La fragile fortezza americana

Dal crollo dei consumi all’indebitamento delle famiglie, fino al declino delle riserve petrolifere. Tutti i nodi che mettono a nudo la vulnerabilità americana.

Salari stagnanti, consumi sempre più dipendenti dalle fasce più ricche, debito privato ai massimi storici e riserve strategiche di petrolio ai minimi storici. Dietro la forza finanziaria e militare degli Stati Uniti si accumulano contraddizioni che l’instabilità energetica internazionale rischia di rendere esplosive.

IN BREVE

SOS petrolio Le riserve strategiche di petrolio degli USA sono scese sotto i 300 milioni di barili, il minimo dal 1983. Al ritmo attuale di prelievo restano solo 41 giorni di autonomia senza cuscinetto energetico.

Disuguaglianze da record Lo 0,00001% più ricco detiene il 12% del PIL. Inoltre, l’1% possiede il 50% della ricchezza azionaria, mentre oltre metà della popolazione ha solo l’1% dei titoli netti.

Gap dei consumi I consumi generano il 68% del PIL americano, ma il 10% più ricco copre da solo il 49,2% della spesa totale. Il restante 80% della popolazione partecipa appena per il 37%.

Esplosione debito privato Il debito delle famiglie sfiora i 18,8 trilioni di dollari. Con tassi medio-alti al 20%, i ritardi oltre i 90 giorni sulle carte di credito sono balzati dal 7,6% al 12,8%.


Questo articolo costituisce la prima parte dell’analisi in tre puntate dedicata da Giacomo Gabellini ai principali nodi di vulnerabilità dell’economia globale.

Quarantuno giorni: è il margine che separa gli Stati Uniti dall’esaurimento delle loro riserve di greggio, al ritmo attuale dei prelievi. È il livello più basso degli ultimi 50 anni. Le caverne saline in cui gli Stati Uniti stipano da decenni le proprie riserve strategiche di greggio si stanno svuotando a ritmi che non si vedevano dai primi anni Ottanta. Con la Strategic Petroleum Reserve scesa sotto la soglia dei 300 milioni di barili per la prima volta dal 1983, la prima potenza globale rischia di ritrovarsi senza paracadute energetico.

L’interruzione prolungata dei flussi nello Stretto di Hormuz e le fiammate inflazionistiche globali stanno mettendo a nudo una vulnerabilità che per decenni era rimasta nascosta dietro la potenza finanziaria, militare ed energetica USA.  Per capire come quella che era la più grande economia del pianeta sia giunta a questo punto, occorre ricomporre un mosaico geopolitico e finanziario in cui ogni tessera — da Washington a Tokyo, passando per i mercati del credito privato — rischia di far crollare l’intera costruzione.

🇺🇸🇮🇷 The U.S. is down to just 41 days of crude oil, the thinnest cushion its had in 50 years…

The reason isn’t a mystery. Nearly 6 months into the Iran war, the Strait of Hormuz is still effectively shut, choking off up to 1/5 of the world’s oil supply.

To fill the gap, Trump… pic.twitter.com/RArTx8gXIZ— Mario Nawfal (@MarioNawfal) August 24, 2026

Salari & consumi

Il rapporto sui risparmi emergenziali negli Stati Uniti pubblicato da Bankrate all’inizio di febbraio sulla base delle rilevazioni effettuate nel dicembre 2025 attesta che soltanto il 47% statunitensi disponeva di liquidità sufficiente per coprire una spesa imprevista di 1.000 dollari. Un dato allarmante, che scaturisce dal declino costante – spalmato su un periodo ormai pluridecennale – della quota di reddito nazionale destinata ai lavoratori, crollata al minimo storico (52,9%) nel secondo trimestre del 2026.

Al declino tendenziale dei salari corrisponde un processo di concentrazione della ricchezza letteralmente senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Stando alle stime formulate dagli economisti Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez, all’apice della Gilded Age, negli ultimi decenni del XIX secolo, il patrimonio netto riconducibile allo 0,00001% più ricco della popolazione ammontava al 3% circa del Pil statunitense. Allo stato attuale, le fortune facenti capo al medesimo, ristrettissimo nucleo di super-facoltosi risulta equivalente al 12% del Pil.

Sebbene oltre la metà delle famiglie statunitensi detenga – direttamente o tramite fondi pensione – azioni e abbia quindi beneficiato dell’impennata record dei listini, il vantaggio reale che sono riusciti a trarne i segmenti medi e medio-bassi si è rivelato molto relativo. Secondo un’indagine condotta dalla Federal Reserve, l’1% più ricco della popolazione statunitense deteneva il 50% di tutte le azioni, per un valore di circa 27.600 miliardi di dollari al primo trimestre del 2026. Il 10% più ricco possedeva l’87% della ricchezza azionaria, pari a circa 48.000 miliardi di dollari. Il 50% più povero degli statunitensi, possedeva in termini netti soltanto l’1% delle azioni, per un controvalore di circa 590 miliardi di dollari.

La crescente divaricazione dei redditi si riflette nelle statistiche afferenti ai consumi. Secondo Moody’s Analytics, la fascia che riunisce il 10% dei contribuenti statunitensi a più alto reddito (circa 28 milioni di persone) ha coperto nel secondo trimestre del 2025 la quota record del 49,2% di tutta la spesa dei consumatori, con un aumento del 6% rispetto al 2020 e del 13% rispetto al 1995.

L’80% dei contribuenti a più basso reddito (circa 221 milioni di persone), di contro, rappresenta appena il 37% della spesa totale dei consumatori, con un crollo di 11 punti percentuali rispetto al 1995.

US ENERGY CRISIS Feb–Apr 2027

Been staring at the SPR chart for weeks and I don’t think people have internalized it.

