Il destino della Sardegna, zona di sacrificio contesa

L’inchiesta de L’Indipendente sulla Sardegna: servitù militari, eolico, devastazione ambientale e la risposta delle comunità locali

Il numero di Settembre de L’Indipendente si apre con una serie di articoli che raccontano le controversie e vertenze che da sempre puntellano il territorio sardo e come la popolazione si muove al loro interno.

La Sardegna raccontata negli articoli di copertina de L’Indipendente appare come un territorio sul quale si concentrano costi destinati a produrre benefici soprattutto altrove. È la dinamica tipica della zona di sacrificio, come definita da Pellizzoni (2025): un territorio viene progressivamente destinato a sopportare gli effetti ambientali, sociali e paesaggistici di attività considerate strategiche, i cui benefici vengono percepiti principalmente altrove, mentre le decisioni fondamentali vengono assunte a una scala diversa da quella delle comunità che ne subiscono le conseguenze. In Sardegna questa logica assume una dimensione particolarmente evidente. Il 65% del demanio militare italiano si trova sull’isola e, tra aree militari e servitù, il territorio messo a disposizione dello Stato raggiunge 373,72 km². L’articolo “Sardegna, terra di conquista” descrive così una situazione nella quale i residenti possono arrivare a svegliarsi con “l’ennesima esercitazione militare in casa”.

La stessa logica riemerge quando la Sardegna viene investita dalla nuova corsa alle rinnovabili, in cui un approccio alla transizione ecologica privo di considerazione del paesaggio e sostanzialmente volto a produrre energia in Sardegna ma a beneficio di altre regioni, rischia di mettere in contrapposizione transizione ecologica e tutela del territorio. Nel Sassarese, dove si concentra una quota enorme delle pale eoliche dell’isola, il progetto di repowering di Nulvi-Ploaghe rischia di modificare ulteriormente il paesaggio attorno alla Basilica di Saccargia. L’articolo “Sassari: l’epicentro della speculazione energetica” restituisce bene il punto di vista dei cittadini, per i quali l’intervento “cancella la nostra storia e dimostra il totale disprezzo per la nostra terra”.

È proprio qui che il concetto di zona di sacrificio diventa interessante: il sacrificio non è semplicemente imposto, ma deve essere continuamente giustificato. La giusta necessità di procedere alla transizione energetica viene utilizzata come leva per giustificare qualsiasi piano a livello territoriale, mentre le comunità locali mettono in discussione il modo concreto con cui essa viene realizzata. Loi e Salimbeni (2025) mostrano come, nei territori segnati da una storia di subordinazione, la transizione possa assumere forme estrattive e speculative, ma anche come sia proprio alla scala locale che emergano le possibilità di contrastarle.

Il terzo articolo, “Il ritorno dell’indipendentismo sardo”, mostra forse meglio di tutti che questa Sardegna non sta accettando passivamente il ruolo assegnatole. La nascita di Atzione Surra, il presidio di Cala Finanza e la mobilitazione contro il progetto Tavolara Bay testimoniano la costruzione di nuove reti dal basso, capaci di collegare la difesa del territorio alla questione dell’autodeterminazione. La protesta arriva anche a subire intimidazioni, ma continua a raccogliere documenti, costruire relazioni e portare le vertenze nello spazio pubblico.

Il dato più eloquente resta però quello della legge d’iniziativa popolare Pratobello 24: 210.729 firme raccolte per una legge contro la proliferazione degli impianti, una mobilitazione di fronte alla quale il Consiglio regionale ha impiegato 17 mesi soltanto per iniziarne l’esame. È difficile trovare un’immagine più efficace del divario tra società mobilitata e politica istituzionale. Qualche timida iniziativa regionale c’è stata, ma spesso è arrivata dopo che comitati, associazioni e cittadini avevano già aperto il conflitto. La vicenda di Saccargia lo dimostra: mentre la mobilitazione chiedeva alla nuova giunta di intervenire, il mancato ricorso della Regione ha lasciato che fosse il Consiglio di Stato a sbloccare il progetto.

La Sardegna, dunque, può essere letta come una zona di sacrificio contesa. Le decisioni che la trasformano in piattaforma militare, energetica o turistica continuano a provenire in larga parte dall’esterno, ma incontrano una resistenza sempre più organizzata. Ed è forse questo l’elemento più importante che emerge dall’inchiesta: mentre le istituzioni arrivano spesso in ritardo rispetto alle domande espresse nei territori, dal basso stanno nascendo reti capaci di mettere in discussione la stessa idea che la Sardegna debba essere il luogo nel quale qualcun altro decide cosa può essere sacrificato.

9/9/2026 https://www.capibara.media/

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