Insicurezza sul lavoro? Flash sui 46 anni di retroterra per capire il presente

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A partire dagli anni ’80 del secolo scorso è iniziato un periodo di declino dei diritti ed in generale delle precedenti conquiste ottenute dalla classe operaia dall’immediato dopoguerra in poi. L’analisi di questo arretramento rivela aspetti oggettivi e soggettivi: quelli oggettivi in quanto all’interno di una crisi mondiale il capitalismo con le delocalizzazioni è riuscito a dividere i lavoratori a livello internazionale; quelli soggettivi legati alla scomparsa di fatto di riferimenti politici e sindacali: i sindacati europei pur esistendo una CES (Confederazione Europea dei Sindacati) non si sono posti l’obiettivo di adeguare veramente il Movimento Sindacale alla dimensione sovranazionale che il livello di scontro richiedeva; a livello italiano la situazione è pessima in quanto solo poche realtà sindacali, che peraltro non riescono a marciare unite, hanno ancora una visione di classe.

Le divisioni tra gli operai che sono ancora a tempo indeterminato e la gran massa del precariato (un tempo la si definiva “esercito di riserva”) rappresentano un dato di fatto. La classe operaia ormai è composta per la maggior parte da soggetti con scarsa o nulla coscienza di classe e di conseguenza i meccanismi di solidarietà sono sempre più affievoliti, presupposto per ulteriori divisioni legate al genere ed alla provenienza da paesi diversi.

Coloro che autonomamente continuano a perseguire politiche di coinvolgimento dei colleghi in vertenze propositive o comunque di reale tutela degli interessi collettivi scontano l’isolamento dovuto alla mancanza di una rete organizzata a livello nazionale.
Alla perdita di potere contrattuale dei lavoratori si è aggiunta così negli ultimi 20-25 anni una diffusa perdita di salute e anche di sicurezza sul lavoro: non solo si è arrestato per chi svolge lavori usuranti l’allungamento dell’aspettativa di vita media, ma si è notevolmente contratta quella di vita in buona salute.

Le malattie professionali, per le quali i dati INAIL sono gravemente sottostimati, sono in aumento e non solo per un certo livello di “emersione” legato all’ampliamento della tabella del 2008, ma anche per l’onda lunga dei tumori professionali dovuti alle massive esposizioni a cancerogeni degli anni 60-90; di questi solo un numero limitato sono “tabellati”; sono invece in aumento le patologie muscolo scheletriche, quelle da stress lavorativo e da mobbing (queste ultime ancora non tabellate), ed altre patologie “emergenti” aventi nesso causale o concausale a basse/medie esposizioni a sostanze chimiche (come la Sindrome da Sensibilità Chimica Multipla) o a campi elettromagnetici (radiazioni non ionizzanti) come la Sindrome da Elettrosensibilità. Stante l’attuale situazione sopra descritta si prevede comunque, per il futuro, una diminuzione dei lavoratori colpiti da patologie professionali o da infortuni, ma solo perché la precarietà del lavoro li costringerà a non denunciarli o gli impedirà di correlare le patologie all’esposizione negli innumerevoli posti di lavoro che avranno frequentato per tempi insufficienti a documentarne il rischio.
E’ infine da considerare nel caso delle lavorazioni più inquinanti per i lavoratori, ma anche per le popolazioni residenti nelle vicinanze (Siderurgia, Grandi Opere con scavo di Tunnel inutili, industria chimica di sintesi e della raffinazione idrocarburi, centrali a carbone ) il periodico ripresentarsi di una conflittualità spesso insanabile tra lavoratori che difendono i posti di lavoro, essendo privi di prospettive occupazionali “pulite”, e cittadini che difendono il loro diritto a non ammalarsi.
CHE FARE?

Redazione Lavoro e Salute

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