La russofobia dell‘Europa spinge i popoli nel baratro della guerra e della fame

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Ucraina, la guerra che l’Occidente non vuole finire

di Marco Pondrelli

L’Ucraina è in guerra da oltre dodici anni. A differenza di quanto raccontano i nostri media, tuttavia, questo conflitto è stato voluto e preparato dalla NATO e dagli Stati Uniti. È penoso dover ancora ascoltare chi continua a mettere in discussione questa verità o chi chiede ostinatamente quali siano le fonti. A parlare sono proprio coloro che hanno gestito il colpo di Stato del 2014: Victoria Nuland, nella famosa telefonata in cui mandò a quel paese l’Unione Europea, decideva quale sarebbe stato il governo golpista e, in un’audizione al Senato, dichiarò che gli Stati Uniti avevano investito 5 miliardi di dollari in Ucraina. È soltanto uno dei tanti esempi che si potrebbero fare.
Già nel 1997, Zbigniew Brzezinski, nel suo libro La grande scacchiera, sosteneva la necessità di portare l’Ucraina nell’orbita occidentale per impedire alla Russia di ricostruire una propria proiezione politica e strategica in Europa. Il 2004 fu l’anno della prima «rivoluzione colorata», mentre il 2014 quello del colpo di Stato.

Come nasce la guerra

Per comprendere la dinamica del conflitto occorre considerare la profonda divisione interna che ha caratterizzato l’Ucraina fin dalla sua nascita come Stato indipendente. Questa frattura non riguardava soltanto l’orientamento della politica estera, ma investiva anche aspetti culturali, linguistici, sociali e religiosi. Da una parte vi erano le regioni maggiormente orientate verso l’Europa e l’integrazione con l’Occidente; dall’altra quelle russofone, soprattutto nelle aree orientali e meridionali, storicamente più legate alla Russia.
I risultati delle elezioni presidenziali e parlamentari dal 1994 al 2014 mostrano con chiarezza questa spaccatura, che attraversava il Paese e si rifletteva nelle diverse scelte politiche degli elettori. Non si trattava quindi di una divisione occasionale, ma di una contrapposizione dalle radici profonde, radicate nella storia dell’Ucraina indipendente.
È proprio su questa frattura che si innestò il progetto politico del 2014. Il cambio di potere non aveva soltanto l’obiettivo di rovesciare il governo in carica, ma anche quello di ridefinire in modo permanente l’orientamento geopolitico dell’Ucraina, marginalizzando la componente politica e sociale più vicina alla Russia. In questo modo, una divisione interna già esistente veniva trasformata in una scelta geopolitica netta: allontanare l’Ucraina dalla Russia e avvicinarla stabilmente all’Occidente. Una scelta che, inevitabilmente, avrebbe provocato una reazione da parte di Mosca.

Nel suo libro L’ultima guerra contro l’Europa, Gianandrea Gaiani racconta come, nel 1957, uno studio commissionato dall’US Army alla Georgetown University evidenziasse che, in caso di una rivolta antisovietica in Ucraina, «la linea di demarcazione tra “pro” e “contro” avrebbe seguito all’incirca lo stesso confine che separa oggi le repubbliche popolari del Donbass di Donetsk e Luhansk (DPR e LPR) e la Crimea dal resto dell’Ucraina» (pag. 10). La favola di un’Ucraina democratica che viene invasa dalla Russia senza alcuna motivazione, se non la brama di potere del presidente, non regge di fronte ai fatti.
L’obiettivo degli Stati Uniti in questa guerra è duplice: da un lato colpire la Russia, dall’altro l’Europa. La Russia andava limitata nella sua proiezione occidentale e, allo stesso tempo, il suo indebolimento avrebbe favorito gli Stati Uniti nel contrastare il loro avversario strategico principale: la Cina. Da questo punto di vista, la guerra contro la Russia è parte della guerra più importante contro Pechino.
Il secondo obiettivo, che si salda al primo, è spezzare il rapporto tra Russia ed Europa. Gli Stati Uniti attraversano una crisi economico-produttiva profonda: l’industria manifatturiera è stata smantellata. Lo stesso Trump, nel suo piano per la strategia di sicurezza nazionale, ha individuato questa sfida, insieme all’immigrazione, come prioritaria. In quest’ottica, l’Europa – e in primo luogo la Germania – è divenuta il primo nemico; da qui la necessità di privarla del gas russo. La conseguenza del conflitto in Ucraina è stata che capitali e industrie si sono spostati dall’Europa agli Stati Uniti. A ciò si aggiunge l’impegno europeo ad acquistare armi dagli Stati Uniti, sia per il proprio riarmo sia per destinarle a Kiev.

