IL MONDO MULTIPOLARE E I BRICS

di Federico Losurdo

BRICS e de-occidentalizzazione del mondo

Se si vuole “prendere sul serio” il progetto politico dei BRICS, avviato ormai da più di un quindicennio, è opportuno un approccio equilibrato. Certo, i BRICS non sono un progetto già compiuto in grado di proporsi sin d’ora quale alternativa coerente all’ordine internazionale americano-centrico. Essi costituiscono ancora un’organizzazione istituzionale “leggera”, attraversata da interessi nazionali distinti che rendono arduo assumere posizioni pienamente condivise sui molteplici scenari di crisi internazionale (a cominciare dall’approccio “timido” nei confronti di Israele e del “genocidio” a Gaza). D’altro canto, sarebbe sbagliato sottovalutare il proposito dei BRICS di “revisionare” alcuni pilastri dell’ordine americano-centrico con tre obiettivi chiave: a) la graduale riduzione della dipendenza dal dollaro e dalla connessa infrastruttura finanziaria; b) la trasformazione delle istituzioni multilaterali, ai fini di una loro democratizzazionec) un’innovativa concezione dei diritti umani, a partire dal riconoscimento di un diritto “universale” allo sviluppo economico, sociale, culturale. Inoltre, i BRICS hanno una storia relativamente breve, se comparati ad altre organizzazioni internazionali, quali la NATO e la UE. Non è, insomma, ancora possibile prevedere se i BRICS rimarranno un coordinamento di paesi “non allineati”, oppure se svilupperanno idee e progetti per una graduale trasformazione dello status quo

Quale che sia il giudizio di valore sui BRICS, la loro emersione rappresenta una delle manifestazioni più emblematiche e uno snodo di un processo di de-occidentalizzazione del mondo (Colombo 2025; Canfora 2025). La prima riunione formale dei BRIC si svolge in Russia nel 2009 all’indomani della crisi economica, originatasi nel cuore della finanza privata statunitense e poi “esportata” in Europa e nel resto del mondo. Quella crisi aveva portato alla luce i vizi sistemici dell’ordine americano-centrico: la iper-finanziarizzazione dell’economia; un sistema incentrato sul dominio del dollaro come arma di coercizione nei confronti degli altri Stati; e una globalizzazione a trazione neoliberale che ha portato a livelli “astronomici” i divari di ricchezza esistenti tra Stati, territori e classi sociali. 

Una globalizzazione più inclusiva

I BRICS promuovono un’idea di globalizzazione diversa da quella che ha visto come protagonisti i paesi occidentali i quali, sfruttando a proprio vantaggio la divisione internazionale del lavoro e il controllo delle catene del valore, hanno accresciuto enormemente il divario rispetto ai paesi in via di sviluppo, beneficiando altresì dell’eredità materiale e istituzionale di tre secoli di dominio coloniale. Per un’eterogenesi dei fini, la globalizzazione di segno neoliberista, dopo avere rafforzato in una prima fase il dominio planetario dei paesi occidentali, è divenuta la chiave di volta della “grande convergenza” delle economie emergenti. Quest’ultimi paesi sono riusciti ad attrarre maggiori capitali ed investimenti, grazie ai costi del lavoro sensibilmente più bassi rispetto a quelli dei paesi del primo mondo, avviando processi di industrializzazione che hanno ridisegnato la geografia economica mondiale. È stata, in particolare, l’ascesa della Cina, specie dopo la sua ammissione al WTO (2001), ad indurre in Occidente un “ripensamento” sulle magnifiche e progressive sorti del paradigma libero-scambista fondato sulla concorrenza senza limiti, fino al ritorno a forme di protezionismo economico culminate nell’aggressiva politica dei dazi decisa da Donald Trump nei confronti del resto del mondo.

