Lotte contro i Data Center tra ecologia politica e riappropriazione della ricchezza
di Centro sociale Sos Fornace
Nel territorio del rhodense, la narrazione patinata della “Smart City” e del progresso digitale promossa congiuntamente da Regione Lombardia e dalle amministrazioni locali si scontra con una realtà ben più cruda: l’ennesima speculazione ai danni delle comunità territoriali.
L’insediamento dei grandi Data Center non è un processo neutrale né un’opportunità di sviluppo, ma il vettore con cui le multinazionali del digitale scaricano nei nostri quartieri nocività ambientali e miseria sociale. Di fronte a questo scenario, la mobilitazione popolare che stiamo costruendo non nasce come semplice protesta difensiva, ma come vertenza politica aperta contro le Big Tech e per la riappropriazione della ricchezza collettiva.
Questa battaglia si inserisce all’interno di una lunga e stratificata memoria di vertenze territoriali che hanno attraversato e segnato la provincia Nord Ovest di Milano. È la storia di una perenne ristrutturazione capitalistica sulla pelle di chi vive il territorio: dalla realizzazione del polo della Fiera di Rho-Pero edificato sulle ceneri e sui veleni della storica raffineria Agip/Eni, alla chiusura dello stabilimento Alfa Romeo di Arese smantellato per fare spazio al centro commerciale più grande d’Europa, passando per la retorica devastatrice del grande evento Expo 2015 fino all’impatto speculativo delle Olimpiadi.
Oggi, dentro questo solco di speculazioni e trasformazioni calate dall’alto, ci troviamo a combattere contro un nemico ancora più grande e pervasivo. Le Big Tech non si limitano più soltanto a divorare suolo e a cementificare il territorio, ma traggono profitto direttamente dalle nostre stesse esistenze, estraendo valore da ogni nostro gesto, dato, relazione e interazione quotidiana.
C’è un paradosso materiale alla base del capitalismo cognitivo contemporaneo: l’illusione di un’economia immateriale, fluida e pulita che poggia in realtà su un’infrastruttura di una pesantezza estrattiva senza precedenti. I Data Center che oggi minacciano aree come la ex-Nilit di Rho sono le fabbriche del XXI secolo, ma con un elemento di parassitismo in più: se la fabbrica fordista fondava il suo consenso su un ricatto occupazionale devastante, scambiando la salute degli abitanti con un salario, i Data Center rappresentano un modello ancora più predatorio. Essendo cattedrali nel deserto quasi totalmente automatizzate, rompono persino quella contropartita: impongono al territorio gli stessi costi ambientali ed energetici dell’industria pesante, ma con un fabbisogno di lavoratori pressoché nullo.
Sotto il profilo ecologico ed energetico, il conto pagato dai territori è salatissimo. I Data Center sono vampiri energetici che sovraccaricano la rete pubblica, idrovore che prosciugano milioni di litri d’acqua dalle falde acquifere per il raffreddamento dei server e generatori continui di inquinamento acustico e isole di calore. Non è un caso che l’esplosione della domanda energetica del settore tech coincida con l’impennata delle bollette della luce a carico delle famiglie, aumentate fino al 48% nell’ultimo decennio. Si tratta di una precisa scelta politica: socializzare i costi ecologici ed energetici dell’infrastruttura per privatizzare i profitti dei colossi informatici. A fare da sponda a questa operazione sono giunte comunali che fuggono dal dibattito pubblico e si barricano in incontri a porte chiuse con le proprietà private, trasformando la funzione pubblica in un’agenzia di pubbliche relazioni per gli speculatori.
Ma per costruire una vertenza attuale, la denuncia dell’impatto ambientale e del servilismo istituzionale deve intrecciarsi con la critica dei processi di valorizzazione del capitale algoritmico. Cosa viene processato all’interno di questi ecomostri? Principalmente i dati necessari all’addestramento e al funzionamento dell’Intelligenza Artificiale.
L’IA non è un prodigio tecnologico emerso dal nulla. L’intelligenza artificiale si nutre del lavoro vivo della moltitudine. È la cristallizzazione tecnologica del General Intellect marxiano, ovvero della nostra intelligenza collettiva, dei nostri linguaggi, delle nostre relazioni e della nostra cooperazione sociale diffusa, recintata e messa a valore da una manciata di Big Tech. I Data Center sono i silos materiali in cui questo patrimonio comune viene privatizzato e trasformato in uno strumento di ristrutturazione produttiva, finalizzato ad automatizzare le mansioni, svalutare i salari e precarizzare ulteriormente le nostre vite.
L’automazione e l’elaborazione dati conterrebbero in potenza una straordinaria promessa di liberazione dalla fatica del lavoro salariato. Il problema risiede interamente nel comando capitalistico che governa queste macchine. Se l’IA è stata addestrata sull’espropriazione della nostra intelligenza collettiva, allora quella tecnologia e la ricchezza che produce ci appartengono di diritto.
La vertenza contro i Data Center nel Rhodense assume quindi un duplice valore: è l’interruzione materiale del ciclo di valorizzazione delle Big Tech sul territorio ed è la piattaforma su cui articolare nuove rivendicazioni:
- Blocco di tutti i Data Center e pianificazione popolare: Moratoria immediata sui nuovi permessi di costruzione, stop agli accordi a porte chiuse tra Sindaci e multinazionali e imposizione di vincoli territoriali rigidi.
- Trasparenza e valutazioni terze: Obbligo di analisi indipendenti (con il coinvolgimento di ARPA e ATS) sugli impatti cumulativi ambientali, acustici e idrici degli impianti già esistenti o previsti.
- Riappropriazione della ricchezza generata e nuove forme di Welfare: rivendichiamo la redistribuzione dei profitti delle Big Tech per costruire un nuovo welfare metropolitano. Edilizia residenziale pubblica contro la speculazione immobiliare, comunità energetiche popolari contro il carovita e un reddito incondizionato come garanzia economica di base per tutelarsi da automazione, precarietà e ricatto occupazionale.
Promuovere la mobilitazione popolare nel Rhodense significa rompere la gabbia della rassegnazione. Bloccare i Data Center oggi non è solo un atto di autodifesa territoriale contro la nocività, ma l’inizio di un percorso d’autonomia per riappropriarci della tecnologia, delle risorse naturali e della ricchezza che noi stesse e noi stessi produciamo ogni giorno.
8 settembre 2026 https://effimera.org/
Immagine di apertura: assemblea pubblica contro i Data Center, Sos Fornace, 4 settembre 2026










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