Palestina, la guerra senza tregua: l’Italia ancora al fianco di Netanyahu
I coloni accelerano la pulizia etnica e nuove denunce chiamano in causa anche l’Italia per il sostegno politico e logistico a Israele.
Mentre Benjamin Netanyahu è volato negli Stati Uniti per incontrare Donald Trump e consolidare l’asse politico e militare tra Washington e Tel Aviv, sul terreno la guerra contro il popolo palestinese continua senza sosta.
A Gaza il genocidio prosegue tra bombardamenti, fame e distruzione, mentre in Cisgiordania l’offensiva assume sempre più i contorni di un’annessione militare e coloniale accompagnata da una sistematica campagna di espulsione della popolazione palestinese.
Il viaggio del premier israeliano è stato preceduto da un gesto dal forte valore politico: il governo italiano ha autorizzato il sorvolo del proprio spazio aereo all’aereo di Stato “Wing of Zion”, nonostante Netanyahu sia destinatario di un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Un’autorizzazione che riapre il dibattito sugli obblighi derivanti dallo Statuto di Roma e sul ruolo dell’Italia nei confronti di un governo accusato dalle principali istituzioni internazionali di gravissime violazioni del diritto internazionale.
Nel frattempo Netanyahu ha cercato di presentarsi a Washington con un’apparente apertura sul futuro di Gaza, approvando l’ingresso di una nuova amministrazione tecnocratica palestinese e di una forza internazionale di stabilizzazione.
Ma l’annuncio è stato immediatamente svuotato di significato: gli stessi organismi coinvolti hanno chiarito che nessun dispiegamento sarà possibile senza il ritiro dell’esercito israeliano, ipotesi che il governo di Tel Aviv continua a respingere.
L’obiettivo dichiarato resta quello di mantenere una presenza militare permanente nella Striscia e nelle altre aree occupate. A preoccupare sempre di più è però quanto sta accadendo in Cisgiordania. Lontano dai riflettori puntati su Gaza, l’offensiva dei coloni e dell’esercito israeliano ha assunto caratteristiche sempre più sistematiche.
Dopo gli scontri avvenuti nei pressi del villaggio di Tell, nell’area di Nablus, l’esercito ha lanciato vaste operazioni militari, effettuando decine di arresti, demolizioni di abitazioni e nuove chiusure dei centri abitati palestinesi. Le incursioni hanno colpito Jenin, Nablus, Ramallah, Hebron e numerose altre località, mentre i coloni hanno incendiato moschee, devastato terreni agricoli, abbattuto uliveti e creato nuovi avamposti illegali.
La geografia delle aggressioni non appare casuale. Gli attacchi seguono con impressionante regolarità il tracciato della Road 60, la principale arteria che collega le colonie israeliane dal nord al sud della Cisgiordania. È lungo questa direttrice che si concentra una strategia di espulsione delle comunità palestinesi attraverso intimidazioni, violenze quotidiane, incendi, furti di bestiame e distruzione delle coltivazioni.
Una politica che punta a svuotare intere aree della presenza palestinese per consolidare l’annessione di fatto del territorio. Le organizzazioni umanitarie denunciano inoltre un progressivo collasso del sistema sanitario palestinese anche in Cisgiordania. I posti di blocco militari impediscono o ritardano il passaggio delle ambulanze, pazienti in dialisi restano bloccati per ore, donne sono costrette a partorire ai checkpoint o all’interno delle automobili e perfino gli aborti spontanei vengono collegati ai ritardi imposti dalle autorità militari israeliane. Una situazione denunciata sia dalla Mezzaluna Rossa Palestinese sia da Physicians for Human Rights Israel.
Di fronte all’escalation delle violenze, nei villaggi palestinesi stanno rinascendo i comitati popolari di autodifesa, una forma di organizzazione civile che richiama l’esperienza della Prima Intifada. Giovani volontari sorvegliano le campagne durante la notte, coordinano sistemi di allerta attraverso le moschee e le chat locali e cercano di scoraggiare gli attacchi dei coloni con una presenza collettiva. Non dispongono di armi da fuoco, ma soltanto di torce, bastoni e della forza della mobilitazione popolare.
Una risposta alla sensazione di totale abbandono da parte delle istituzioni internazionali e alla convinzione che esercito e polizia israeliani intervengano ormai quasi esclusivamente per proteggere i coloni.
Emblematica è la testimonianza di Khalil Hathaleen, fratello dell’attivista Awdah Hathaleen, ucciso un anno fa dal colono Yinon Levi nella zona di Masafer Yatta. A distanza di dodici mesi il presunto responsabile continua a vivere liberamente nell’insediamento costruito sulle terre palestinesi, mentre gli attacchi contro la comunità si sono intensificati e le famiglie vivono sotto la costante minaccia di nuove demolizioni e aggressioni.
Intanto emergono nuove denunce anche sul ruolo dell’Italia nella filiera militare che alimenta la guerra. Secondo la rete No Harbour for Genocide e BDS Italia, un nuovo carico di componenti elettronici destinati all’industria militare israeliana sarebbe transitato dal porto di Venezia Marghera verso la Israel Military Industries, oggi controllata da Elbit Systems, principale produttrice di armamenti dell’esercito israeliano.
Le organizzazioni chiedono ispezioni immediate e la verifica delle autorizzazioni previste dalla legge 185 del 1990 sull’esportazione di materiali d’armamento, denunciando il rischio che i porti italiani continuino a essere utilizzati per sostenere l’apparato militare responsabile delle operazioni nei Territori palestinesi occupati.
Il quadro che emerge è quello di una crisi che continua ad aggravarsi su tutti i fronti. Mentre la diplomazia internazionale resta paralizzata e gli incontri tra Netanyahu e Trump sembrano orientati soprattutto a rafforzare l’asse politico tra Stati Uniti e Israele, sul terreno avanzano contemporaneamente il genocidio a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania e un processo di annessione sempre più esplicito dei territori palestinesi occupati. In questo scenario, il silenzio o la complicità dei governi europei, Italia compresa, rischiano di trasformarsi in uno degli elementi che consentono la prosecuzione di questa strategia.









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