Medici di famiglia? In lista…..d’attesa

Versione interattiva Lavoro e Salute Giugno 2026 – Lavoro & Salute – Blog

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di Roberto Gramiccia

MEDICI DI MEDICINA GENERALE, CASE DELLA COMUNITA’ E  MOLTO ALTRO ANCORA…

Raccolgo con entusiasmo l’invito ad affrontare in modo non schematico una questione cruciale per il destino del nostro SSN. Si sarebbe detto una volta una “questione di vita o di morte” per la sopravvivenza del Sistema sanitario universalistico che abbiamo ereditato e che stentiamo a mantenere in vita, per problemi di disponibilità e di allocazione delle risorse sicuramente ma NON SOLO. Non basta, infatti, investire più soldi se non si sciolgono quei nodi strutturali che schiacciano a terra il sistema, impedendogli di decollare. Per farlo dividerò in tre parti il mio ragionamento. Nella prima riprenderò, dopo averlo rivisitato e prosciugato, un mio breve saggio sulla questione del ruolo dei medico di medicina generale nell’attuale SSN, con particolare riferimento ad aspetti di valutazione teorica generale in ordine alla sua centralità; nella seconda proporrò un’analisi sinottica sulle Case di Comunità, così come previste nel DM 77/2022, arricchita da un apparato critico che mi pare interessante; nella terza vi sottoporrò una nota informativa sulla bozza di riforma dello status dei Medici di Medicina Generale a firma del Ministro della Salute, la cui reale qualità e congruità può essere seriamente valutata (e criticata) solo alla luce dei contenuti delle due parti precedenti.

   Una questione cruciale: la figura del medico di Medicina generale nel SSN

E’ bene precisare che quelle che seguiranno sono soltanto alcune note sulle caratteristiche che dovrebbe avere la figura del medico di Medicina generale in un Sistema sanitario Universalistico liberato dai condizionamenti e dalle storture (non casuali) che rischiano di decretarne il fallimento, a tutto vantaggio di un Sistema di tipo privatistico. Detto questo, corro volentieri il rischio di stupire affermando che la questione che stiamo affrontando è eminentemente culturale, molto prima che politico-economica e organizzativa. Dividerò quindi il mio ragionamento in due parti. Nella prima affronterò la questione da un punto di vista teorico generale, nella seconda mi occuperò degli aspetti organizzativi e politici.

Della divisione esasperata del sapere e del fare

La materia è complessa e meriterebbe un intero saggio. Ma, vista la sede che mi ospita, mi intratterrò sull’essenziale, che può risolversi in radice nella constatazione di come, negli ultimi decenni, si sia venuta affermando una divisione esasperata del fare e del sapere non solo in campo sanitario ma in tutto lo scibile. Cartesio ha vinto mille volte su Spinoza. Il suo Discorso sul metodo è diventato il libretto delle istruzioni in tutti gli ambiti del sapere e della sua traduzione in pratiche operative. Un percorso “al contrario” rispetto allo studio dell’”intero”, tanto caro a Hegel. E così, in Medicina e in Sanità, l’iper-specialismo si è sostituito a quella visione integrale e unitaria che era propria di un clinico filosofo come Augusto Murri. Si è venuta, in definitiva, imponendo la dittatura culturale e pratica di un nuovo machiavellico Principe: lo specialista.

Questo fenomeno non solo ha oscurato il ruolo del medico di Medicina generale, ma persino quello dello specialista in Medicina interna, che, fino a pochi decenni or sono, veniva considerato un riferimento imprescindibile e indiscusso. Sarebbe lungo indagare le ragioni di questo fenomeno. In questa sede basterà dire che uno dei motivi principali che ha contribuito alla definitiva affermazione di questo nuovo paradigma è di natura economica. Infatti, la cancellazione di un approccio generalistico adeguato e il ricorso, pressoché in ogni caso minimamente significativo, a specialisti – spesso scelti a casaccio – ha moltiplicato a dismisura il numero e la complessità di consulenze ed esami da effettuare per arrivare a una diagnosi corretta, producendo una lievitazione pazzesca dei costi, del tutto funzionale alla voracità dell’accumulazione capitalistica

