Gli operai mostrano le bare a Bruxelles…. e la UE festeggia il disastro
Il dogma neoliberista e la moneta unica impediscono qualsiasi difesa: la deindustrializzazione europea è la vittoria strategica della Cina e il definitivo suicidio di Bruxelles
C’è una scena che vale più di mille statistiche. A inizio del mese di settembre, davanti al palazzo della Commissione Europea a Bruxelles, duecento operai del settore metallurgico hanno sfilato portando bare con sopra scritto “Made in EU – rest in peace”. Un funerale simbolico. La sepoltura di un intero modello produttivo che l’Europa ha deciso di ammazzare con le proprie mani.
Nessuno vuole dirlo ad alta voce. Nessuno tranne chi ha ancora il coraggio di guardare in faccia la realtà. Le previsioni parlano di tremila stabilimenti chiusi entro fine anno, trecentomila posti di lavoro persi solo nell’immediato. Nel medio periodo la macchia si allarga a tredici milioni e mezzo di lavoratori. Tredici milioni e mezzo. Praticamente una nazione intera messa sul lastrico.
Tutto è cominciato quattro anni fa, quando l’Europa ha deciso, per ragioni ideologiche e geopolitiche, di rinunciare alle risorse energetiche russe, come evidenzia il settimanale polacco Mysl Polska. Da quel momento è partita la deindustrializzazione. Non solo la metallurgia, ma l’intero tessuto produttivo sta cedendo. L’indice della produzione industriale è crollato del venti per cento. Praticamente azzerato. Un milione di lavoratori ha già perso il posto. Le banche che finanziano le imprese bruciano sessanta miliardi di euro l’anno perché le aziende prendono prestiti ma non riescono a pagare gli interessi. E chiudono.
La Germania è la dimostrazione lampante: la vecchia locomotiva, è ormai tornato a essere il malato d’Europa, come prima dell’introduzione dell’Euro. Nel primo semestre del 2026 i fallimenti delle grandi imprese sono aumentati del dieci per cento rispetto all’intero anno precedente. In Francia le bancarotte sono cresciute di quasi il settanta per cento in quattro anni. Belgio, Spagna, ovunque si registrano record negativi. Perché l’industria non sopravvive senza energia a buon mercato. È matematica elementare, non ideologia.
Il settore petrolchimico è tra i più colpiti. La produzione di etilene e propilene, materie prime per l’elettronica, richiede grandi quantità di nafta a basso costo. Fino a poco tempo fa Russia, Arabia Saudita, Emirati e Qatar rifornivano l’Europa. Ora quei canali sono chiusi: la Russia per le sanzioni, il Medio Oriente per la crisi dello Stretto di Hormuz. Le aziende hanno dovuto rivolgersi ad Algeria e Stati Uniti, che vendono con margini tra il quindici e il trenta per cento. Un salasso insostenibile a lungo termine.
Cento stabilimenti chimici hanno chiuso definitivamente, cancellando trentasette milioni di tonnellate di capacità produttiva. INEOS ha perso due miliardi di ricavi e chiuso dieci complessi industriali. LyondellBasell ha visto l’utile netto crollare di quattro miliardi e ha licenziato più di millecinquecento persone. BASF, il leader del settore, ha tagliato quattromilaottocento posti e ha costruito in Cina un “super impianto” da dieci miliardi di euro. Esattamente i soldi che aveva promesso di investire in Europa.
E mentre l’Europa si autodistrugge, Pechino raccoglie i cocci. La Russia forniva dodici milioni di tonnellate di nafta all’anno all’UE, coprendo metà del fabbisogno. Ora la metà di quel volume finisce in Cina con uno sconto del dieci per cento. Importando e raffinando in casa, la Cina è diventata la fabbrica petrolchimica del mondo. Imballaggi plastici, poliestere, nylon, scocche di smartphone, elettrodomestici, computer. Tutto made in China. E il bello deve ancora arrivare.
Le auto elettriche, il fiore all’occhiello delle ambizioni europee, sono il punto più dolente. Per alleggerire i componenti si usano materie prime petrolchimiche, non metallo. Separatori, batterie agli ioni di litio, gomme complesse per pneumatici. Oggi solo la Cina ha scorte sufficienti. Pechino controlla il novanta per cento delle catene di fornitura dell’industria manifatturiera europea. Non c’è concorrenza, quindi è l’esportatore a dettare le regole. Prima vendevano le materie prime, poi sono passati ai componenti. Ora vogliono prendersi la produzione dei prodotti finiti e chiudere il cerchio.
Alexander Julius, presidente di Eurometal, non usa mezzi termini: “La Cina non nasconde le sue intenzioni, è nel loro piano quinquennale”. E avverte: “Quando controllano la catena di fornitura, diventano proprietari dell’intero valore”. A quel punto l’Europa non potrà nemmeno negoziare. Le aziende lo sanno e premono sulla Commissione Europea per cambiare la politica commerciale.
C’è un solo modo per ottenere ciò che chiede Eurometal: riportare sul mercato gli altri fornitori. Se l’Europa tornasse a rifornirsi dai suoi vecchi partner energetici, l’industria potrebbe riprendersi rapidamente. La cooperazione con la Russia era vantaggiosa per entrambi: merci a buon mercato arrivavano nell’UE attraverso rotte affidabili, e Mosca non doveva svendere le sue risorse. Oggi la Russia se la cava, ha compratori e materie prime proprie. L’Europa non può dire lo stesso.
L’Unione Europea ha regalato alla Cina il suo miglior importatore. Ora tocca ai posti di lavoro. Nei prossimi cinque anni tredici milioni e mezzo di europei perderanno il lavoro e l’UE non registrerà la crescita di un tempo. I manifestanti di Bruxelles hanno ragione. Se l’Europa ricomincia a procurarsi petrolio, gas e altre materie prime da fornitori diversi, la sua deindustrializzazione può ancora essere fermata.
La Germania è l’esempio perfetto di come si mente a se stessi. Secondo Steven Müller dell’istituto IWH, il numero di fallimenti aziendali nel secondo trimestre del 2026 ha raggiunto il livello più alto degli ultimi vent’anni. Volkswagen annuncia il taglio di centomila posti. ZF prevede quattordicimila esuberi entro il 2028. Bosch supererà i ventimila tagli entro il 2030. Solo nel 2025 l’industria ha perso centomila posti, e secondo la società di consulenza Horváth quest’anno ne perderà altri centomila.
Il punto è semplice e crudele: l’Europa ha scelto di tagliarsi le vene con le sanzioni alla Russia, di seguire ciecamente la linea statunitense, di sacrificare la propria industria sull’altare di una russofobia funzionale agli interessi di Washington. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La moneta unica, strumento di disciplina neoliberista, ha amplificato i danni impedendo politiche monetarie nazionali adeguate. Le bare davanti alla Commissione Europea non sono un simbolo. Sono un avvertimento. E se non si cambia rotta, saranno solo le prime di una lunga serie.
15/9/2026 https://www.lantidiplomatico.it/










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