Alla base della guerra non vi è, in questa lettura, la difesa di una democrazia assediata, ma una più ampia strategia egemonica degli Stati Uniti. La posizione russa, del resto, era stata esplicitata con chiarezza fin dall’inizio: l’ingresso dell’Ucraina nella NATO rappresentava, e rappresenta tuttora, una linea rossa invalicabile per Mosca.
Gli accordi di Minsk del 2015 avrebbero dovuto offrire una soluzione politica alla crisi. L’Ucraina si era impegnata a modificare la propria Costituzione, riconoscendo un più ampio grado di autonomia alle regioni del Donbass. In questa prospettiva, gli accordi avrebbero impedito l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, che sarebbe stato possibile solo con il consenso delle regioni russofone.
Il problema è che gli Stati Uniti – assenti al tavolo di Minsk – hanno progressivamente sostenuto una linea opposta, favorevole al proseguimento dell’integrazione militare dell’Ucraina con l’Occidente. Nel frattempo, dopo il 2014, la NATO ha accresciuto la propria presenza e cooperazione militare nel Paese. Per Mosca, quindi, il margine per una soluzione negoziale si restringeva progressivamente.
La Russia si trovò così davanti a un dilemma che riteneva sempre più difficile da eludere: accettare il progressivo ingresso dell’Ucraina nell’orbita militare occidentale oppure intervenire prima che il processo diventasse irreversibile. Nella percezione del Cremlino, aspettare avrebbe significato trovarsi, prima o poi, di fronte a un’Ucraina stabilmente integrata nella NATO e potenzialmente dotata di sistemi d’arma strategici. È all’interno di questo dilemma che va collocata la decisione russa di avviare l’operazione militare speciale nel febbraio 2022.
Si può supporre che quest’ultima sia stata frutto di un confronto interno molto approfondito. La Russia è storicamente attraversata da due componenti. La prima,

definibile occidentalista, guarda con favore a un rapporto con l’Europa e anche a un sistema economico liberale. La seconda, slavofila, vede la Russia come figlia della propria storia e della propria tradizione. Quest’ultima è oggi più propensa a un dialogo con la Cina e, in generale, con l’Asia. Putin, sin dalla sua nomina a Primo Ministro, è sempre stato una figura di mediazione tra queste due anime. Anche nei momenti di maggiore attrito con l’Europa non ha mai rotto con la parte occidentalista, nonostante abbia ricevuto molte pressioni in tal senso. In particolare, la presidente della Banca centrale russa Elvira Nabiullina non gode di grande favore e da più parti se ne chiede l’allontanamento.
La scelta del febbraio 2022 fu un compromesso tra queste due anime. Putin non ha mai avuto l’obiettivo di conquistare tutta l’Ucraina; i pochi soldati schierati vicino a Kiev erano più uno strumento di pressione politica che un reale tentativo di invasione della città. Nel febbraio 2022, la Russia aveva schierato circa 100.000 soldati nel conflitto; oggi sono oltre 700.000. Questa scelta o è stata un colossale errore, oppure nascondeva un altro scopo. Probabilmente, si trattava di replicare la guerra in Georgia del 2008: un’azione dimostrativa che costringesse Kiev, come in effetti accadde, a sedersi a un tavolo negoziale. Questa scelta era pensata per mantenere compatto il fronte interno: : se da un lato l’ala occidentalista era rassicurata dal fatto che non ci sarebbe stata una rottura definitiva con l’Europa, dall’altro il mancato impiego di soldati di leva garantiva una certa tranquillità sociale.
Saltati i negoziati di Istanbul, la Russia ha iniziato ad aumentare le proprie truppe. La momentanea avanzata ucraina consentì all’esercito russo di compattare le proprie file e di iniziare una controffensiva che non si è ancora esaurita. Se fino al 2022 l’obiettivo russo era il negoziato, dopo Mosca si è convinta che l’obiettivo strategico della neutralità ucraina possa essere raggiunto solo militarmente.