Così facendo – fra le altre cose – si è disatteso il più grande degli insegnamenti della dottrina medica classica che può riassumersi nell’aforisma: “non esistono malattie, esistono malati”. Lo specialista per definizione non si occupa di un malato: nel migliore dei casi si interessa di un organo o di un insieme di organi, se non addirittura della singola funzione di un organo. Gli specialisti – nessuno lo nega – possono contribuire in modo sostanziale alla risoluzione di casi clinici complessi. La loro opera, però, deve essere non sostitutiva ma integrativa rispetto a quella del medico generalista e dell’internista (o del geriatra), i quali, essendo gli unici abilitati ad avere una visione integrale del paziente, della sua storia e del suo inserimento sociale, possono in molti casi arrivare alla diagnosi direttamente e con  costi minori, oppure – ove sia indispensabile – possono procedere alla richiesta di consulenze specialistiche sulla base di un ragionamento clinico mirato e personalizzato.

Naturalmente perché questo accada il medico di medicina generale deve godere della stima del paziente e della collettività. Deve essere consapevole della centralità del proprio ruolo. Deve essere colto, aggiornato e inverare gli esiti di una formazione universitaria di tipo nuovo, capace di riconsiderare la centralità del medico di medicina generale in un’ottica umanistica e sensibile ai problemi della sostenibilità di un sistema universalistico che, per sopravvivere ed affermarsi, deve emanciparsi dalle follie dell’iper-specialismo e dell’iper-prescrizione di esami diagnostici e terapie farmacologiche. Naturalmente chi scrive è perfettamente consapevole delle mutazioni regressive e burocratiche che tanto hanno mortificato l’attività del medico di medicina generale nel corso degli ultimi decenni.

Non vi sono dubbi che una modificazione del paradigma che si è venuto affermando richiederebbe una vera e propria rivoluzione copernicana, capace di produrre l’integrale rovesciamento di un sistema (tolemaico) di valori e competenze che ha relegato ai margini un’intera categoria di professionisti. Augusto Murri soleva ripetere: “Nullus medicus nisi philosophus” (nessuno può essere medico senza essere filosofo). Lo deve essere, evidentemente, non in senso scolastico ma inverando un principio oramai totalmente evaporato: quello che annette alla medicina una complessità irriducibile alla banale applicazione di semplici protocolli e alla disponibilità, invece, a valutare il mondo della sofferenza sociale e individuale e quello della fragilità come un “insieme”.

Quanto questo richieda un coinvolgimento e una trasformazione dei processi di formazione universitaria sarebbe degno di una valutazione a parte, profonda e ancora tutta non solo da fare ma da concepire. Concludo queste brevi e provocatorie considerazioni sottolineando la consapevolezza che, all’interno della prospettiva delineata, i processi di rettifica nella formazione dei medici di medicina generale richiederebbero anni, oltre che una determinazione senza precedenti, nel produrre un sostanziale cambiamento di orizzonte, che ritrovi nella ri-considerazione del ruolo del medico di medicina generale il fulcro di una nuova riforma sanitaria. E’ chiaro che, nell’attesa che questo possa verificarsi, anche nel migliore dei casi, dovrebbero essere valutate delle soluzioni-ponte.

