Economia. Proposta per la Sinistra

di Alessandro Volpi – Economista

Stiamo correndo di nuovo, per effetto della guerra, verso l’inflazione che determinerà quel vero e proprio furto rappresentato dal “drenaggio fiscale”, destinato a impoverire soprattutto il cosiddetto ceto medio, quello che sarebbe danneggiato dalla Patrimoniale dell’1%.

Provo a raccontare perché non è così e come proprio quel ceto medio potrebbe essere difeso. 

L’indicizzazione delle aliquote Irpef non rappresenta soltanto un correttivo tecnico, ma una scelta di fondamentale giustizia sociale necessaria per arginare gli effetti distorsivi del drenaggio fiscale, il cosiddetto fiscal drag, che agisce come una tassa occulta sui redditi da lavoro e da pensione. 

In un contesto economico caratterizzato da un’inflazione persistente, il mancato adeguamento dei tetti degli scaglioni e delle detrazioni d’imposta finisce per punire i contribuenti che ricevono aumenti salariali volti esclusivamente a compensare l’aumento del costo della vita.  

Si stima che un lavoratore appartenente al ceto medio, con un reddito lordo annuo tra i 30.000 e i 35.000 euro, possa arrivare a perdere a causa del fiscal drag una cifra compresa tra i 350 e i 500 euro l’anno di potere d’acquisto reale, poiché una parte del suo stipendio “scivola” verso l’aliquota superiore o vede ridursi il valore delle detrazioni spettanti. 

A livello di bilancio statale, questo meccanismo genera un extra-gettito che può variare dai 3 ai 4 miliardi di euro per ogni punto percentuale di inflazione non recuperata, risorse che lo Stato preleva dai consumi delle famiglie senza una discussione parlamentare trasparente. 

Si tratta di un fenomeno che diventa drammatico quando l’inflazione raggiunge livelli significativi come un ipotetico 4% annuo, tutt’altro che impossibile vista la condizione internazionale di guerra.

 In uno scenario di questo tipo, senza un meccanismo di correzione automatica, l’aggravio fiscale per il ceto medio si farebbe insostenibile: lo stesso lavoratore con un reddito di circa 35.000 euro, pur ricevendo un eventuale adeguamento salariale per pareggiare il carovita, vedrebbe una quota crescente della sua busta paga tassata con aliquote superiori o subirebbe la drastica riduzione delle detrazioni per lavoro dipendente, conoscendo una perdita reale che può superare gli 800 euro annui, con un extra gettito per lo Stato in questo caso destinato a sfiorare i 12 miliardi di euro a livello nazionale. 

Per rendere sostenibile la neutralizzazione di tale perdita e proteggere i salari reali, appare dunque opportuna l’introduzione di una imposta patrimoniale ordinaria dell’1% applicata sulla quota di ricchezza netta eccedente i 2 milioni di euro. 

Questa misura, che colpirebbe una platea estremamente ristretta di contribuenti — stimata in circa lo 0,5% della popolazione che detiene però quote enormi della ricchezza finanziaria e immobiliare del Paese — sarebbe in grado di generare un gettito annuo rilevante, quantificabile tra i 10 e i 14 miliardi di euro a seconda delle modalità di accertamento. 

Una simile copertura non solo permetterebbe di finanziare interamente l’indicizzazione automatica dell’Irpef, garantendo la stabilità del potere d’acquisto per oltre 40 milioni di cittadini, ma avanzerebbe risorse preziose per difendere il Welfare.

Spostare il carico tributario dal reddito da lavoro, eroso dall’inflazione, alla grande ricchezza accumulata permetterebbe di riequilibrare il sistema fiscale rendendolo più equo e dinamico, trasformando l’indicizzazione da un costo per il bilancio pubblico in un motore di equità distributiva capace di sostenere la domanda interna e la coesione sociale in fasi di enorme incertezza economica.

Migliorare le condizioni reali di vita della popolazione italiana non sarebbe difficile. Bisognerebbe fare delle scelte radicali, senza avere paura.

21/7/2026

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