Caccia ai medici “colpevoli” di cura e solidarietà
La cura sotto inchiesta: perquisiti 23 medici per i certificati contro i CPR. Da Ravenna l’inchiesta si allarga a nove città italiane. Ventitré sanitari perquisiti, quasi tutti non indagati, telefoni e computer sequestrati. La Procura ipotizza certificazioni false e arriva a contestare l’associazione per delinquere. Ma il nodo politico e deontologico resta enorme: un medico deve valutare la salute di una persona o diventare un ingranaggio del sistema di trattenimento e rimpatrio?
Ventitré medici perquisiti contemporaneamente in diverse città italiane, abitazioni raggiunte dalla polizia nelle prime ore del mattino, telefoni e computer acquisiti alla ricerca di documenti e conversazioni. L’inchiesta partita da Ravenna sui certificati di inidoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri ha compiuto il 16 settembre un salto di scala nazionale, coinvolgendo professionisti a Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. Un particolare è essenziale per comprendere la proporzione dell’operazione: dei 23 medici interessati dalle perquisizioni, secondo le informazioni disponibili, soltanto uno risulta al momento indagato nell’ambito dell’operazione odierna. Per tutti gli altri l’acquisizione di dispositivi e documenti serve agli inquirenti a verificare l’eventuale esistenza di una rete organizzata attorno alla produzione di certificazioni che la Procura ritiene possano essere false.
L’inchiesta nasce dal procedimento che nei mesi scorsi aveva coinvolto otto medici del reparto di Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna, indagati per falso e interruzione di pubblico servizio in relazione a 34 certificazioni considerate false dagli inquirenti. Per tre di loro era stata disposta l’interdizione dalla professione per dieci mesi, mentre agli altri era stato vietato di occuparsi delle certificazioni riguardanti l’idoneità al trattenimento nei CPR. Le accuse devono naturalmente essere accertate nel processo e non possono essere trasformate anticipatamente in una sentenza. È importante ribadirlo proprio perché intorno alla vicenda si sta sviluppando uno scontro che va molto oltre la responsabilità penale dei singoli professionisti e investe direttamente l’autonomia della medicina.
Il nuovo sviluppo dell’indagine rende questo conflitto ancora più evidente. La Procura di Ravenna contesta infatti anche l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla formazione di certificati falsi per impedire i rimpatri. Nell’operazione del 16 settembre l’unico perquisito indicato come indagato per questa ipotesi è l’infettivologo Nicola Cocco, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni, mentre le posizioni degli altri professionisti sono al vaglio degli inquirenti. È una contestazione pesantissima, che dovrà essere sottoposta al vaglio della giurisdizione e rispetto alla quale vale integralmente la presunzione d’innocenza.
Proprio per questo assumono un peso particolare le modalità dell’operazione. Non stiamo parlando di persone già riconosciute responsabili di falsificazione, ma prevalentemente di professionisti che non risultano iscritti nel registro degli indagati e che sono stati sottoposti a perquisizioni personali, domiciliari e informatiche. L’indagine giudiziaria ha certamente il diritto e il dovere di verificare se siano stati commessi reati; altra cosa è trasformare, nel racconto pubblico, l’esistenza di un’inchiesta nella prova che dietro le certificazioni di inidoneità vi fosse necessariamente un’organizzazione costruita per sabotare le politiche dei rimpatri. È precisamente qui che la vicenda giudiziaria incontra un problema politico molto più grande.
Il medico non certifica la sicurezza dello Stato
La questione fondamentale riguarda infatti la natura stessa della certificazione medica. Un medico chiamato a stabilire se una persona possa essere trattenuta in un CPR non dovrebbe valutare l’opportunità della politica migratoria del governo, né decidere se quella persona debba essere espulsa. Deve compiere una valutazione clinica e stabilire se le sue condizioni fisiche e psichiche siano compatibili con la permanenza in quella determinata struttura.
È una distinzione elementare, ma evidentemente non più scontata nel processo di progressiva sicuritizzazione delle politiche migratorie.