In questa cornice, i BRICS (con la spinta decisiva di Cina e Brasile) difendono un modello di globalizzazione più inclusivo, non condizionato ai paradigmi neoliberali della stabilità finanziaria e della concorrenza e basato su una strategia “win-win”, sull’aspettativa cioè di un incremento degli scambi commerciali mondiali e della prosperità complessiva, grazie alla costruzione di grandi reti infrastrutturali, sul modello della cinese “Belt and Road Initiative” (Arlacchi 2025).

La riduzione della dipendenza dal dollaro

La forza militare statunitense poggia da sempre su una infrastruttura di potere più “profonda”: la centralità del dollaro e dei circuiti finanziari connessi che gli Stati Uniti possono trasformare in “armi” contro chi si oppone agli interessi speciali di Washington (Volpi 2025). Occorre riepilogare le ragioni storiche che hanno garantito al dollaro il “privilegio esorbitante” di diventare la moneta di riserva del sistema economico mondiale. Nel 1971 la Presidenza Nixon sospese unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro, mettendo fine all’ordine di Bretton Woods (1947). Gli Stati Uniti divennero, di fatto, liberi di emettere dollari senza un vincolo materiale. Da quel momento, la capacità di emettere debito in una valuta che funge da riserva globale ha contribuito a sostenere deficit esterni crescenti e, insieme, la proiezione internazionale della potenza militare americana. Il sistema possedeva un proprio equilibrio. Washington manteneva una bilancia commerciale strutturalmente negativa, mentre i dollari affluivano nuovamente negli Stati Uniti sotto forma di investimenti in attività denominate in dollari (titoli pubblici, strumenti finanziari, quote azionarie) e di risparmio convogliato verso i grandi gestori patrimoniali, le cosiddette Big Three (BlackRock, Vanguard e State Street)

Il processo di “de-dollarizzazione” ha subito un’accelerazione, quando le sanzioni economiche di portata eccezionale adottate contro la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina, hanno reso evidente agli occhi di molti Stati il rischio sistemico per la sovranità nazionale derivanti da un ordine economico disegnato attorno al dollaro. In particolare, è divenuto chiaro come le infrastrutture connesse al dollaro possono essere impiegate come strumenti di coercizione: gran parte degli istituti bancari russi sono stati esclusi dal circuito bancario Swift; parallelamente, una quota molto rilevante delle riserve valutarie russe detenute in giurisdizioni occidentali è stata congelata (intorno a 260–300 miliardi di euro).

In questo contesto, i BRICS hanno iniziato a discutere la creazione di piattaforme di pagamento e compensazione (anche digitali) per ridurre la dipendenza dalle infrastrutture occidentali e favorire regolamenti in valute nazionali. Alcuni segnali sono già visibili. Cina e Russia regolano una quota crescente dei loro scambi commerciali in yuan e rubli. L’India ha sperimentato accordi di regolamento in valuta locale con vari partner. La People’s Bank of China ha attivato numerose linee di swap con banche centrali di diversi paesi per facilitare la liquidità in monete nazionali. Si tratta di tasselli di un mosaico ancora incompleto ma che indicano una direzione di marcia: ridurre l’esposizione sistemica al dollaro e i rischi per la sovranità nazionale.

La prospettiva della de-dollarizzazione è percepita come una minaccia esistenziale per l’esistenza dell’ordine americano-centrico. Non solo perché può intaccare la colossale rendita finanziaria associata al dollaro, ma anche perché può ridurre la capacità statunitense di proiettare la propria potenza militare nel mondo. Nell’intento di contrastare questo disegno, gli USA tentano di ribadire il proprio dominio militare sui “chokepoints” (stretti marittimi) e di appropriarsi materialmente delle materie prime strategiche (energia e minerali critici), in modo tale da mantenere un controllo sui flussi commerciali globali. Rientrano in questa logica, il blitz finalizzato al rapimento del Presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, la ripetuta minaccia di annessione forzata della Groenlandia e, da ultimo, la guerra scatenata contro l’Iran. Anche la “guerra per procura” tra Nato e Russia su suolo ucraino può essere letta secondo questa chiave interpretativa: come un conflitto finalizzato a spezzare definitivamente la possibilità di un asse energetico-industriale tra Germania e Russia in grado di concretizzare l’autonomia strategica europea dagli USA. 