Aspetti normativi e organizzativi

E’ dalle premesse suesposte che si ricavano quegli elementi che vanno emendati per ridisegnare ruolo e funzioni del medico di medicina generale. In primo luogo l’attenzione va posta al carattere “ambiguo” dell’identità e del ruolo del medico di medicina generale nell’attuale ordinamento. Ci troviamo, infatti, dinanzi a un ossimoro vivente: quello che rende possibile l’esistenza di un libero professionista pagato dallo Stato. Il medico di libera scelta infatti incarna il paradosso di un professionista, praticamente libero da vincoli gerarchici, che può agire da solo o con minimi controlli da parte di un Distretto sanitario, non attrezzato a fornire strumenti di coordinamento e di verifica,  liberamente scelto da un’utenza in tutto e per tutto simile a una clientela privata la quale gode, però, di prestazioni pagate dal Pubblico. L’utente sceglie il proprio medico di famiglia dalle liste messe a disposizione dagli uffici del Distretto sanitario. Ma il più delle volte non conosce i professionisti presenti nelle liste e, comunque, il suo interesse prevalente sarà ricevere quelle prestazioni che lui ritiene rientrino fra i propri diritti, a partire da due cose fondamentali: la prescrizione di esami e di farmaci, la compilazione di certificati in caso di malattia.

Purtroppo, per come è ridotta la reputazione di questa tipologia di professionisti (lo dico con sincero rammarico), la competenza clinica è ritenuta una variabile accessoria. Nel senso comune vincente, infatti, se si profila un problema serio sarà lo specialista (privato o pubblico) che dovrà intervenire. Tradotto in termini pratici e in un’ottica certamente non assoluta ma sicuramente tendenziale: il medico di libera scelta preferito sarà quello che prescrive farmaci magari consigliati da altri, se non addirittura dal paziente stesso auto-formatosi su internet, oggi sulla AI, e redige certificati a richiesta. Naturalmente, la consapevolezza di questo perverso metro di giudizio rappresenta a sua volta un pesante condizionamento per il medico di famiglia, il quale specie se non massimalista, esiterà fortemente a negare una prescrizione o un certificato a un paziente che può, senza difficoltà alcuna, sostituirlo.

Questo tipo di rapporto in buona sostanza risulta essere tossico e manicomiale perché incardina la reputazione del medico a qualità e valori che nulla hanno a che vedere con la sua professionalità. Secondo questa scala di valori, un ottimo medico che sia attento all’interazione fra farmaci e giudichi con cauta circospezione l’auto-prescrizione di essi, risulta meno stimato di un medico mediocre o clinicamente latitante che, però, si mostri zelantemente disponibile di fronte a tutte le richieste del proprio assistito. Ecco, se pensate che gran parte degli equilibri della Medicina territoriale sono fondati su questo tipo di rapporto, avrete almeno un’idea delle prescrizioni immotivate e nocive, degli esami inutili richiesti, della valanga di soldi spesi inutilmente. Si ribadisce ad abundantiam che quella descritta è una realtà tendenziale che non esclude affatto circostanze e professionisti il cui operato è in controtendenza.

Appare utile, a partire da queste premesse, trarre indicazioni su come riemergere da questa palude, provando a introdurre elementi di razionalità nel panorama descritto. E allora, se parliamo di razionalità, tanto per cominciare, non si vede perché i medici ospedalieri debbano essere dei dipendenti e i medici di medicina generale no. Si tratta di un’evidente aberrazione, visto che in entrambi i casi essi si occupano degli stessi utenti che, pagando le tasse, finanziano e usufruiscono del medesimo Sistema sanitario. In un caso in regime ambulatoriale e in un altro in ambito ospedaliero. Questa semplice constatazione rappresenta la più solida delle basi su cui fondare una proposta che non è affatto scontato che piaccia a molti dei medici di medicina generale e a quei sindacati, a vocazione corporativa, che ne tutelano gli interessi.

Qui tocchiamo un altro punto delicatissimo. Lo stato di cose sopra descritto, infatti, ha selezionato interessi e posture di significato etico dubbio che producono, a fronte delle assurdità logiche sopra evidenziate, medici di famiglia che difendono lo stato di cose presenti, pur lamentando (giustamente) carichi di lavoro burocratico abnorme. Insomma, detto in poche parole: non è detto che le prime vittime di questo sistema perverso (i medici di famiglia) mostrino interesse a un cambiamento profondo di questo assurdo ordinamento. Anzi sembrerebbe esattamente l’opposto.