La FNOMCeO lo aveva affermato in maniera inequivocabile già nel luglio scorso, quando il suo Comitato centrale aveva approvato all’unanimità un ordine del giorno dedicato proprio alla salute delle persone migranti. La Federazione aveva ricordato che l’atto medico deve essere fondato su «scienza, coscienza e deontologia» e deve rimanere separato dalle funzioni di controllo amministrativo, pubblica sicurezza, trattenimento e rimpatrio. Il medico, aveva scritto la Federazione, non può essere trasformato in un ausiliario dell’ordine pubblico.
Oggi, dopo le perquisizioni, la FNOMCeO è intervenuta nuovamente. Il presidente Filippo Anelli ha espresso vicinanza ai professionisti coinvolti, ha ricordato che spetta alla magistratura accertare eventuali responsabilità individuali e ha sottolineato che una certificazione falsa, se dimostrata, costituisce naturalmente una condotta grave. Ma contemporaneamente ha chiesto che politica e clamore mediatico non anticipino giudizi e sanzioni e ha ribadito il principio decisivo: la sicurezza pubblica appartiene alle istituzioni competenti e non può essere trasferita sui medici né condizionarne il giudizio clinico.
È esattamente questo il punto che rischia di essere cancellato dalla rappresentazione dei cosiddetti “certificati anti-CPR”. Una certificazione di inidoneità non dovrebbe essere definita “anti-CPR”: dovrebbe essere semplicemente una certificazione medica. Se una persona presenta condizioni incompatibili con il trattenimento, il medico ha il dovere di dichiararlo indipendentemente dalle conseguenze amministrative della propria diagnosi. Se invece una certificazione è stata consapevolmente falsificata, sarà la magistratura a doverlo dimostrare sulla base di elementi clinici e documentali, garantendo pienamente il diritto di difesa.
Trasformare preventivamente la divergenza tra valutazione sanitaria ed esigenza amministrativa di trattenere una persona in un indizio di sabotaggio significa invece introdurre un principio molto pericoloso: che il giudizio medico diventi sospetto quando ostacola l’esecuzione di una politica di sicurezza.
I CPR e la medicina chiamata a certificare la detenzione
Il conflitto non nasce nel vuoto. I CPR sono luoghi di privazione della libertà personale nei quali vengono trattenute persone che, nella generalità dei casi, non sono detenute per espiare una condanna penale ma in forza della loro condizione amministrativa e di un procedimento finalizzato all’espulsione. Proprio per questa ragione la valutazione della compatibilità sanitaria con il trattenimento assume un’importanza enorme: costituisce una delle poche barriere poste tra la persona e un sistema detentivo amministrativo particolarmente invasivo.
Non è quindi sorprendente che medici impegnati nella medicina delle migrazioni abbiano sviluppato una sensibilità specifica rispetto agli effetti che il trattenimento può avere sulla salute fisica e psichica delle persone. Questo non dimostra naturalmente che ogni certificazione sia corretta; dimostra però perché sia necessario difendere l’indipendenza della valutazione clinica proprio quando essa entra in conflitto con l’esigenza dell’amministrazione di eseguire un trattenimento.
La Società italiana di medicina delle migrazioni e Medici per i diritti umani avevano già reagito all’inchiesta ravennate dei mesi scorsi parlando di un grave problema per l’autonomia professionale e ricordando che il medico è tenuto dal proprio codice deontologico a tutelare vita e salute. Il principio è semplice: il paziente rimane un paziente anche quando è destinatario di un provvedimento di espulsione. La sua condizione amministrativa non modifica il contenuto dell’obbligazione professionale del sanitario.
Ed è proprio questo principio che rischia oggi di entrare in collisione con l’estensione della logica sicuritaria a settori sempre più ampi della società.
Quando la sicurezza pretende di entrare nell’ambulatorio
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo allargamento del paradigma della sicurezza. Le migrazioni vengono sempre meno trattate come fenomeno sociale, economico e politico e sempre più ricondotte all’ordine pubblico. La frontiera si estende dal confine geografico agli hotspot, ai CPR, alle questure, alle procedure amministrative e perfino agli ospedali. A ogni istituzione viene implicitamente richiesto di contribuire alla medesima finalità: identificare, trattenere, selezionare, rimpatriare.