293M barrels. Lowest since 1982.

But that headline number is soft. Roughly 70M of it can’t physically come out. The caverns have no pumps — you inject water at…— vsnation₿⟁🟣 (@vsnation_) August 24, 2026

Dal momento che i consumi costituiscono circa il 68% del Pil statunitense, ne deriva che il 10% più ricco della popolazione genera il 33% della crescita economica, prevalentemente sotto forma di acquisto di beni di lusso: yacht, aerei privati, alta moda…

Macigno del debito privato

Un’altra conseguenza, parimenti significativa, del processo di polarizzazione socio-economica statunitense è l’alto livello di indebitamento delle famiglie, pari a 18,8 trilioni di dollari nel secondo trimestre del 2026. Dalla scomposizione del dato aggregato emerge che 13,1 trilioni riguardano i mutui immobiliari e 1,66 trilioni i debiti studenteschi. I debiti sulle carte di credito hanno raggiunto quota 1,26 trilioni, con un aumento di 21 miliardi su base trimestrale. Il record storico di 1,28 trilioni era stato raggiunto nel quarto trimestre del 2025.

L’ammontare dei debiti sulle carte di credito rappresenta un indicatore particolarmente rilevante, sia perché misura la liquidità di cui le famiglie statunitensi necessitano per mantenere inalterati i propri livelli di consumo, sia in virtù delle sue insidiose implicazioni di medio periodo. Bankrate stima che il tasso medio di interesse sulle carte di credito oscilli stabilmente tra il 19,5 e il 20%. In presenza di penali, può raggiungere il 30%.

La quota di saldi delle carte di credito che registrano oltre 90 giorni di ritardo nei pagamenti è aumentata dal 7,6% al 12,8% tra la metà del 2022 e l’inizio del 2026.

«Molte famiglie vivono con uno stipendio a malapena sufficiente a coprire le spese. Basta un solo evento imprevisto per incorrere in un ritardo nei pagamenti» hanno sottolineato gli economisti della Federal Reserve di New York durante una recente conferenza stampa.

US workers’ share of GDP skids to fresh record low https://t.co/EUi8Mt2JyZ— Hank (@hankrob1958) August 15, 2026

Il pagamento delle imposte, dell’assicurazione sanitaria e del servizio del debito contratto con società di carte di credito e banche assorbe in altri termini tutto o quasi tutto il reddito di parte assai ragguardevole dei lavoratori statunitensi, spingendoli in misura crescente verso l’indebitamento. Di conseguenza, il debito tende a crescere più velocemente dell’economia, sottraendo risorse ai consumi e agli investimenti e accelerando così il processo di deindustrializzazione che l’amministrazione Trump ha ripetutamente dichiarato di voler bloccare o addirittura invertire.

Declino delle riserve di petrolio

La situazione è destinata a peggiorare a causa dell’inevitabile, imminente incremento dell’inflazione, dovuto alle implicazioni nefaste dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Combinandosi all’attivismo degli Houthi nel Mar Rosso, la chiusura intermittente dello Stretto di Hormuz da parte degli iraniani ha originato una colossale strozzatura dal lato dell’offerta energetica foriera di pesanti fiammate inflazionistiche in tutto il mondo. Inclusi gli Stati Uniti, che sotto l’amministrazione Trump hanno cercato di mitigare la spinta al rialzo dei prezzi associando a una comunicazione strategica palesemente progettata per manipolare il mercato il rilascio costante di petrolio estratto dalle riserve strategiche, precipitate da 414,4 a 293,4 milioni di barili tra il 20 febbraio e il 14 agosto.

Si tratta della soglia più bassa mai toccata dal 1983, e pericolosamente inferiore al limite operativo di 300 milioni di barili che garantisce la sicurezza delle caverne di sale in cui le riserve strategiche di greggio sono stoccate. Già allo stato attuale, ammoniscono gli specialisti, i continui prelievi hanno comportato una significativa diminuzione della pressione interna alle cavità, con conseguente indebolimento delle pareti saline e riduzione della capacità di pompaggio del sistema idraulico interno.

L’esaurimento del «cuscinetto d’emergenza» costituito dalle riserve strategiche priva l’amministrazione Trump di un fondamentale strumento di contenimento dei prezzi degli idrocarburi, in una congiuntura resa particolarmente problematica dall’incombenza di un altro fattore critico concomitante: la ripresa delle importazioni di petrolio da parte della Cina.

🚨 US crude cover just 41 days — lowest in ~50 yrs.
SPR ~289.7M bbls (1982 low).

Not “running out,” but the safety net is razor‑thin. If supply shocks hit, the cushion is almost gone. Where’s the refill plan?
#Oil #SPR #EnergySecurity #US #Markets 🛢️🇺🇸⚠️@LiberalCofeCat @Acyn pic.twitter.com/MUzvjp4bsY— Taylor Garcia (@TaylorGarcia100) August 26, 2026

Nel corso dei mesi passati, l’ex Celeste Impero aveva ridotto drasticamente (fino al 50%) gli approvvigionamenti di «oro nero» in un’ottica di allentamento delle tensioni sui prezzi generate dall’aggressione israelo-statunitense a danno dell’Iran, facendo affidamento su carbone e rinnovabili, su un maggiore impiego dei trasporti pubblici, sull’aumento della produzione interna di idrocarburi e sull’utilizzo delle scorte gigantesche allestite in precedenza.

Il cambio di registro varato da Pechino va per di più a sovrapporsi alla caduta significativa della capacità di raffinazione della Russia, imputabile ai continui attacchi con droni sferrati dalle forze armate ucraine contro gli impianti di lavorazione del greggio disseminati in varie zone del Paese.

Giacomo Gabellini

26/8/2026 https://krisis.info

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