Trump e Netanyahu, “la banalità del male”

Il rischio che ciò che è profondamente ingiusto e disumano venga percepito come normale, accettabile, inevitabile

Negli ultimi giorni si sta consumando qualcosa di profondamente offensivo per le nostre coscienze, e non solo per ciò che accade sul piano internazionale, ma per il modo in cui viene raccontato — o peggio, normalizzato di nostri media mainstream, s cominciare da testate giornalistiche e trasmissioni di approfondimento della Rai.

Il governo israeliano ha approvato un elenco di obiettivi da colpire in Iran. Una decisione gravissima, che dovrebbe scuotere le coscienze e aprire un dibattito urgente sulle conseguenze di un’escalation militare potenzialmente devastante. Eppure, i nostri telegiornali trasmettono questa notizia con una freddezza quasi burocratica, come se si trattasse di una manovra amministrativa qualsiasi, e non dell’anticamera di un conflitto su larga scala che ucciderà altre migliaia di persone innocenti.

Nella notte, intanto, è stata colpita una sinagoga a Teheran. Un luogo di culto, simbolo religioso e umano, trasformato in bersaglio. Anche qui, poche parole, nessuna vera indignazione. Come se la violenza, quando diventa sistemica, smettesse improvvisamente di scandalizzare.

A rendere il quadro ancora più allarmante sono le dichiarazioni di Donald Trump, che torna sulla scena con toni ultimativi e minacciosi, promettendo distruzione totale nel giro di poche ore. Parole che evocano scenari apocalittici e che dovrebbero suscitare una reazione forte e unanime della comunità internazionale. Invece, sembrano scivolare addosso all’opinione pubblica, quasi fossero parte di una retorica ormai accettata.

E l’Italia? Il governo sceglie il silenzio. Nessuna condanna chiara, nessuna presa di posizione netta. Una prudenza che rischia di diventare complicità morale, o quantomeno indifferenza. In un momento in cui servirebbe una voce lucida e coraggiosa, prevale l’ambiguità.

A rompere questo silenzio è rimasta, ancora una volta, solo la voce del Papa, che richiama alla responsabilità, alla pace, alla dignità umana. Una voce che sembra sempre più isolata in un panorama dove la violenza viene raccontata come inevitabile, e la guerra come una delle tante opzioni possibili.

È qui che emerge, in tutta la sua drammaticità, quella che Hannah Arendt chiamava “la banalità del male”: il rischio che ciò che è profondamente ingiusto e disumano venga percepito come normale, accettabile, inevitabile. Non servono più grandi giustificazioni ideologiche — basta l’assuefazione.

Ed è proprio questa assuefazione che dovrebbe preoccuparci più di tutto. Perché quando smettiamo di indignarci, quando la guerra diventa notizia tra le altre, significa che qualcosa, dentro di noi e nella società, si è già spezzato.

Scrivi articolo originale su queste informazioni con tono preoccupato e indignato: Il governo israeliano ha approvato un elenco di obiettivi da colpire in Iran… E i nostri tg trasmettono questa orrenda comunicazione come se fosse una cosa accettabile. Poi anche la notizia che nella notte è stata colpita la sinagoga di Teheran. Mentre Trump, che si conferma un criminale, rinnova ultimatum e promette di distruggere tutto in quattro ore nella prossima notte. Ma il governo italiano evita condanne e preferisce stare zitto. Solo il Papa alza la voce. La banalità del male

Negli ultimi giorni si sta consumando qualcosa di profondamente inquietante, e non solo per ciò che accade sul piano internazionale, ma per il modo in cui viene raccontato — o peggio, normalizzato.

Il governo israeliano ha approvato un elenco di obiettivi da colpire in Iran. Una decisione gravissima, che dovrebbe scuotere le coscienze e aprire un dibattito urgente sulle conseguenze di un’escalation militare potenzialmente devastante. Eppure, i nostri telegiornali trasmettono questa notizia con una freddezza quasi burocratica, come se si trattasse di una manovra amministrativa qualsiasi, e non dell’anticamera di un conflitto su larga scala.

Nella notte, intanto, è stata colpita una sinagoga a Teheran. Un luogo di culto, simbolo religioso e umano, trasformato in bersaglio. Anche qui, poche parole, nessuna vera indignazione. Come se la violenza, quando diventa sistemica, smettesse improvvisamente di scandalizzare.

