La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo. Frances Stonor Saunders
di Marco Pondrelli
Sfogliando il libro di Frances Stonor Saunders possiamo leggere questo interessante passaggio: «Scrisse il capo del Covert Action Staff della CIA: i libri sono diversi da ogni altro mezzo di propaganda, prima di tutto perché un solo libro può far cambiare in modo significativo l’atteggiamento del lettore, in misura non paragonabile a quella che si può ottenere con qualsiasi altro mezzo singolo. Pubblicare libri è, pertanto, l’arma più importante (e ad ampio raggio) nella strategia di propaganda» [pag. 299].
La battaglia combattuta dall’imperialismo statunitense è stata ed è anche una battaglia teorica e culturale. Si tratta di un tema affrontato, con riferimento all’Unione europea, da Thomas Fazi in un libro di recente pubblicazione. La scelta della casa editrice Fazi di ripubblicare il volume di Frances Stonor Saunders appare quindi oggi più che giustificata.
Chiariamo subito che l’Autrice non è una militante comunista né una nostalgica dell’Unione Sovietica; anzi, non manca di criticare quel sistema. Proprio questa sua posizione rende il lavoro ancora più interessante. È infatti significativo scoprire come la CIA, attraverso il suo «Congresso per la libertà della cultura», abbia organizzato e finanziato una presenza capillare nei Paesi alleati. Questa attività propagandistica coinvolse anche personaggi insospettabili in Italia, come Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, la cui rivista Tempo Presente venne generosamente finanziata dalla CIA. L’agenzia, oltre a influenzare la politica estera, «stava in realtà agendo da Ministero della Cultura degli Stati Uniti» [pag. 158]. Sempre l’Autrice scrive: «Piacesse loro o no, ne fossero o meno consapevoli, frotte di intellettuali occidentali erano ora legati alla CIA» [pag. 421].
Verrebbe da chiedersi perché oggi compaiano spesso avvisi che informano il pubblico del legame di un determinato account con il governo cinese o russo, mentre nulla di simile accade quando finanziamenti e sostegni arrivano da oltre Atlantico o da Bruxelles. È un tema più che mai attuale. I benpensanti potrebbero rispondere che alla propaganda del nemico — ieri l’URSS, oggi Cina e Russia — si debba reagire con misure decise. A questo proposito, però, l’Autrice si domanda: «La partecipazione della CIA alla guerra culturale solleva domande problematiche. Gli aiuti economici influirono, condizionandolo, sul processo attraverso il quale gli intellettuali e le loro idee si misero in luce?» [pag. 10]. Se oggi politici e giornalisti militanti vogliono togliere la parola alla propaganda russa o cinese — utilizzando spesso questo argomento per delegittimare ogni forma di dissenso — perché non viene riservata la stessa severità a coloro che, invece dei rubli, si fanno pagare in dollari?
La guerra culturale iniziò a essere combattuta in Germania, dove una parte significativa degli apparati nazisti venne reclutata nella lotta al comunismo. Anche negli Stati Uniti il prestigio dell’URSS era elevato. Dopo la paura suscitata dalla Rivoluzione del 1917 e la parentesi del patto Ribbentrop-Molotov, la guerra combattuta contro la Germania nazista aveva notevolmente accresciuto il prestigio dell’Unione Sovietica. Lo stesso Churchill, nel discorso in cui parlò per la prima volta della «cortina di ferro», rese omaggio all’impresa sovietica. Pochi ma influenti personaggi iniziarono allora a lavorare per modificare questa simpatia nell’opinione pubblica. Ribaltando l’affermazione di Willy Brandt — «Noi siamo stati eletti dal popolo, non [siamo] gli eletti» — questi uomini, tra cui Allen Dulles e Kermit Roosevelt, nipote di Theodore Roosevelt, consideravano se stessi gli «eletti», senza alcun bisogno di legittimazione popolare.
Si tratta di un passaggio importante della riflessione della Saunders. A guidare questa guerra fu infatti un’élite, cioè quel gruppo sociale che più avrebbe avuto da perdere da una trasformazione in senso progressista della società statunitense. Come scrive l’Autrice nelle conclusioni del volume: «Le stesse persone che lessero Dante, frequentarono Yale e ricevettero un’educazione fondata sulle virtù civili, reclutarono nazisti, manipolarono il risultato di elezioni democratiche, diedero l’LSD a persone innocenti, spiarono la posta di migliaia di cittadini americani, rovesciarono governi, appoggiarono dittature, progettarono assassinii e organizzarono il disastro della Baia dei Porci. “In nome di che?”, si chiedeva un critico. “Non delle virtù civili ma dell’impero”» [pag. 522].
La guerra culturale toccò anche l’arte, in particolare Pollock e l’espressionismo astratto. Questo non significa negare la dignità artistica di quel movimento, né sostenere che esso sia stato soltanto un’espressione della politica anticomunista. Ciò che emerge dal libro della Saunders è piuttosto l’utilizzo che ne venne fatto, così come l’uso politico del cinema, chiamato a difendere i «veri» valori americani.
Parallelamente alla battaglia culturale vi era quella volta ad ammutolire le voci critiche e dissenzienti. Proprio come accade oggi, si cercava di impedire dibattiti e convegni; nel periodo maccartista questa repressione raggiunse il suo apice. Il clima era quello di una vera e propria intimidazione nei confronti di chi dissentiva: «A parte I.F. Stone, il cui bollettino settimanale di quattro pagine stampato in proprio prendeva in esame i vari temi d’attualità senza obbedire alla regola secondo cui ogni questione dovesse essere preceduta da una dichiarazione d’anticomunismo, non ci fu nessun altro giornalista, che io riesca a ricordare, che riuscì a resistere a quella tempesta senza barcollare» [pag. 233]. Sono parole di Arthur Miller che rappresentano efficacemente quel passaggio storico, durante il quale si arrivò perfino a mettere al bando molti libri, alcuni dei quali erano già stati proibiti dalla Germania nazista.
I soldi non erano un problema. Un certo Gilbert Greenway, agente della CIA, si lamentava addirittura di non sapere come spenderli. Da dove provenivano queste risorse? Da un lato vi erano le fondazioni private — particolarmente attiva la Fondazione Ford — ma, in parte, i fondi arrivavano anche dagli stessi Paesi oggetto delle «attenzioni» americane. Il Piano Marshall prevedeva infatti che ogni Stato versasse alla propria banca centrale una cifra equivalente agli aiuti ricevuti dagli Stati Uniti; il 5% di tale importo poteva poi essere utilizzato dal governo di Washington. In altre parole, denaro europeo veniva impiegato per consentire agli Stati Uniti di influire sulle politiche dei Paesi europei.
Il libro della Saunders, pur analizzando un periodo storico ormai concluso, conserva una notevole attualità, perché offre una chiave di lettura utile anche per comprendere molte dinamiche contemporanee. Non mettiamo in dubbio che numerosi intellettuali e artisti siano sinceramente convinti della superiorità dell’Occidente e degli Stati Uniti; sarebbe però interessante sapere se, oltre alla convinzione personale, vi sia anche qualcos’altro.
20/6/2026 https://www.marx21.it/










Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!