La “democratizzazione” delle istituzioni multilaterali

Il graduale superamento della dipendenza dal dollaro non è, dunque, soltanto una scelta tecnico-finanziaria, ma si inscrive in una più ampia visione multipolare dell’ordine internazionale. L’emersione di una pluralità di centri di potere, di per sé, non è sufficiente a garantire una coesistenza pacifica, se non si accompagna ad una riforma profonda delle istituzioni multilaterali create nel secondo dopoguerra – ONU, FMI, Banca mondiale e Organizzazione mondiale del commercio (OMC) – ormai inadeguate a riflettere il nuovo equilibrio materiale del mondo. 

Nel merito, le proposte BRICS possono essere ricondotte a tre direttrici principali. Innanzitutto, i BRICS propongono una ridefinizione degli equilibri all’interno delle Nazioni Unite per rafforzare la capacità dei paesi in via di sviluppo di incidere sulle decisioni globali. I documenti ufficiali dei BRICS invocano criteri più trasparenti e rappresentativi nella selezione delle cariche apicali e sostengono le aspirazioni di Sudafrica, Brasile e India che aspirano ad un ruolo maggiore all’interno del Consiglio di sicurezza. In secondo luogo, i BRICS insistono sul riequilibro delle quote di partecipazione all’interno del FMI a favore delle economie emergenti. Le quote determinano non soltanto il contributo finanziario dei membri, ma anche il potere di voto e l’accesso ai programmi di finanziamento. L’attuale distribuzione delle quote risente di inerzie istituzionali e compromessi storici che tendono a sovrarappresentare i Paesi avanzati rispetto al peso economico e demografico di attori emergenti. In terzo luogo, i BRICS chiedono il ripristino del meccanismo di risoluzione delle controversie commerciali dinnanzi all’OMC. Vale la pena di ricordare che sono gli Stati Uniti che hanno paralizzato il funzionamento di tale meccanismo (impedendo il rinnovo dei membri dell’organo d’Appello), poiché non lo considerano più funzionale ai loro interessi nazionali. 

L’allargamento dei BRICS

La capacità dei BRICS di incidere in modo credibile sulla trasformazione delle istituzioni internazionali dipende, in misura rilevante, dal grado di coesione politica tra i propri membri. Proprio su questo terreno si manifesta una delle principali fragilità del gruppo: una configurazione istituzionale ancora relativamente “leggera” e, sotto vari profili, in via di consolidamento. A quindici anni dal primo vertice di Ekaterinburg, Russia (2009), i BRICS conservano un formato prevalentemente intergovernativo, orientato al coordinamento di posizioni su grandi dossier globali tramite atti di indirizzo che, in linea di principio, non vincolano giuridicamente gli Stati partecipanti. L’ultimo vertice dei BRICS a Rio de Janeiro, Brasile (6-7 luglio 2025) ha, tuttavia, dato un impulso forte a forme di cooperazione più strutturata tramite incontri a livello ministeriale (ad esempio in materia di esteri, finanze, salute, IA), forum paralleli (ad es. il BRICS Business Council, il BRICS Young Scientists) e gruppi di lavoro settoriali. Si tratta di segnali importanti di una istituzionalizzazione incrementale, priva per ora di meccanismi decisionali comparabili a quelli delle organizzazioni internazionali più “mature”.

L’allargamento più recente, con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti e, da ultimo, dell’Indonesia a partire da gennaio 2025, ha accresciuto fortemente l’eterogeneità economica, sociale, istituzionale e culturale del blocco. L’allargamento se, da un lato, rafforza la rappresentatività del Sud Globale; dall’altro, tende a rendere più faticosa la costruzione di posizioni comuni sui dossier di sicurezza internazionale, a cominciare dall’attuale crisi mediorientale che vede due nuovi membri, Iran ed Emirati Arabi, in aperto conflitto tra loro. 