Democratici e repubblicani: le due facce della medaglia

Per concentrarci sugli accadimenti più recenti, è basilare rispondere a una domanda: tra l’amministrazione Biden e quella Trump ci sono delle differenze? Si vedono dei cambiamenti nella postura statunitense dopo il cambio di presidente? La mia risposta, che tenterò di articolare, è che le differenze sono tattiche, ma non strategiche.
L’obiettivo primario degli Stati Uniti è separare Europa e Russia. Ciò consentirebbe – e in parte ha già consentito – di colpire l’industria europea. I dazi di Trump sono l’altra faccia della medaglia dell’Inflation Reduction Act di Biden, un tentativo di rilanciare la manifattura statunitense a spese dell’Europa. Il piano strategico presentato da Trump parte proprio da qui: lotta all’immigrazione e rilancio dell’industria.
Questi obiettivi di politica interna si sposano con quelli di politica internazionale. Fatta salva la riconquista del cortile di casa – il corollario trumpiano alla dottrina Monroe – l’avversario strategico è la Cina e quindi ilfronte principale non sarà più l’Europa, ma l’Indo-Pacifico. Il contenimento della Cina è fondamentale nell’ottica di Washington.
Su questi obiettivi non ci sono differenze; dove si riscontrano divergenze è nella tattica, ovvero nel modo di raggiungerli. Biden aveva una linea, condizionata dagli ambienti anti-russi, che mirava a piegare la Russia per poi realizzare i desiderata di Brzezinski, dividendola in tre parti: europea, siberiana e caucasica.
Anche Trump punta a indebolire la Russia. Lo dimostra la politica portata avanti nel Caucaso – in Armenia c’è una perfetta continuità tra democratici e repubblicani – e il tentativo di inserirsi negli Stati ex sovietici dell’Asia centrale. L’obiettivo non è però provocare una crisi russa, ma ottenerne un indebolimento, propedeutico alla possibilità per gli USA di incunearsi tra Mosca e Pechino, offrendo a Mosca un’opportunità di dialogo. La Cina è una potenza energivora: se le si sottrae la forza che alimenta la sua economia, sarà più facile discutere di terre rare e vincere la corsa verso le nuove frontiere tecnologiche.

Trump continua quindi ad avere, nonostante le apparenze, una politica aggressiva verso Mosca – non ultimo sul trattato New START – non con l’intento di distruggerla, ma di condizionarla. Queste sono le premesse che hanno guidato il presidente USA al vertice di Anchorage. Il tycoon non ha messo sul tavolo solo l’Ucraina, ma è molto probabile che con Putin abbia parlato anche di nucleare, Artico e Caucaso. Dopo un anno, quel tentativo mostra però tutte le sue difficoltà. È stato Lavrov, che fin dall’inizio è stato molto critico verso questo approccio, a dirlo chiaramente a Rubio: le promesse fatte in Alaska sono rimaste lettera morta.

Il fallimento di Anchorage

Il punto è che Trump ha trovato una forte opposizione al dialogo con Mosca. Innanzitutto interna: dentro l’amministrazione USA c’è una guerra aperta tra i MAGA, rappresentati dal vicepresidente Vance, e i neocon, voce del deep state, rappresentati da Rubio. È quest’ultima la parte oggi più forte, quella che determina le scelte di politica estera ed è la più intransigente verso Mosca.
Con quest’ala ha costruito un asse molto forte l’Europa, o meglio quello strano coacervo che ha preso il nome di «volenterosi». Come ha ricordato Maurizio Boni su l Fatto Quotidiano del 13 agosto: «In tale contesto, le parole del cancelliere Merz, secondo cui la Russia va condotta al tavolo solo dopo averle fatto raggiungere “i propri limiti” (Conferenza sulla sicurezza di Monaco – febbraio 2026), non sono un dettaglio retorico ma la sintesi di una strategia che scambia il tempo guadagnato con vite ucraine per una vittoria che il campo di battaglia non promette».
Paradossalmente, le nazioni che più di tutte si ergono a baluardi contro la Russia stanno rafforzando le posizioni di chi, a Mosca, sostiene la necessità di una vittoria militare completa, senza compromessi.