Resta il fatto che se non si procederà in questa direzione, è molto probabile che la sanità pubblica imploda e i pronto-soccorso esplodano. La pars construens di questo ragionamento è presto detta, Si tratta di prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di trasformare i medici di Medicina generale in dipendenti del tutto assimilabili ai medici ospedalieri. Con gli stessi riconoscimenti e lo stesso trattamento. Anzi, con la possibilità di abbattere le barriere che oggi separano la medicina territoriale da quella ospedaliera. Le stesse che fanno sì che tanta considerazione venga data agli ospedalieri (specialisti) e tanto poca ne venga riservata ai medici di base. Uno stesso ruolo quindi, un medesimo trattamento, un ‘insieme di doveri ma anche di diritti che configurino il profilo di un medico unico al servizio del Sistema sanitario nazionale. Questa figura potrebbe persino transitare da una collocazione all’altra e cioè, ad esempio, passare dall’ambulatorio alla corsia e viceversa a seconda delle esigenze del territorio e del medico stesso. E’ intuitivo capire come gli standard di professionalità migliorerebbero e come l’elasticità delle risposte alle esigenze della Sanità pubblica risulterebbe tonificata.

Nel frattempo il medico del territorio risulterebbe liberato dai “ricatti” dei suoi assistiti, disposti a cambiare scelta se il loro medico di base non è disponibile a trascrivere la prognosi richiesta o esita a prescrivere un farmaco consigliato dalla vicina di casa. Il Distretto sanitario, all’interno di questa nuova organizzazione, potrebbe garantire una funzione di raccordo preziosissima e, fornito degli strumenti e delle figure competenti, di controllo, verifica e coordinamento dell’attività ambulatoriale e dei rapporti con l’Ospedale. In questo contesto, lo strumento preziosissimo delle Cure domiciliare potrebbe riprendere fiato e troverebbe un freno il fenomeno spaventoso dell’istituzionalizzazione di pazienti geriatrici.

Il tutto in un ‘ottica di razionalizzazione che restituirebbe ai medici di medicina generale la professionalità perduta, comporterebbe dei risparmi enormi, decongestionerebbe gli ospedali e i pronto-soccorso e contribuirebbe a salvare la Sanità pubblica. Che a ispirare questa visione vi siano convincimenti che antagonizzano le derive iperliberiste, che hanno mostrato il loro vero catastrofico volto durante la recente pandemia da Covid, chi scrive non ha il minimo interesse a negare.

                                          La case della Comunità nel DM 77/2022

Modello normativo, sostenibilità socioeconomica e criticità

Il Decreto Ministeriale 77/2022 (Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale) delinea la profonda riorganizzazione della sanità territoriale italiana, ponendo le Case della Comunità (CdC) come asse portante del nuovo SSN. Questo dossier unisce il modello teorico alle reali complessità socioeconomiche del Paese, integrando le analisi indipendenti sui fattori di rischio e di sostenibilità.

1. Il Modello Organizzativo: Hub e Spoke

Il decreto prevede una ramificazione capillare delle strutture sul territorio, classificate secondo due livelli di complessità assistenziale:

Sede “Hub” (Struttura Principale)

  • Standard di popolazione: 1 CdC Hub ogni 40.000 – 50.000 abitanti.
  • Continuità assistenziale: Presenza medica e infermieristica garantita H24, 7 giorni su 7 (ottenuta tramite l’integrazione strutturata delle cure primarie e dei servizi di continuità assistenziale/ex Guardia Medica sui moduli H12).
  • Servizi: Core completo delle prestazioni sanitarie, sociosanitarie e diagnostiche di base.

Sede “Spoke” (Struttura di Prossimità)

  • Standard: Collegate funzionalmente alla CdC Hub di riferimento per garantire l’equità nei territori frammentati, orograficamente complessi o nelle aree interne.
  • Continuità assistenziale: Apertura minima garantita di 12 ore al giorno (H12), 6 giorni su 7 (Lunedì – Sabato).
  • Servizi: Cure primarie e ambulatoriali essenziali, fortemente supportate da sistemi di digitalizzazione e telemedicina per il teleconsulto specialistico.

