Dalla sovranità al “controllo maggioritario”: cosa c’è dietro il nuovo accordo USA-Venezuela

Cinquant’anni dopo la nazionalizzazione del petrolio, il Venezuela si ritrova davanti a un paradosso che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione la natura dei nuovi rapporti con Washington: il Paese che nel 1975 sottrasse le proprie risorse al controllo delle compagnie straniere concede oggi agli Stati Uniti un ruolo maggioritario nella gestione di oltre 65 miliardi di barili di riserve provate. Donald Trump lo ha presentato come un accordo “senza precedenti”, arrivando a definirlo il più importante della storia mondiale. Ma dietro la retorica trionfalistica c’è una realtà molto più concreta: il ritorno degli interessi statunitensi nel cuore dell’industria petrolifera venezuelana. Il tempismo, poi, è perfetto per la politica interna nordamericana.

A poche settimane dalle elezioni di midterm, Trump promette più petrolio venezuelano sul mercato e, di conseguenza, benzina più economica per gli statunitensi. Una promessa che arriva mentre il prezzo medio del carburante ha superato i 4 dollari al gallone e in alcuni Stati ha raggiunto livelli ancora più elevati. Ma per capire cosa sta realmente accadendo bisogna tornare al 1975. La nazionalizzazione sancì il principio secondo cui la ricchezza petrolifera venezuelana doveva essere innanzitutto nelle mani dello Stato. Un processo maturato dopo decenni nei quali le compagnie straniere avevano sfruttato il greggio lasciando al Paese una quota molto più limitata dei profitti. Quella battaglia sulla sovranità energetica arrivò fino all’epoca di Hugo Chávez.

La Costituzione del 1999 rafforzò il controllo statale sugli idrocarburi e nel 2007 Caracas impose alle compagnie straniere di cedere la maggioranza dei progetti della Faja Petrolífera dell’Orinoco a PDVSA. È proprio qui che il paradosso diventa clamoroso. Il petrolio extrapesante dell’Orinoco, oggi considerato una delle principali ricchezze energetiche del Venezuela, era stato definito dallo stesso Trump “orribile”, “spazzatura” e “il più sporco del mondo”. Oggi, quello stesso petrolio viene celebrato dalla Casa Bianca come un gigantesco trofeo economico. Nel frattempo, Washington ha utilizzato per anni lo strumento delle sanzioni. Dal provvedimento di Barack Obama del 2015 fino alle misure contro PDVSA introdotte durante la prima presidenza Trump, la pressione economica ha contribuito a strangolare il settore petrolifero venezuelano e a spingere Caracas verso i mercati asiatici. E adesso, improvvisamente, il linguaggio è cambiato. Non più sanzioni e isolamento, ma “investimenti”, “tecnologia”, “cooperazione” e “prosperità”. Secondo Delcy Rodríguez, l’accordo prevede concessioni per 25 anni su 17 campi strategici, con una produzione superiore a 1,5 milioni di barili al giorno e oltre 100 miliardi di dollari di investimenti. Caracas sostiene di conservare proprietà e sovranità sulle proprie risorse. Il problema è capire cosa significhi concretamente questa sovranità quando, dall’altra parte, una società come North American Blue Energy Partners dichiara di avere il controllo operativo del business relativo a oltre 65 miliardi di barili di riserve, mentre il governo statunitense mantiene diritti su una quota del 35% e accesso preferenziale alla produzione.

È difficile non vedere la portata storica della vicenda. Il Venezuela che mezzo secolo fa nazionalizzava il petrolio per liberarsi dalla dipendenza dalle multinazionali si trova oggi a negoziare nuovamente l’accesso privilegiato di Washington alle proprie risorse. E non è un caso che l’accordo arrivi mentre gli Stati Uniti devono fare i conti con una Riserva Strategica di Petrolio scesa sotto i 300 milioni di barili, il livello più basso dagli anni Ottanta, mentre la guerra con l’Iran impone ulteriori prelievi. La domanda, allora, non è soltanto quanto petrolio produrrà il Venezuela. È chi avrà realmente il potere di decidere come, da chi e per quale mercato verrà estratto. Perché chiamarla “cooperazione” non cancella la storia. E soprattutto non cambia la natura della posta in gioco: il controllo della più grande riserva petrolifera del pianeta.

Fonte

7/9/2026 https://italiacuba.it/

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