Il lavoro dei migranti. La salute negata
Nicola Cocco
La cura contro la deprivazione assistenziale dei ghetti non si esaurisce nella pur fondamentale distribuzione di farmaci o nell’intervento delle cliniche mobili, ma si realizza quando i corpi considerati sacrificabili si organizzano in soggettività politica, rivendicando contratti regolari, alloggi dignitosi e lo svincolo del permesso di soggiorno dal ricatto padronale. È solo attraverso questa emersione della coscienza e del conflitto che si scardina l’architettura del razzismo sistemico, trasformando la nuda vita bracciantile in cittadinanza attiva e universale.
La violenza normativa sulla salute dei lavoratori migranti è documentata da un solido corpo di letteratura peer-reviewed e dai dati occupazionali globali. I lavoratori stranieri sono sistematicamente confinati nei cosiddetti 3D Jobs (Dirty, Dangerous and Demanding/Degrading): impieghi caratterizzati da bassi salari, scarsa qualificazione e un altissimo indice di pericolosità intrinseca.[1] In Italia, la componente straniera rappresenta circa il 10,5% del totale degli occupati, ma sconta un tasso di disoccupazione e di sotto-inquadramento professionale enormemente superiore rispetto ai lavoratori italiani.[2] Questo fenomeno di occupational downgrading (il declassamento rispetto alle competenze reali o ai titoli di studio posseduti nel paese d’origine) agisce come un determinante sociale di salute distruttivo. Nei fatti tale declassamento forzato non rappresenta soltanto una perdita di capitale umano, ma si configura come una vera e propria ferita biografica: lo scollamento tra le aspirazioni individuali e la brutalità della segregazione occupazionale nei campi o nei cantieri genera un’usura psicologica cronica, che aumenta significativamente il rischio di sviluppare, tra gli altri, disturbi d’ansia e depressione maggiore.[3]
Sotto il profilo della salute occupazionale, il report del Ministero del Lavoro del 2025 evidenzia che il 23,1% del totale degli infortuni sul lavoro registrati in Italia colpisce lavoratori stranieri, e che essi rappresentano oltre il 21% dei decessi complessivi sui luoghi di impiego (Figura 1).
Figura 1. Percentuale di incidenza dei lavoratori stranieri su infortuni totali e decessi in Italia. (Fonte: Ministero del Lavoro, 2025)

I settori maggiormente esposti sono il manifatturiero (28,5%), l’edilizia (14,9%) e l’agricoltura (14,9%) (Figura 2), contesti in cui lo sforzo fisico estremo, la perdita di controllo dei macchinari e l’assenza totale di dispositivi di protezione individuale determinano lesioni acute e patologie croniche invalidanti. Le denunce di malattie professionali tra i cittadini migranti superano stabilmente quelle dei lavoratori italiani, concentrandosi sulle patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, causate da ritmi di lavoro estenuanti e posture incongrue prolungate per dodici ore al giorno nei campi o nei cantieri.
Figura 2. Distribuzione settoriale degli infortuni. Manifatturiero, edilizia e agricoltura si configurano come i principali comparti patogeni

Questa sistematica usura dell’apparato osteo-muscolare ha generato un ulteriore, drammatico indicatore epidemiologico: il ricorso diffuso e spesso incontrollato ad analgesici maggiori, antinfiammatori e sostanze stupefacenti per sopprimere chimicamente il dolore e la fatica nei campi e nei cantieri. Come documentato dalle inchieste giudiziarie sul caporalato nelle campagne pontine e del Mezzogiorno — tra cui l’indagine “No Pain” — e dai servizi delle unità di strada, è emerso un consumo sistematico di oppiacei, capsule di papavero da oppio (poppy pods) e potenti antidolorifici (come il Depalgos o il Lyrica).[4],[5] Non si tratta di una ricerca di eufonia o di tossicodipendenza classica, ma di una forma di “doping occupazionale” strutturale, spesso caldeggiato o imposto dai caporali stessi, indispensabile per consentire a corpi clinicamente logori di reggere turni di dodici o tredici ore sotto il sole. Questa medicalizzazione del dolore non fa che accelerare il processo di weathering cellulare, mascherando i sintomi di acuzie sistemiche e infarti miocardici, e trasformando il bracciante in una macchina biologica alienata, la cui autonomia arriva in alcuni casi ad essere interamente subordinata alla “performance” psicofarmacologica. La dimensione quantitativa di questa sottomissione chimica emerge chiaramente dai dati aggregati della letteratura sociosanitaria e dalle indagini epidemiologiche sul campo (Figura 3), che fotografano una vera e propria medicalizzazione coatta della fatica.[6],[7]