2. Funzioni Principali e Integrazione dei Servizi

La Casa della Comunità supera la concezione del tradizionale poliambulatorio per configurarsi come un ecosistema integrato e multidisciplinare:

  • Punto Unico di Accesso (PUA): Vero e proprio snodo di accoglienza e orientamento. Ha il compito di decodificare il bisogno espresso dal cittadino (sanitario, sociosanitario o sociale puro) e attivare in modo lineare il percorso assistenziale corretto.
  • Équipe Multiprofessionali: Integrazione operativa orizzontale e verticale tra Medici di Medicina Generale (MMG), Pediatri di Libera Scelta (PLS), Specialisti Ambulatoriali clinici, Assistenti Sociali e la figura chiave dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (IFoC).
  • Sanità di Iniziativa e Diagnostica di Primo Livello: Gestione proattiva delle patologie croniche ad alta prevalenza (es. Diabete mellito, ipertensione, BPCO, insufficienza cardiaca) attraverso percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) e l’ausilio di strumentazione diagnostica di base (ecografi, elettrocardiogrammi, spirometri, punti prelievo centralizzati).
  • Prevenzione e Promozione della Salute: Centralizzazione delle attività vaccinali, programmi di screening oncologici, salute di genere, percorsi consultoriali e tutela della salute materno-infantile.

3. Standard Teorici del Personale (per singola CdC Hub)

Per assicurare la piena operatività a regime, il DM 77 stila precisi requisiti minimi di organico di riferimento per ciascun Hub:

Ruolo ProfessionaleStandard Quantitativo Minimo (DM 77)
Infermieri di Famiglia e Comunità (IFoC)7 – 11 unità (incluso il Coordinatore Infermieristico)
Personale di Supporto e Amministrativo5 – 8 unità (Coordinamento amministrativo, Amministrativi, OSS)
Assistenti SocialiAlmeno 1 unità dedicata all’integrazione sociosanitaria
Medici di Medicina Generale / PLSRaggruppati in forme organizzative complesse, attivi a rotazione oraria all’interno della struttura

4. L’Impatto con la Realtà Socioeconomica: I Fattori di Crisi

L’attuazione del disegno normativo, sebbene sostenuta finanziariamente per la parte infrastrutturale dai fondi del PNRR (Missione 6 Componente 1), scontra contro severe barriere strutturali del sistema macroeconomico e demografico del Paese:

La Carenza di Personale (Crisi Organica): L’Italia vive una drammatica carenza infermieristica e medica. A livello nazionale mancano circa 65.000-70.000 infermieri rispetto agli standard europei. Coprire lo standard di 7-11 IFoC per ogni CdC Hub è complesso e rischia di generare uno svuotamento dei reparti ospedalieri o delle residenze sanitarie assistenziali.

Il Nodo della Spesa Corrente: Il PNRR finanzia rigorosamente le spese di investimento (mattoni, ristrutturazioni edili, acquisto di grandi apparecchiature), ma esclude la copertura della spesa corrente (stipendi del personale, costi di manutenzione ordinaria, utenze). I bilanci delle singole Regioni, in particolare quelle soggette a Piani di Rientro dal deficit sanitario, faticano a reperire i fondi ordinari per contrattualizzare il personale necessario.

Digital Divide e Fragilità Demografica: La Telemedicina (Televisita, Teleconsulto e Telemonitoraggio) costituisce l’infrastruttura immateriale delle CdC, specialmente per le sedi Spoke. Tuttavia, le aree interne soffrono ancora di lacune nella connettività a banda larga e la popolazione anziana (principale destinataria dei servizi di cronicità) mostra bassi indici di alfabetizzazione digitale, richiedendo una mediazione fisica continua.

