Le sanzioni USA colpiscono i conti legati alla missione sanitaria cubana in Italia

L’embargo contro Cuba diventa così un’ingerenza nella nostra sanità e nella sovranità italiana, mentre centinaia di medici dell’isola garantiscono cure in una Calabria impoverita da anni di tagli e carenza di personale.

La guerra economica degli Stati Uniti contro Cuba attraversa l’Atlantico e arriva direttamente negli ospedali italiani. Il blocco dei conti operativi collegati alla missione dei medici cubani rappresenta infatti qualcosa di più dell’ennesimo capitolo dell’embargo imposto all’isola: mostra concretamente fino a dove possa arrivare la pretesa di Washington di trasformare le proprie sanzioni unilaterali in una legge valida per il resto del mondo.

A denunciarlo con parole durissime è l’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, che parla di una nuova «aggressione finanziaria» statunitense con conseguenze questa volta direttamente sulla salute pubblica italiana. Al centro della vicenda c’è l’inclusione di entità cubane nelle liste sanzionatorie dell’OFAC, l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro statunitense, e la conseguente capacità delle sanzioni americane di condizionare banche, intermediari e rapporti economici che si svolgono ben oltre i confini degli Stati Uniti.

È precisamente questo uno degli aspetti più intollerabili del bloqueo contro Cuba. Washington non si limita a stabilire che imprese e cittadini statunitensi non possano avere determinate relazioni economiche con l’Avana. Pretende che quelle stesse proibizioni vengano rispettate anche da soggetti di altri Paesi, facendo pesare la centralità del dollaro e del sistema finanziario statunitense e la minaccia di pesanti conseguenze economiche su chiunque continui a intrattenere rapporti con Cuba.

Ora questa politica rischia di interferire persino con una collaborazione sanitaria che riguarda direttamente l’Italia.

Quando l’embargo entra negli ospedali

La vicenda è ancora più grave perché non stiamo parlando di un affare commerciale qualsiasi. Stiamo parlando di medici, ospedali e diritto alla salute.

I sanitari cubani sono arrivati in Calabria per contribuire a tenere in piedi un sistema sanitario che da anni soffre una drammatica carenza di personale. Non sono arrivati per imposizione dell’Avana: sono stati chiamati dalle istituzioni italiane perché servivano medici e perché il sistema sanitario regionale non era più in grado di trovarne in numero sufficiente.

Da allora centinaia di professionisti cubani hanno lavorato negli ospedali e nei servizi sanitari calabresi, entrando in contatto quotidiano con migliaia di cittadini e diventando una componente importante di una sanità pubblica impoverita da decenni di tagli, commissariamenti, precarizzazione e progressivo abbandono.

È quindi paradossale, oltre che politicamente gravissimo, che siano gli Stati Uniti a pretendere di stabilire indirettamente se e come questa cooperazione possa continuare.

Il problema non riguarda soltanto Cuba. Quando una decisione presa a Washington può bloccare o rendere più difficile il funzionamento di un accordo stipulato tra istituzioni italiane e cubane, a essere colpita è anche la sovranità italiana. E quando quell’accordo riguarda personale necessario a garantire assistenza sanitaria, a essere messo in discussione è persino il diritto alla salute dei cittadini.

Cosa c’entra Washington con i medici che lavorano negli ospedali della Calabria? Perché una misura unilaterale statunitense dovrebbe interferire con una decisione assunta da istituzioni italiane per rispondere alle necessità della propria popolazione?

Sono domande alle quali il governo italiano dovrebbe rispondere. E dovrebbe farlo senza genuflettersi ancora una volta davanti all’alleato americano.

Cuba manda medici, Washington manda sanzioni

La contraddizione è persino simbolica. Da una parte c’è un’isola sottoposta da oltre sessant’anni a un durissimo embargo economico, commerciale e finanziario che continua a mandare i propri medici in giro per il mondo. Dall’altra c’è la maggiore potenza economica e militare occidentale che utilizza il proprio peso finanziario per cercare di ostacolarli.

Cuba ha fatto della solidarietà sanitaria uno degli elementi caratterizzanti della propria politica internazionale fin dai primi anni della Rivoluzione. La prima brigata medica internazionalista partì nel 1963 per l’Algeria appena liberata dal colonialismo francese. Da allora centinaia di migliaia di operatori sanitari cubani hanno lavorato in oltre cento Paesi.

Sono arrivati dopo terremoti, uragani ed epidemie. Il Contingente internazionale Henry Reeve è intervenuto nelle grandi emergenze sanitarie e durante l’epidemia di Ebola in Africa occidentale. Durante la pandemia di Covid-19 medici e infermieri cubani sono arrivati anche in Italia, a Crema e Torino, quando il nostro sistema sanitario era travolto dall’emergenza. Quella solidarietà oggi continua in Calabria.