Il diritto dei popoli allo sviluppo

Su un altro versante, i BRICS si fanno promotori di una concezione innovativa dei “diritti umani” che contesta l’impostazione liberal-democratica che assolutizza i diritti civili e politici, considerando figli di un dio minore quelli economico-sociali. I BRICS riconducono tanto i diritti civili e politici quanto quelli economici e sociali nella cornice più ampia del riconoscimento, per tutti i popoli, di un insopprimibile diritto allo sviluppo economico, sociale, culturale e, nelle formulazioni più recenti, ambientale. In questa prospettiva, l’obiettivo dello sviluppo non è ridotto a mera crescita economica, ma include partecipazione, inclusione e redistribuzione della ricchezza.

Su questa base teorica e anche con l’obiettivo di affrancarsi progressivamente dai canali di finanziamento associati al “Washington Consensus”, i BRICS (Vertice di Fortaleza, Brasile, 2014) hanno dato vita alla New Development Bank (NDB), la più importante istituzione dei BRICS. Essa ha sede a Shangai ed è stata costituita con un capitale iniziale sottoscritto di 50 miliardi di dollari, equamente ripartito tra i cinque membri fondatori, e un capitale autorizzato fino a 100 miliardi. La NDB ha la missione di mobilitare risorse per il finanziamento di grandi progetti infrastrutturali nei paesi BRICS e in altre economie emergenti, con la finalità di superare i meccanismi condizionali che gravano sui prestiti del FMI (soldi in cambio di austerità e riforme strutturali). La NDB, inoltre, contribuisce alla dinamica della de-dollarizzazione, non in quanto crea una nuova moneta comune (un passo ancora prematuro), ma nella misura in cui convoglia una parte delle risorse per lo sviluppo verso circuiti alternativi a quelli euro-atlantici e promuove il finanziamento in valuta locale, riducendo la dipendenza dai canali di credito incentrati sul dollaro.  

I BRICS non negano l’esigenza di uno “sviluppo sostenibile” che tenga conto dell’accelerazione del cambiamento climatico e della relativa scarsità delle risorse del pianeta. Ma chiedono che tale obiettivo non venga perseguito all’insegna di quello che il Presidente brasiliano, Lula da Silva, ha definito un “neocolonialismo verde”: un insieme di barriere commerciali e politiche protezionistiche, giustificate in nome dell’ambiente, ma spesso funzionali alla tutela dei vantaggi competitivi dei paesi già industrializzati. 

I BRICS rivendicano un paradigma di “giustizia climatica” che consideri la responsabilità storica dell’economie avanzate nell’accumulazione di emissioni e nel consumo delle risorse nel corso degli ultimi secoli. I BRICS, pur sostenendo l’Accordo di Parigi del 2015, sottolineano il diritto dei paesi emergenti a traiettorie di sviluppo economico ed energetico che consentano di ridurre la povertà delle fasce più vulnerabili della società, evitando l’imposizione di target climatici irrealistici e comunque socialmente regressivi.

Le prospettive incerte di un mondo multipolare

L’ordine americano-centrico affronta oggi una “crisi organica”, non una crisi congiunturale, ma una crisi insieme di legittimità e di razionalità (Todd 2024). Crisi di legittimità, nella misura in cui una parte crescente dei popoli della terra ritiene non più desiderabile, né riproducibile, un modello iper-neoliberista che predica diritti umani astratti, applicati con doppi standard e pretende di perpetuarsi attraverso il dominio economico-finanziario del dollaro. Crisi di razionalità, nella misura in cui molte istituzioni multilaterali create nel secondo dopoguerra non funzionano più come dispositivi efficaci di governo della conflittualità e sono ostacolate o paralizzate dagli stessi “attori” occidentali che ne furono i “promotori”, quando esse non risultano più funzionali ai loro interessi particolari (D’Attorre 2023).