Figura 3 Prevalenza stimata dell’uso di presidi farmaceutici e sostanze dopanti a fini occupazionali tra i lavoratori stagionali migranti

(Rielaborazione dati su fonti di letteratura sociosanitaria e inchieste sul campo)
Questo quadro di sofferenza somatica si riflette in modo speculare sulla salute mentale. Gli studi epidemiologici dimostrano un nesso causale diretto tra la precarietà contrattuale, lo status di irregolarità e l’insorgenza di gravi disturbi neuropsichiatrici. Ricerche condotte sul contesto italiano rivelano che la probabilità di prescrizione e consumo di farmaci psicotropi (ansiolitici, antidepressivi, ipnotici) aumenta esponenzialmente nei lavoratori sottoposti a contratti temporanei e instabili.[8] Quando a questa precarietà si somma la condizione di immigrato privo di documenti, l’impatto psicopatologico diventa devastante. Questa sofferenza psichica è alimentata da quella che alcuni Autori definiscono come ‘insicurezza persistente e dislocazione sociale’[9]: l’ansia cronica di essere arrestati, trattenuti o espulsi, unita all’esperienza quotidiana del razzismo istituzionale e dello sfruttamento economico, frammenta l’identità dell’individuo, esaurendo le sue risorse di resilienza psicologica.
Dal biopolitico al necropolitico: il caporalato come dispositivo di morte
L’intersezione tra l’esclusione giuridica, la segregazione abitativa nei “ghetti” privi di acqua e igiene[10] e lo sfruttamento nei campi configura il passaggio definitivo dal paradigma biopolitico foucaultiano a quello della necropolitica teorizzato da Achille Mbembe.[11] Se la biopolitica organizza e disciplina i corpi per metterli a valore, la necropolitica definisce le condizioni in cui intere popolazioni sono sottomesse a forme di esistenza che rasentano lo status di “morti viventi”, corpi la cui sussistenza biologica è costantemente sospesa e sacrificabile in nome della sovranità del mercato. Il caporalato non è una semplice forma di criminalità organizzata o un residuo arcaico di relazioni agrarie pre-moderne: esso è il braccio operativo della necropolitica neoliberista. È il dispositivo che decide quali corpi possono lavorare fino all’esaurimento e quali possono essere lasciati morire quando smettono di essere produttivi. Le morti ad Amendolara e il martirio di Satnam Singh sono eventi strutturali di questa logica necropolitica. Ripetere i loro nomi non è un esercizio di memoria consolatoria, ma un atto di accusa contro il sistema del migranticidio: il lento, sistematico e burocratico annullamento delle persone migranti attraverso le politiche razziste di questi anni.[12] Dobbiamo sottrarre all’oblio i volti di chi è stato arso vivo o abbandonato sul ciglio della strada, almeno cominciare a farlo:
- Waseem Khan, bracciante pachistano di 29 anni, ucciso carbonizzato ad Amendolara il primo giugno 2026;
- Amin Fazal Khogjani, bracciante afghano pashtun di 28 anni, ucciso carbonizzato ad Amendolara il primo giugno 2026;
- Ullah Ismat Qiemi, bracciante afghano pashtun di 19 anni, ucciso carbonizzato ad Amendolara il primo giugno 2026;
- Safi Layjad, bracciante afghano pashtun di 27 anni, ucciso carbonizzato ad Amendolara il primo giugno 2026;
- Satnam Singh, ucciso dallo sfruttamento e dall’omissione di soccorso a Latina nel giugno 2024;
- Paul Neeraj, morto dopo due settimane di agonia per plurime patologie non curate mentre lavorava nei campi del napoletano, il 24 aprile 2026;
- Abdellah Rahali, precipitato da quindici metri durante la ristrutturazione abusiva di un edificio a San Marcellino, il 12 marzo 2026;
- Bakari Sako, bracciante ucciso a Taranto dalla violenza e dal razzismo nella notte tra l’8 e il 9 maggio 2026;
- Sayed Abdelwahab Mahmoud, ucciso dalle esalazioni velenose delle fosse settiche nel veneziano il 4 agosto 2025;
- Ziad Saad Abdou Mustafa, ucciso dalle esalazioni velenose delle fosse settiche nel veneziano il 4 agosto 2025;
- … e chissà quanto dovrebbe proseguire questo stillicidio.
