio del cervello, devono uccidere”. Naturalmente, si rafforza anche la repressione interna, sia nei confronti delle donne che delle minoranze etniche e religiose.”Durante proteste o tensioni con l’estero, il regime stringe ancora di più sul velo obbligatorio, sulla segregazione, sui viaggi. La “polizia morale” aumenta i posti di blocco. La guerra diventa scusa per arrestare attiviste: “siete spie del nemico“. Per le donne mancano farmaci per endometriosi, tumori al seno, contraccezione.
Partorire diventa pericoloso perché, se gli ospedali hanno soldati feriti in guerra, danno a loro la precedenza…C’è costante paura di essere arrestata per un post Instagram, per una ciocca di capelli fuori. Paura che tua figlia venga presa a scuola. Paura di denunciare violenza domestica perché la legge dà ragione al marito.? Le sanzioni e la guerra bloccano il lavoro. Le donne sono le prime di essere licenziate. Molte professioni sono già vietate alle donne, per esempio, essere giudice, cantante solista, alcuni sport. Senza reddito, le donne dipendono da mariti/padri. Se il marito muore in guerra, restano senza tutela legale su casa e figli… C’è poi doppia persecuzione per le donne delle minoranze, come donna e come minoranze.
I Baha’i, minoranza religiosa non riconosciuta dal governo, non possono andare all’università, i loro cimiteri vengono profanati. Convertiti al cristianesimo vengono arrestati per “apostasia”, fino alla pena di morte. Per i Sunniti, musulmani anche loro, le moschee sono chiuse a Teheran, gli imam arrestati. In guerra, le minoranze diventano capro espiatorio: la quinta colonna del nemico… Per le donne di religione Baha’i, inoltre, esiste l’assenza di legge nei tribunali controllati dal regime. Non hanno diritto a un processo. Non possono fare ricorso…” E questo succede oggi, nel mondo che viviamo. Ma i mass media parlano solo dei potenti che decidono secondo il proprio interesse. Di quanto si avanza e di quanto si retrocede sul fronte di guerra. Di quanto siamo vicini o lontani a degli accordi, vicini o lontani da una escalation militare che potrebbe coinvolgerci tutti. E intanto, i ricchi si fanno i loro affari mentre la guerra continua e i poveri sono mandati al fronte. Le donne vengono stuprate, umiliate, uccise anche per banali infrazioni. Perché ogni guerra è anche oppressione di classe e di genere. Insomma, mentre chi ha il potere la tira in lungo per soddisfare i propri interessi, le persone normali, come me, come voi, in quei Paesi vivono una quotidianità fatta di paure, di orrori, di affetti distrutti, di futuro negato. La guerra è comunque, in ogni caso, un genocidio programmato a danno dei civili e dei più poveri.

Rita Clemente Scrittrice – Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute

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