Si può discutere del modello cubano, delle sue contraddizioni, delle modalità economiche degli accordi di cooperazione sanitaria. Ma un punto dovrebbe essere indiscutibile: non spetta agli Stati Uniti decidere quali medici possano lavorare negli ospedali italiani.

Eppure proprio la cooperazione sanitaria cubana è diventata uno dei bersagli della pressione statunitense. Washington da tempo esercita pressioni sui governi che ospitano missioni mediche cubane, cercando di interrompere accordi che rappresentano contemporaneamente uno strumento della politica internazionale dell’Avana e una fonte importante di risorse per un Paese strangolato dall’embargo.

Il risultato concreto, però, è quello di privare comunità che spesso soffrono una grave carenza di personale sanitario dell’assistenza garantita dai professionisti cubani.

L’extraterritorialità come strumento imperiale

È qui che la vicenda calabrese assume un significato politico molto più ampio. L’embargo contro Cuba non è semplicemente una controversia bilaterale tra Washington e L’Avana. Da decenni gli Stati Uniti gli hanno attribuito una dimensione extraterritoriale, trasformandolo in uno strumento di pressione contro banche, imprese e Stati di tutto il mondo.

Il messaggio è brutale nella sua semplicità: potete commerciare con Cuba, collaborare con Cuba, finanziare progetti con Cuba, ma rischiate di pagarne il prezzo nell’accesso al mercato e al sistema finanziario statunitense.

È così che un provvedimento nazionale diventa un dispositivo di disciplina internazionale.

La forza dell’embargo non dipende soltanto dalle leggi approvate a Washington, ma dalla paura che quelle leggi producono altrove. Banche che rifiutano operazioni perfettamente lecite, imprese che rinunciano a contratti, intermediari che bloccano pagamenti, piattaforme finanziarie che impediscono persino raccolte di solidarietà: l’assedio economico funziona proprio perché la potenza statunitense riesce a proiettare le proprie decisioni oltre i propri confini.

E adesso quella lunga mano arriva fino alla sanità italiana.

Dove sono i difensori della sovranità?

La domanda politica diventa inevitabile: dove sono i sovranisti quando a violare la sovranità italiana sono gli Stati Uniti?

Abbiamo ascoltato per anni discorsi sull’indipendenza nazionale, sulla difesa degli interessi italiani, sull’ingerenza delle istituzioni sovranazionali. Eppure quando Washington pretende di condizionare una collaborazione sanitaria decisa in Italia, il silenzio rischia di diventare assordante.

Lo stesso vale per l’Unione europea. Se Bruxelles intende davvero rivendicare una propria autonomia politica, dovrebbe opporsi con decisione all’applicazione extraterritoriale delle sanzioni statunitensi e garantire che banche, aziende e istituzioni europee possano mantenere rapporti legittimi con Cuba senza temere rappresaglie da Washington.

Altrimenti la tanto proclamata “autonomia strategica europea” resta quello che troppo spesso è stata: una formula buona per convegni e documenti ufficiali, destinata a scomparire appena gli Stati Uniti alzano la voce.

La solidarietà non si sanziona

C’è infine qualcosa che va oltre la geopolitica. Cuba, nonostante una crisi economica ed energetica durissima e un embargo che ne condiziona pesantemente la vita quotidiana, continua a mettere a disposizione di altri popoli una delle risorse che possiede: medici, conoscenze, competenze sanitarie.

È l’idea dell’internazionalismo sanitario che accompagna la Rivoluzione cubana da più di sessant’anni: la salute come diritto e la cooperazione come scambio tra popoli, non come strumento di dominio.

Per questo colpire economicamente una missione medica assume un significato particolarmente odioso. Non si stanno sanzionando astratte strutture finanziarie. Si rischia di ostacolare il lavoro di uomini e donne che ogni mattina entrano in un ospedale italiano, visitano pazienti, fanno turni, curano persone.

L’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba chiede per questo alle istituzioni italiane ed europee di tutelare gli accordi di cooperazione stipulati, respingere le sanzioni extraterritoriali e difendere il diritto di Cuba all’autodeterminazione.

È una richiesta che dovrebbe riguardare chiunque abbia a cuore la sanità pubblica, indipendentemente dal giudizio politico sulla Rivoluzione cubana.

Perché permettere agli Stati Uniti di decidere quali rapporti economici, scientifici e sanitari possiamo intrattenere significa accettare un principio pericolosissimo: che la sovranità di Washington valga più della nostra.

La risposta dovrebbe invece essere semplice e netta: giù le mani dai medici cubani. Giù le mani dalla cooperazione sanitaria. L’embargo non può entrare nei nostri ospedali. La solidarietà non si blocca. La medicina cubana non si sanziona.

29/8/2026 https://www.osservatoriorepressione.info

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