Queste vite non sono state spezzate da incidenti fortuiti, ma da un assetto economico che accetta la morte biologica come un costo esternalizzabile della produzione. Finché i Decreti Flussi e la Legge Bossi-Fini manterranno i lavoratori in una condizione di clandestinità forzata e ricattabilità permanente, lo Stato italiano e nonché l’impianto legislativo europeo sulle migrazioni si renderanno complici di questa transizione necropolitica.
Il fantasma di Rosarno: Dalla deumanizzazione alla ri-soggettivizzazione come prassi di cura
La memoria delle campagne italiane custodisce un trauma storico rimosso che riaffiora ciclicamente come un fantasma biopolitico: la rivolta di Rosarno del gennaio 2010.[13] Spesso derubricata dalla narrazione giornalistica a mero episodio di ordine pubblico o a scontro interetnico, l’insurrezione dei braccianti della Piana di Gioia Tauro ha rappresentato in realtà il primo, clamoroso atto di resistenza collettiva contro una precisa infrastruttura necropolitica. Le cause profonde di quella rivolta affondavano le radici in condizioni abitative e lavorative speculari a quelle che oggi riscontriamo ad Amendolara e 15 anni fa a Boreano: corpi stipati all’interno di ex fabbriche dismesse o baraccopoli di plastica, privi di servizi igienici essenziali, esposti stabilmente alla violenza strutturale dei caporali e alla sanzione amministrativa della Bossi-Fini. Il punto di rottura — il ferimento a colpi di fucile ad aria compressa di alcuni lavoratori da parte di residenti locali — ha svelato il livello di penetrazione della deumanizzazione all’interno del tessuto sociale. Come teorizzato dalla psicologia sociale e dall’antropologia medica, la deumanizzazione sottrae all’altro la qualità di essere umano, riducendolo a puro “strumento” o a “minaccia biologica”, legittimando così l’esercizio della violenza fisica e la tolleranza sociale della sua morte.[14]
La risposta necropolitica dello Stato a quella rivolta non fu una riforma strutturale della filiera agricola, bensì lo sgombero forzato, la deportazione assistita verso altre regioni e la cancellazione materiale dell’insediamento: un tentativo di ricollocare quei corpi all’interno della loro funzione di “invisibili” ingranaggi del sistema economico.[15]
Tuttavia, Rosarno ha dimostrato che la vera «cura» contro la reificazione violenta operata dal razzismo istituzionalizzato non può risiedere in un approccio meramente assistenziale o paternalistico, che rischia di perpetuare lo status di vittima passiva e subordinata della persona migrante. Se, come ci ha insegnato Franco Basaglia, l’istituzione totale e il potere amministrativo tendono a oggettivare l’individuo per poterlo dominare e distruggere, l’unico dispositivo terapeutico e politico in grado di spezzare questa catena è la ri-soggettivizzazione. Ri-soggettivarsi significa per il lavoratore migrante riappropriarsi della propria voce, della propria storia e della propria identità civile, transitando dalla condizione di oggetto di sfruttamento a quella di soggetto di diritto e di lotta.
La cura contro il deserto sanitario e la deprivazione terapeutica dei ghetti non si esaurisce nella pur fondamentale distribuzione di farmaci o nell’intervento delle cliniche mobili, ma si realizza quando i corpi considerati sacrificabili si organizzano in soggettività politica, rivendicando contratti regolari, alloggi dignitosi e lo svincolo del permesso di soggiorno dal ricatto padronale. È solo attraverso questa emersione della coscienza e del conflitto che si scardina l’architettura del razzismo sistemico, trasformando la nuda vita bracciantile in cittadinanza attiva e universale.
Conclusione: oltre la nuda vita della propaganda
L’analisi di sanità pubblica e l’antropologia medica non possono limitarsi alla descrizione del danno epidemiologico; devono pretendere il ribaltamento politico del paradigma vigente. È urgente rivolgere un appello fermo alle istituzioni europee e nazionali affinché si ponga fine alle pratiche securitarie e alle politiche di esternalizzazione delle frontiere che invisibilizzano e annullano le persone migranti, puntando a scardinare il razzismo istituzionale che differenzia il valore intrinseco degli individui in base alla loro nazionalità d’origine.