E l’Europa?

La domanda che è legittimo porsi è: perché l’Europa si batte contro i propri interessi, se è vero, come è vero, che questa è una guerra combattuta dagli Stati Uniti contro l’Europa? Per rispondere occorre prima definire cosa si intende per Europa. Scartiamo immediatamente la risposta geografica: l’Europa geografica comprende anche la Russia – o almeno una parte di essa – e non è quindi oggetto della discussione. Anche la stessa UE è abbondantemente divisa, con una parte di Stati che non ha alcun interesse a uno scontro con Mosca.
Parliamo quindi di alcuni Stati, autodefinitisi «volenterosi», come la coalizione che invase l’Iraq responsabile di un milione di morti, che vogliono impedire una soluzione diplomatica del conflitto. Il nucleo di queste nazioni è composto da quella che possiamo definire la NATO del Nord, che parte dal Regno Unito, fuori dall’UE, attraversa il Nord Europa – Norvegia e Finlandia – e arriva alle Repubbliche baltiche e alla Polonia.

Il Regno Unito, con Boris Johnson, fece saltare le trattative di Istanbul e anche il nuovo governo laburista prosegue su quella strada. Le Repubbliche baltiche sono fortemente russofobe tanto da considerare i russi che vivono sul proprio territorio come «non cittadini». La Polonia non solo è storicamente nemica della Russia, ma sta costruendo una propria politica, quella del Trimarium, che vuole non solo limitare la proiezione europea della Russia, ma soprattutto ridefinire gli equilibri europei, indebolendo la Germania a proprio vantaggio.
Si può quindi capire da dove nasca questa politica, convinta che alle porte dell’Europa ci siano i barbari. Meno si capisce perché l’Italia non si stacchi da questa visione russofobica. La Meloni sostiene che gli interessi strategici dell’Italia siano nel Mediterraneo.
Come si concilia questo con un investimento senza pari di armi e denaro nell’Est Europa? L’Italia aveva affidato la propria difesa aerea a cinque SAMP/T: due sono andati in Ucraina – uno sembra essere stato distrutto, l’altro è inutilizzabile – e uno in Medio Oriente. Se domani qualsiasi nazione decidesse di bombardarci, dovremmo decidere se difendere Milano o Roma, Napoli o Firenze.
La verità è che l’Italia continua a sostenere l’Ucraina solo perché non ha alcuna sovranità nazionale. Salvini e Meloni, quando erano all’opposizione, dicevano l’esatto contrario di quello che stanno facendo; a differenza del PD, che, coerentemente, dal governo o dall’opposizione è sempre stato per la guerra.

Iniziano però ad esserci delle defezioni. Molti Paesi non possono più sostenere questi costi: abbiamo svuotato gli arsenali, prosciugato le casse e ora è difficile continuare a inviare denaro per sostenere la corruzione ucraina. La stessa Polonia fa sempre più fatica a reggere il costo dei molti rifugiati ucraini e, ultimamente, si è aperto un nuovo contenzioso sulla figura di Bandera, che la Polonia considera un criminale, mentre in Ucraina viene venerato come uno dei padri della Patria.

Come sta andando la guerra?

