Lo spezzatino malconcio del Campo Largo
di Renato Fioretti –
La sinistra italiana vive da anni in una condizione di sospensione strategica, una sorta di limbo politico in cui ogni evento, anche quando favorevole, viene immediatamente neutralizzato da una narrazione difensiva. La vittoria del NO al referendum avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta: un’occasione per ridefinire priorità, linguaggi, alleanze. Invece è stata assorbita in poche ore dentro la formula rassicurante del “campo largo già esistente”, come se bastasse pronunciare quelle due parole per trasformare un insieme eterogeneo di forze in un progetto politico coerente. Il campo largo viene evocato come un fatto compiuto, quando in realtà è un’ipotesi fragile, un’architettura retorica che non corrisponde a nessuna coesione reale. È un modo per rinviare il confronto sulle divergenze profonde che attraversano le forze che dovrebbero comporlo, un modo per evitare di affrontare la questione centrale: che cosa vuole essere la sinistra italiana nel XXI secolo.
Le contraddizioni non sono marginali, né risolvibili con un generico appello all’unità. Sono differenze strutturali, radicate, spesso inconciliabili. Basti osservare il rapporto tra PD, M5S e Sinistra Italiana. Quest’ultima esprime una linea sostanzialmente alternativa rispetto a quella del PD: più radicale sul piano sociale, più netta sul piano dei diritti, più distante dalle compatibilità europee, più critica verso la NATO e verso il ruolo dell’Italia nei conflitti internazionali. La sua posizione sulla guerra in Ucraina è incompatibile con quella dell’ala riformista del PD, che continua a sostenere la linea euro‑atlantica e l’invio di armi. Il M5S, dal canto suo, ha assunto una postura oscillante ma tendenzialmente più vicina alla linea di AVS che a quella del PD, con un pacifismo pragmatico che spesso si traduce in una critica aperta alla strategia occidentale. In questo quadro, immaginare un campo largo che abbia una posizione unitaria sulla politica estera è praticamente impossibile.
Le divisioni interne al PD aggravano ulteriormente la situazione. Il partito è attraversato da correnti che non condividono né la stessa idea di Europa né la stessa idea di sinistra. C’è un’area che continua a guardare al riformismo moderato, convinta che la credibilità internazionale passi attraverso la continuità con le scelte degli ultimi vent’anni. C’è un’area più sociale, più attenta al lavoro e alle disuguaglianze, che vorrebbe un cambio di rotta più netto. C’è chi ritiene che la sinistra debba recuperare un rapporto con i ceti popolari e chi pensa che la priorità sia mantenere un profilo europeista e istituzionale. Queste differenze non sono semplici sfumature: sono linee di frattura che emergono su ogni dossier rilevante, dalla politica industriale alla transizione ecologica, dalla riforma fiscale alla politica estera.
Il tema Israele/Palestina ha reso ancora più evidente questa frammentazione. La sinistra italiana non ha una posizione unitaria sul conflitto: la sinistra “radicale” parla apertamente di apartheid, di violazioni sistematiche dei diritti umani, di necessità di riconoscere pienamente lo Stato di Palestina; il M5S oscilla tra una critica severa al governo israeliano e una prudenza istituzionale; il PD è diviso al suo interno tra chi sostiene una linea più equilibrata e chi, soprattutto nell’area riformista, mantiene una posizione più vicina alle tradizionali alleanze occidentali. Anche su questo tema, dunque, il campo largo non esiste: esistono posizioni incompatibili che nessuna formula unitaria riesce a ricomporre.
La questione economica non è meno problematica. La proposta di patrimoniale avanzata da Landini ha riaperto una faglia che attraversa la sinistra da almeno vent’anni. Fratoianni la sostiene apertamente, il M5S la utilizza come bandiera identitaria, mentre il PD è diviso: una parte la considera necessaria per ridurre le disuguaglianze, un’altra la ritiene un suicidio elettorale. Anche qui, nessuna convergenza reale. La discussione non riguarda solo un’imposta, ma il modello di società che si vuole costruire: redistribuzione o moderazione, conflitto sociale o compatibilità con i vincoli europei, centralità del lavoro o equilibrio tra interessi divergenti. Il campo largo, evocato come soluzione, diventa invece il contenitore di contraddizioni che nessuno vuole affrontare.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il nodo Renzi. La sua presenza è un fattore destabilizzante non solo per ragioni politiche ma per ragioni antropologiche. Renzi non è percepito come un alleato affidabile: ha una storia di rotture, scissioni, riposizionamenti continui; rappresenta un elettorato centrista e liberale incompatibile con quello del M5S; ha un’agenda personale che spesso prevale su quella collettiva. Una parte della sinistra ritiene che sia meglio perderlo che cercarlo, convinta che la sua presenza indebolirebbe qualsiasi progetto progressista. Un’altra parte, soprattutto nel PD, teme che escluderlo significhi rinunciare a una parte del centro riformista. È un vicolo cieco che nessuno riesce a sciogliere.