Dobbiamo superare i paradigmi securitari della propaganda elettorale, che riducono gli esseri umani a cifre, minacce o, al contrario, a mera “nuda vita” da proteggere per spirito caritatevole. È necessario rivendicare il diritto alla salute come diritto universale e inalienabile (Art. 32 Costituzione), svincolato dal possesso di un permesso di soggiorno o di un contratto di lavoro. Solo restituendo dignità contrattuale, visibilità giuridica, sicurezza occupazionale e soggettività politica alle persone migranti potremo porre fine alla strage silenziosa dei nostri campi e delle nostre città, restituire senso alla salute pubblica e riaffermare la libertà di movimento come l’unico orizzonte possibile per una civiltà che torni a definirsi umana.
Nicola Cocco, Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM)
[1] WHO. World report on the health of refugees and migrants. Geneva: World Health Organization; 2022.
[2] Istat, Rapporto annuale 2025. La situazione del Paese, Roma, Istituto Nazionale di Statistica, 2025, https://www.istat.it/produzione-editoriale/rapporto-annuale-2025-la-situazione-del-paese-il-volume/.
[3] Devillanova, C., Franco, C., & Spada, A. (2024). Downgraded dreams: labor market outcomes and mental health in undocumented migration. SSM-Population Health, 26, 101652.
[4] Di Mambro, G. (2021, 31 maggio). Sabaudia: farmaci dopanti ai braccianti per lavorare di più. La Via Libera, https://lavialibera.it/it-schede-594-braccianti_indiani_sabaudia_latina_farmaco_droga
[5] Bacchi, U. (2017, 19 luglio). Opium numbs the pain for Indian pickers exploited on Italian farms. Thomson Reuters Foundation, https://www.reuters.com/article/world/opium-numbs-the-pain-for-indian-pickers-exploited-on-italian-farms-idUSKBN1A41UP/
[6] In Migrazione. (2014). Doparsi per lavorare come schiavi: Il doping strutturale nel caporalato agro-pontino, https://www.inmigrazione.it/it/progetti-e-dossier/doparsi-per-lavorare-come-schiavi
[7] Omizzolo, M., & Sodano, P. (Eds.). (2015). Migranti e territori: lavoro, diritti, accoglienza. Ediesse.
[8] Moscone, F., Tosetti, E., & Vittadini, G. (2016). The impact of precarious employment on mental health: The case of Italy. Social science & medicine, 158, 86-95.
[9] Hussain, Z., & Ullah, I. (2026). Psychological strain and social dislocation among undocumented Pakistani migrants living in Italy. Discover Social Science and Health.
[10] Di Gennaro, F., Lattanzio, R., Falanga, C., Negri, S., Papagni, R., Novara, R., … & Saracino, A. (2021). Low-wage agricultural migrant workers in Apulian ghettos, Italy: general health conditions assessment and HIV screening. Tropical Medicine and Infectious Disease, 6(4), 184.
[11] Mbembe, A. (2016). Politiques de l’inimitié [Politiche dell’inimicizia]. La Découverte. (Opera originale pubblicata come saggio breve nel 2003: Necropolitics. Public Culture, 15[1], 11-40). Trad. it. di S. De Falco, Necropolitica, Verona, Ombre Corte, 2016.
[12] Cocco, N., Marchese, V., & Nicoli, F. (2026, 18 maggio). For whom the cry for help tolls. Journal of Medical Ethics Blog. https://blogs.bmj.com/medical-ethics/2026/05/18/for-whom-the-cry-for-help-tolls/
[13] Cfr. La Repubblica. (2010, 7 gennaio). Rosarno, immigrati in rivolta dopo il ferimento di due di loro. https://www.repubblica.it/cronaca/2010/01/07/news/rosarno_immigrati_in_rivolta_centinaia_di_auto_danneggiate-1872028/
[14] Volpato, C. (2011). Deumanizzazione: Come si legittima la violenza. Laterza.
[15] Fiorenza, E. (2024, 28 giugno). Lo sfruttamento della manodopera straniera in agricoltura e il caso di Rosarno. Economia e Politica. https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/lo-sfruttamento-della-manodopera-straniera-in-agricoltura-e-il-caso-di-rosarno/
22/7/2026 https://www.saluteinternazionale.info/










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