In questo quadro, la situazione sul terreno è molto diversa da come i media mainstream la presentano. Nessuno nega che l’Ucraina abbia colpito in profondità la Russia, così come è innegabile che le sanzioni pesino sull’economia russa. Da qui, però, a prefigurare un crollo della Russia ce ne passa.
Kiev ha seri problemi di uomini. Le immagini e le denunce di ciò che accade per portare carne in prima linea sono ovunque – tranne che sui media italiani. Recentemente è stato pubblicato un video del comandante della 121ª brigata, Anatoliy Saichuk, nel quale racconta le condizioni inumane in cui i suoi uomini sono costretti a vivere e combattere a causa della mancanza di rifornimenti. Nel video afferma che l’unità è rimasta senza acqua per dodici giorni: «Abbiamo bevuto la nostra urina e abbiamo aspettato che ci venisse paracadutato qualcosa».
È una realtà molto diversa da quella che i propagandisti della NATO ci raccontano.
La Russia sta conducendo le operazioni con oltre 700.000 soldati – di cui 100.000 provenienti dalle regioni russofone dell’Ucraina – volontari, ben pagati e ben addestrati. È stata conquistata Kostyantynivka e i soldati russi sono già entrati a Lyman. Tutta la linea del fronte è sotto pressione e, se cade questa linea difensiva, l’Ucraina rischia di ritrovarsi senza baluardi difensivi.
La tattica ucraina imposta da Zelensky ricorda quella nazista: difendersi fino all’ultimo uomo. Il risultato è un logoramento continuo dell’esercito, della società e dell’economia ucraina. Il lancio di droni vuole spaventare i russi e convincere gli occidentali che l’Ucraina può farcela; la realtà è molto diversa.
Si percepisce dalle notizie che arrivano che la Russia stia alzando il livello dello scontro. Sono stati presi di mira i porti in cui arrivano le armi. La verità che la stampa non vuole vedere è che, fino ad ora, la Russia ha usato solo una parte della propria forza. Come ha sottolineato Gianandrea Gaiani, i ponti sul Dnepr che consentono i rifornimenti alla prima linea non sono mai stati attaccati e sono ancora funzionanti.
La percezione è che le cose stiano cambiando. È vero che i russi sono stanchi della guerra, ma, a differenza di quanto vorrebbero i leader occidentali, la risposta che chiedono al governo e al Presidente non è la ritirata, bensì alzare il livello dello scontro per chiudere la guerra. La fine del conflitto, per i russi, non è una tregua che dia agli ucraini il tempo di riorganizzarsi, come fu per gli accordi di Minsk. La fine della guerra significa che la neutralità ucraina non sarà più messa in discussione. Per raggiungere questo obiettivo, come detto, l’unica opzione è quella militare.

Conclusioni

Quando si scrive e si prova ad analizzare gli avvenimenti è sempre rischioso addentrarsi nelle previsioni. Personalmente, però, correndo il rischio di sbagliarmi, penso dal 2022 che l’obiettivo russo sia Odessa. La conquista di Odessa permetterebbe di tagliare l’accesso al mare all’Ucraina e, allo stesso tempo, di collegarsi alla Repubblica di Pridnestrovie, o Transnistria.
Se da un lato bloccare l’accesso al mare di Kiev obbligherebbe il governo ucraino al dialogo con Mosca, dall’altro la Russia garantirebbe anche la sicurezza della popolazione russa in Moldavia.
I bellicisti improvvisati dovranno riconoscere che, se si fossero attuati gli accordi di Minsk – cosa che Kiev non ha voluto fare, come hanno affermato Merkel e Hollande – l’Ucraina, al netto della Crimea, avrebbe mantenuto la propria unità territoriale e avrebbe risparmiato centinaia di migliaia di morti.
Europa e Italia, come detto, non pervenute. Oggi, più che mai, ci sarebbe bisogno di aprire spazi alla diplomazia, invece di continuare a ripetere la favoletta dell’aggressore e dell’aggredito. L’Italia e l’Unione europea si preparano al riarmo, convinte che questo serva non tanto a spaventare la Russia quanto a rilanciare la propria economia. Ma una scelta di questo tipo rischia di avere conseguenze che vanno ben oltre la dimensione economica e militare, portando a un’ulteriore restrizione degli spazi democratici.
Non è quindi un caso che la Corte europea chieda la galera per chi riporta le posizioni dei media russi: in questo clima, anche parlare dell’espansione della NATO a est come una delle cause principali della guerra può arrivare a rappresentare un reato. La prossima tappa sarà la censura di Masha e Orso.
Scrivendo questo articolo, viene quasi da citare Émile Zola che, a conclusione del suo J’accuse, scrisse: «Formulando queste accuse, so bene che incorro negli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 27 luglio ’81, che punisce i delitti di diffamazione; e mi vi espongo volontariamente».

* Marco Pondrelli è direttore della rivista Marx21

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