In questo “inter-regno” gramsciano, il “vecchio” ordine si ostina a non “morire”. Gli Stati Uniti sono consapevoli della loro progressiva incapacità di esercitare un’autentica egemonia globale e della poderosa ascesa della Cina; il trumpismo è un effetto di questa dinamica (non la causa). L’ultima risorsa a disposizione dell’imperialismo americano è la nuda forza, sostenuta da un complesso militare che per ora non conosce rivali. Tuttavia, l’over-stretching ha costi crescenti e gli Stati Uniti sono risucchiati in nuovi fronti d’instabilità. Il Medio Oriente, in particolare, mostra quanto sia fragile l’idea di un controllo incontestato dei chokepoints, degli stretti. L’attuale stallo con l’Iran e la militarizzazione delle rotte energetiche trasformano la deterrenza in un gioco d’azzardo sul crinale dell’abisso.

In conclusione, il frastagliato progetto politico dei BRICS deve essere valutato in termini dialettici, interrogandosi sulla sua possibilità di contribuire alla lenta costruzione di un mondo multipolare capace di non degenerare in competizione conflittuale. L’emersione dei BRICS ha già iniziato ad incrinare alcuni pilastri dell’ordine americano-centrico. Primo, ha “smascherato” doppi standard e uso selettivo del diritto internazionale, rilanciando la necessità di una riforma profonda delle istituzioni multilaterali come condizione per una cooperazione meno gerarchica e più democratica. Secondo, ha messo in discussione l’ordine finanziario dollaro-centrico che per decenni ha condizionato lo sviluppo economico, sociale di molti paesi emergenti all’adozione di una ricetta monotematica conforme al “Washington Consensus”. Terzo, ha dato vita a strumenti istituzionali nuovi, su tutti la NDB, che si ingegnano a sottrarre una parte della finanza alle tradizionali filiere euro-atlantiche, orientando risorse verso infrastrutture e bisogni collettivi a lungo trascurati.

Il presupposto per la realizzazione di tale multilateralismo “trasformativo” è una consapevolezza elementare e insieme rimossa: la sicurezza o è condivisa e comune, oppure semplicemente non è (Cantaro 2023). È oggi più urgente che mai immaginare e mettere in pratica una nuova architettura di sicurezza comune, prendendo eventualmente a modello l’Atto finale di Helsinki del 1975, fondato sui principi di non ingerenza negli affari interni, rispetto dei diritti umani, integrità territoriale e autodeterminazione dei popoli. Furono questi principi a sostanziare l’equilibrio tra i due blocchi contrapposti durante la Guerra fredda; sono questi principi a collocarsi oggi al centro del progetto politico dei BRICS; ed è ancora da essi che occorre ripartire per evitare che le guerre senza “fine” del presente, dall’Ucraina al Medio Oriente, degenerino in una nuova grande guerra mondiale.

Testi citati nell’articolo

Arlacchi P., La Cina spiegata agli occidentali, Roma, Fazi, 2025.

Berlinguer E., La pace al primo posto. Scritti e discorsi di politica internazionale (1972-1984) a cura di Alexander Hobel, Milano, Donzelli, 2023.

Canfora L., Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto, Bari-Roma, Laterza, 2025.

Cantaro A., L’orologio della guerra. Chi ha spento le luci della pace, NTD editore, 2023.

Colombo A., Il suicidio della pace. Il collasso dell’ordine internazionale liberale, Milano, Cortina editore, 2025.

D’Attorre A., Metamorfosi della globalizzazione. Il ruolo del diritto nel nuovo conflitto geopolitico, Bari-Roma, Laterza, 2023.

Todd E., La sconfitta dell’Occidente, Roma, Fazi Editore, 2024.

Volpi A., La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Roma-Bari, Laterza, 2025.


*Federico Losurdo è Professore di Diritto costituzionale e pubblico dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Già Visiting professor in Brasile. Autore di numerosi saggi in materia di costituzione economica europea, diritti sociali, forme di governo, tra cui Lo Stato sociale condizionato. Stabilità e crescita nell’ordinamento costituzionale, Torino, Giappichelli, 2016.

https://www.sulatesta.net/

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