Il problema nasce quando questa catena incontra professioni fondate su obblighi differenti. Un medico non risponde alla necessità dello Stato di eseguire più rapidamente un’espulsione, ma alla salute della persona che ha davanti. Un avvocato non ha il compito di agevolare un rimpatrio, ma di difendere il proprio assistito. Un insegnante non dovrebbe essere trasformato in un agente deputato a individuare famiglie irregolari. Quando la politica migratoria pretende invece di subordinare queste autonomie professionali alle proprie esigenze operative, il confine tra amministrazione e controllo sociale comincia a diventare molto sottile.
La vicenda dei medici perquisiti assume quindi un significato che supera l’inchiesta di Ravenna. Non perché si debba stabilire anticipatamente che nessuno abbia commesso illeciti: sarebbe il rovesciamento speculare del giustizialismo che contestiamo. Se qualcuno ha falsificato consapevolmente una certificazione, saranno le prove e il processo a stabilirlo. Il problema è un altro: non può essere la frequenza delle diagnosi di inidoneità, né la convinzione etica di un medico sulla nocività dei CPR, a trasformare automaticamente l’esercizio della medicina in attività sospetta.
Difendere questo principio significa difendere qualcosa che riguarda tutti, non soltanto le persone migranti.
«La cura non è reato»
A Bologna la reazione è stata immediata. Davanti alla Questura si è formato un presidio di solidarietà con i sanitari perquisiti. Il Laboratorio di Salute Popolare ha denunciato il rischio che il ruolo di cura venga piegato alle esigenze di uno Stato che pretende di utilizzare la certificazione sanitaria come passaggio funzionale alla reclusione nei CPR. Alcuni dei medici perquisiti sono stati accompagnati in Questura mentre erano in corso gli accertamenti e il sequestro dei dispositivi.
«La cura non è reato» non dovrebbe allora essere considerato soltanto lo slogan di un presidio. Pone una questione costituzionale molto concreta. L’articolo 32 riconosce la salute come diritto fondamentale dell’individuo, non del cittadino italiano regolarmente soggiornante. La distinzione è decisiva: davanti al medico non dovrebbe esistere il migrante regolare, quello irregolare o il destinatario di un decreto di espulsione. Esiste una persona le cui condizioni devono essere valutate secondo criteri clinici.
È anche per questo che la reazione politica arrivata immediatamente da settori del centrodestra, con richieste di radiazione e risarcimenti qualora le accuse venissero accertate, merita attenzione. Le eventuali responsabilità penali e disciplinari appartengono alle sedi competenti e devono essere valutate sulla base dei fatti, non utilizzate per costruire preventivamente un caso politico contro un’intera area della medicina delle migrazioni.
Perché altrimenti il messaggio destinato a raggiungere migliaia di professionisti sarebbe molto semplice: quando una valutazione clinica impedisce il trattenimento di una persona migrante, è meglio pensarci due volte.
Ed è precisamente questo effetto di intimidazione indiretta che deve preoccupare. Non serve impartire un ordine ai medici perché certifichino l’idoneità. Può bastare costruire un ambiente nel quale dichiarare una persona non idonea significhi sapere che quella decisione potrebbe esporre a controlli, acquisizione di telefoni e computer, contestazioni disciplinari o indagini penali. L’autonomia professionale può essere condizionata anche senza modificarne formalmente le regole.
Per questo la questione non riguarda soltanto ventitré medici e non riguarda soltanto i CPR. Riguarda il limite che una democrazia decide di porre alla propria logica di sicurezza.
Se il medico diventa funzionale al trattenimento, l’avvocato al rimpatrio e la solidarietà un ostacolo da rimuovere, il problema non è più soltanto come vengono governate le migrazioni. Il problema diventa quale spazio rimane, dentro una società progressivamente organizzata intorno alla sicurezza, per professioni e comportamenti che continuano a mettere davanti a tutto la persona.
Ed è precisamente per questo che oggi difendere l’autonomia di chi cura significa difendere un principio che non riguarda una categoria professionale né soltanto le persone migranti: significa impedire che la ragione di Stato possa entrare nell’ambulatorio e stabilire quale debba essere il risultato di una diagnosi.










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