A rendere il quadro ancora più allarmante sono le dichiarazioni di Donald Trump, che torna sulla scena con toni ultimativi e minacciosi, promettendo distruzione totale nel giro di poche ore. Parole che evocano scenari apocalittici e che dovrebbero suscitare una reazione forte e unanime della comunità internazionale. Invece, sembrano scivolare addosso all’opinione pubblica, quasi fossero parte di una retorica ormai accettata.

E l’Italia? Il governo sceglie il silenzio. Nessuna condanna chiara, nessuna presa di posizione netta. Una prudenza che rischia di diventare complicità morale, o quantomeno indifferenza. In un momento in cui servirebbe una voce lucida e coraggiosa, prevale l’ambiguità.

A rompere questo silenzio è rimasta, ancora una volta, la voce del Papa, che richiama alla responsabilità, alla pace, alla dignità umana. Una voce che sembra sempre più isolata in un panorama dove la violenza viene raccontata come inevitabile, e la guerra come una delle tante opzioni possibili.

È qui che emerge, in tutta la sua drammaticità, quella che Hannah Arendt chiamava “la banalità del male”: il rischio che ciò che è profondamente ingiusto e disumano venga percepito come normale, accettabile, inevitabile. Non servono più grandi giustificazioni ideologiche — basta l’assuefazione.

Ed è proprio questa assuefazione che dovrebbe preoccuparci più di tutto. Perché quando smettiamo di indignarci, quando la guerra diventa notizia tra le altre, significa che qualcosa, dentro di noi e nella società, si è già spezzato.

Un racconto che anestetizza

In effetti c’è un momento preciso in cui la cronaca smette di essere semplice informazione e diventa un racconto che anestetizza, che rende accettabile ciò che non dovrebbe esserlo mai, ed è proprio questa la sensazione che emerge leggendo gli aggiornamenti sulla guerra in Iran del 7 aprile.

Le notizie si susseguono con una rapidità quasi irreale: scade l’ultimatum imposto da Donald Trump, mentre dopo l’ IDF anche il Pentagono stila la lista dei siti energetici iraniani da colpire. Non si parla più di ipotesi o di diplomazia, ma di bersagli. Di infrastrutture. Di obiettivi. Come se fosse normale pianificare la distruzione sistematica di un Paese.

Nel frattempo, sul terreno, la guerra continua a produrre vittime civili. Solo il giorno prima si contavano morti, tra cui bambini, in raid che hanno colpito Teheran. Eppure anche queste notizie sembrano scivolare via, inglobate in un flusso continuo che non lascia spazio alla reale comprensione della tragedia.

E poi ci sono le parole. Quelle che dovrebbero pesare come macigni e invece rischiano di diventare routine. Trump rilancia minacce sempre più esplicite, arrivando a evocare la possibilità di “distruggere un Paese in una notte”. Non è più solo retorica aggressiva: è la normalizzazione dell’annientamento come opzione politica.

Israele, intanto, prosegue gli attacchi e arriva perfino ad avvertire la popolazione iraniana di evitare i treni, segnale concreto di nuovi raid imminenti. Una comunicazione che sembra quasi amministrativa, come se si trattasse di una deviazione del traffico e non di operazioni militari che mettono in pericolo vite umane.

Il risultato è un quadro che inquieta non solo per la violenza in sé, ma per il modo in cui viene raccontata: una guerra che diventa elenco di operazioni, una sequenza di aggiornamenti tecnici, un bollettino privo di reale indignazione.

E mentre tutto questo accade, il rischio più grande è proprio quello dell’assuefazione. La guerra iniziata a fine febbraio con attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran si è già trasformata in uno scenario quotidiano, quasi inevitabile, come se non ci fossero alternative.

È qui che si manifesta il vero pericolo: quando la distruzione pianificata, le minacce di annientamento e le vittime civili diventano parte del linguaggio ordinario. Quando l’eccezionale si trasforma in normale.

E allora la domanda non è solo cosa stia accadendo in Iran. La domanda è cosa stia accadendo a noi, spettatori di una realtà sempre più brutale, raccontata con toni sempre più neutri. Perché quando anche l’orrore viene trattato come routine, il confine tra informazione e complicità inizia pericolosamente a sfumare.

Irina Smirnova

7/4/2026 https://www.farodiroma.it/

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