5. La Matrice di Confronto: Modello Teorico vs Realtà Operativa

Obiettivo DM 77Ostacolo Socioeconomico RealeImpatto Operativo Attuale
Continuità assistenziale Hub H24Carenza organica cronica di medici e restrizioni sui costi dei turni.Frequente riduzione degli orari effettivi di apertura a fasce H12 o solo diurne.
Multidisciplinarità realeInquadramento contrattuale dei MMG come liberi professionisti convenzionati.Resistenze al trasferimento fisico nelle strutture; difficoltà di reale coordinamento.
Rete capillare di SpokeElevati costi fissi di gestione parametrizzati su piccoli volumi di utenza nelle aree svantaggiate.Rischio concreto di declassamento delle strutture a meri punti prelievo o ‘scatole semivuote’.
Equità TerritorialeMarcata sperequazione finanziaria e organizzativa tra i sistemi sanitari regionali.Ampliamento del gap storico Nord-Sud nell’effettiva erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).

6. L’Analisi Critica: Il Pensiero del Prof. Cartabellotta (Fondazione GIMBE)

Il monitoraggio indipendente condotto dalla Fondazione GIMBE, presieduta dal Prof. Nino Cartabellotta, analizza costantemente l’avanzamento della Missione 6 del PNRR, sollevando importanti criticità di scenario:

  • Il Rischio ‘Cattedrali nel Deserto’: Cartabellotta ha ripetutamente denunciato il paradosso di un piano che edifica o ristruttura volumetrie edilizie senza un contestuale sblocco del tetto di spesa per il personale sanitario. Senza risorse umane dedicate, le Case della Comunità rischiano di rimanere gusci edilizi privi di reale offerta assistenziale.
  • Rimodulazioni e Disomogeneità Regionale: Nonostante i target numerici del PNRR siano stati oggetto di revisione governativa, la mappa dell’attuazione mostra una sanità a più velocità. Le regioni che disposevano già di modelli territoriali avanzati (es. Emilia-Romagna, Toscana, Veneto) stanno assorbendo la riforma con relativa efficacia, mentre il Mezzogiorno mostra ritardi preoccupanti, acuiti dai vincoli finanziari pregressi.
  • La Necessità di una Riforma Contrattuale: Secondo l’analisi GIMBE, la transizione non potrà dirsi compiuta senza una riforma coraggiosa dell’accordo collettivo nazionale dei Medici di Medicina Generale. Diventa imperativo integrare strutturalmente i medici di base nei vincoli organizzativi dell’azienda sanitaria, superando la natura puramente fiduciaria e isolata dello studio professionale privato.

Focus: L’ingresso dei MMG nelle Case della Comunità

Nello specifico, le osservazioni del Prof. Cartabellotta sul coinvolgimento dei Medici di Medicina Generale (MMG) evidenziano il nodo focale che rischia di bloccare la riforma assistenziale, articolandosi su tre criticità strutturali:

1. L’Anomalia Giuridico-Contrattuale: Il MMG opera come un libero professionista in regime di convenzione e non come dipendente del SSN. L’Accordo Collettivo Nazionale non prevede l’obbligo tassativo del trasferimento fisico o della turnazione rigida all’interno delle mura della struttura pubblica. Cartabellotta sottolinea il paradosso di un’azienda sanitaria che deve coordinare turni H24 o H12 all’interno di strutture pubbliche dovendo negoziare la presenza di professionisti autonomi su base volontaria o tramite frammentati accordi regionali integrativi.

2. Lo Svuotamento dei Servizi e il Modello ‘Poliambulatorio’: Qualora i medici di famiglia mantengano l’esclusività operativa nei propri studi privati, le Case della Comunità perdono la propria funzione nativa. Non potendo attuare una reale ‘medicina di iniziativa’ e l’interazione quotidiana a stretto contatto con l’Infermiere di Famiglia e con gli specialisti, le CdC rischiano di degradare a semplici poliambulatori periferici per esami di routine, fallendo l’obiettivo della presa in carico globale.

3. La Crisi Demografica e il Sovraccarico del Massimale: L’impatto della ‘gobba demografica’ sta causando il pensionamento in massa dei medici storici senza un ricambio generazionale sufficiente. Con massimali di assistiti spesso elevati in deroga (fino a 1.800 – 2.000 pazienti per medico), costringere professionisti già saturi di adempimenti burocratici a spostarsi fisicamente, coprire turnazioni complesse e partecipare a tavoli multidisciplinari risulta strutturalmente insostenibile senza una radicale semplificazione dei loro compiti ordinari.