Ma c’è un ulteriore elemento, raramente affrontato con la necessaria lucidità: il rischio che Renzi, più che aggiungere voti, finisca per sottrarli. Non solo al M5S, che con lui non ha alcuna compatibilità elettorale, ma allo stesso PD, che potrebbe vedere una parte del proprio elettorato disaffezionarsi di fronte a un’alleanza percepita come innaturale. Al tempo stesso, esiste una minoranza — piccola ma presente — che ritiene Renzi utile per intercettare un segmento moderato che altrimenti resterebbe fuori dal perimetro progressista. Infine, molti temono un esito ancora più prevedibile: il ripetersi del tradimento già consumato durante la stagione Draghi, quando Renzi contribuì a far cadere un governo sostenuto anche dal centrosinistra.
La questione Renzi, dunque, non è un dettaglio tattico: è un capitolo autonomo, un nodo irrisolto che incide sulla credibilità stessa del campo largo. Non riguarda solo la sua figura, ma ciò che rappresenta: l’impossibilità di costruire un progetto politico stabile se al suo interno convivono attori che non condividono né la stessa visione né la stessa affidabilità reciproca.
A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento, spesso rimosso: chi guida il campo largo? La leadership non è un dettaglio estetico, è la condizione di possibilità di qualsiasi progetto politico.
Le opzioni teoriche sono tre:
- Le primarie tradizionali. Sono lo strumento storico del centrosinistra, ma oggi rischiano di essere percepite come un rito stanco, incapace di produrre legittimazione reale. Inoltre, presuppongono un corpo elettorale comune che oggi non esiste.
- Un volto nuovo. È l’ipotesi più evocata ma meno praticata. Un volto nuovo richiede un profilo credibile, riconoscibile, capace di parlare a mondi diversi. Ma soprattutto richiede che i partiti rinuncino a una parte del proprio controllo. È difficile immaginare che accada.
- Una leadership negoziata tra i partiti. È l’ipotesi più probabile, ma anche la più debole. Una leadership frutto di compromesso non genera mobilitazione, non produce identità, non costruisce un racconto. È una soluzione amministrativa, non politica.
Il risultato è che il campo largo non ha un leader perché non ha un progetto, e non ha un progetto perché non ha un leader. È un circolo vizioso che nessuno ha il coraggio di spezzare.
C’è un ulteriore rischio: una eventuale vittoria del centrosinistra, nelle condizioni attuali, sarebbe una vittoria di Pirro. Una vittoria che non apre una fase nuova, ma che riproduce le stesse fragilità che hanno portato alla sconfitta. Una vittoria che non consolida un progetto, ma che lo espone immediatamente al rischio di implosione. Una vittoria che, senza una strategia, senza una piattaforma comune, senza una leadership riconosciuta, potrebbe trasformarsi in una sconfitta differita.
La domanda finale non riguarda le speranze del campo largo, ma la capacità della sinistra di riconoscere la propria condizione. Senza un progetto, senza una visione, senza una strategia, nessuna alleanza può funzionare. Il campo largo non è una soluzione: è il sintomo di un problema più profondo. E finché questo problema non verrà affrontato, la sinistra continuerà a oscillare tra vittorie episodiche e sconfitte strutturali, incapace di trasformare un risultato politico in un percorso di ricostruzione.
La vittoria del NO ha dimostrato che esiste un potenziale, ma il potenziale non si traduce automaticamente in progetto. Per farlo servono scelte, conflitti, definizioni. Servono parole che non siano solo formule. Serve una direzione. Finché questa direzione non verrà individuata, il campo largo resterà un’illusione: un contenitore vuoto che promette unità ma produce paralisi, un nome che sostituisce la politica invece di generarla.
Napoli 15/7/2026









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