La Proposta di GIMBE: Per superare questa impasse strutturale, il Prof. Cartabellotta sostiene la necessità di una riforma contrattuale storica: il passaggio progressivo alla dipendenza dal SSN per i Medici di Medicina Generale (partendo dalle nuove generazioni). Solo lo status di medico dipendente permetterebbe una reale pianificazione organizzativa pubblica dei servizi territoriali, rendendoli integrati, obbligatori e uniformi al pari del comparto ospedaliero.

“Senza un massiccio e strutturato investimento nel Fondo Sanitario Nazionale e una riforma coraggiosa del lavoro dei medici di base, le Case della Comunità rischiano di essere solo dei nuovi contenitori che non cambieranno la vita dei pazienti cronici, lasciando i Pronto Soccorso ancora una volta come unico punto di sfogo per i cittadini.”

— Prof. Nino Cartabellotta, Presidente Fondazione GIMBE

Conclusioni e Prospettive di Sostenibilità

Perché le Case della Comunità non falliscano il proprio mandato istituzionale di ‘cancello d’ingresso unico’ al sistema sociosanitario, occorre integrare il pilastro clinico con quello comunitario. Ciò impone il coordinamento organico con i servizi sociali dei Comuni e la valorizzazione del Terzo Settore (associazionismo, volontariato, cooperazione sociale) come attore co-progettista. Solo una transizione guidata da investimenti sul capitale umano e flessibilità organizzativa potrà convertire il modello teorico del DM 77 in una reale ed equa prossimità assistenziale.

    Il destino dei medici di medicina generale, delle case di comunità e degli utenti

Consapevole della complessità dell’intera questione, ritengo che i contenuti della bozza del Ministro Schillaci, diffusi dalla stampa, che ridisegna l’operatività e lo status giuridico dei medici di medicina generale non possano essere compresi e valutati, nei loro limiti e nella loro contraddittorietà, se non alla luce delle considerazioni precedenti. Senza entrare in dettagli evitabili in questo contesto, infatti, il decreto prevede per i medici di medicina generale attualmente in servizio il mantenimento dello status di liberi professionisti pagati dallo Stato, che sarebbe come dire la conferma dell’attuazione di un principio ossimorico normalmente rifiutato dal senso comune, e prevede l’assegnazione di un certo numero di ore lavorative da svolgere obbligatoriamente nelle Case di Comunità, inversamente proporzionale al numero degli assistiti seguiti. I neoassunti, viceversa, lo sarebbero a tutti gli effetti come medici dipendenti tout court.

Ora a parte il totale disinteresse, che era sin troppo facile prevedere, per tutti quegli argomenti teorico-pratici che sconsigliano lo spezzettamento del sapere e del fare in Sanità, una cosa appare di accecante evidenza: si tratta della volontà di non contrastare, se non il meno possibile, gli interessi corporativi dei sindacati dei medici di medicina generale. Questi ultimi, infatti, nonostante il bassissimo rango del lavoro prevalentemente burocratico svolto, nonostante la discutibile reputazione fagocitata in toto dagli specialisti, tendenzialmente non desiderano passare alle dipendenze del SSN. Non lo vogliono perché è solo nelle pieghe dell’attuale ordinamento che trovano soddisfazione i loro interessi e la loro insofferenza a qualsiasi struttura gerarchica. Non ripeto a questo punto le già esposte ragioni della  personale convinzione che debba esistere una unica figura di medico dipendente all’interno del SSN, del resto con ampi margini di accordo con quanto si è riferito in ordine alle posizioni dell’Associazione Gimbe,  sicuramente non un’accolita di pericolosi estremisti.

Roberto Gramiccia

Già direttore sanitario di Struttura complessa, specialista in Medicina interna e Geriatria

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