PFAS: cosa sono, dove si trovano, rischi per salute e ambiente
di Marco Talluri
Sono nell’acqua, nel suolo, negli alimenti, nei prodotti che utilizziamo e anche nel nostro organismo. I PFAS, le sostanze per- e polifluoroalchiliche spesso definite “inquinanti eterni”, rappresentano uno dei problemi più complessi posti oggi dall’inquinamento chimico. Non si tratta di una singola sostanza, ma di una vastissima famiglia di composti sintetici utilizzati per decenni in numerosi processi industriali e prodotti di consumo.
La loro caratteristica più conosciuta è anche quella che li rende particolarmente problematici: molti PFAS sono estremamente persistenti. Una volta dispersi nell’ambiente possono rimanervi molto a lungo, muoversi attraverso acqua, suolo e aria e, per alcune sostanze, accumularsi negli organismi viventi.
Negli ultimi anni il quadro è profondamente cambiato. È cresciuta la conoscenza scientifica dei possibili effetti sulla salute, sono emerse contaminazioni diffuse delle acque europee, sono diventati più sistematici i controlli e l’Unione europea sta discutendo una restrizione molto ampia dell’intera famiglia dei PFAS. Dal 12 gennaio 2026, inoltre, gli Stati membri dell’UE devono monitorare in modo armonizzato la presenza di PFAS nell’acqua potabile secondo quanto previsto dalla nuova direttiva europea.
Nel luglio 2026 anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato una nuova revisione delle conoscenze sui PFAS ingeriti e sui possibili effetti sanitari, individuando le sostanze e gli esiti sulla salute che meritano le successive valutazioni approfondite.
Questa guida di Ambientenonsolo prova quindi a mettere insieme ciò che oggi sappiamo: cosa sono i PFAS, perché sono così persistenti, dove vengono utilizzati, come arrivano nell’ambiente e nel nostro organismo, quali effetti possono avere sulla salute, cosa sappiamo della contaminazione in Europa e in Italia e quali strumenti normativi si stanno mettendo in campo per ridurne progressivamente l’utilizzo e le emissioni.
In questo articolo
- Cosa sono i PFAS
- Dove vengono utilizzati
- Come i PFAS arrivano nell’ambiente
- Un’Europa contaminata
- PFAS anche nei mari e negli organismi
- Come siamo esposti ai PFAS
- PFAS e salute: cosa sappiamo
- Il nuovo lavoro dell’OMS
- L’acqua potabile diventa uno dei fronti decisivi
- Eliminare i PFAS dall’acqua non è semplice
- La situazione italiana: dal Veneto a una questione nazionale
- Il caso della Toscana
- Il problema dei PFAS polimerici
- Possiamo sostituire i PFAS?
- La grande restrizione europea dei PFAS
- Alcune restrizioni sono già realtà
- Quanto ci costa l’inquinamento da PFAS?
- Il principio “chi inquina paga” alla prova dei PFAS
- Quando il cinema racconta una contaminazione invisibile
- 2026: un anno di svolta per i PFAS
- Cosa ancora non sappiamo
- Dai “forever chemicals” alla prevenzione
- Per approfondire su Ambientenonsolo
Cosa sono i PFAS
Con l’acronimo PFAS si indica una grande famiglia di sostanze per- e polifluoroalchiliche prodotte dall’uomo e caratterizzate dalla presenza di legami tra carbonio e fluoro particolarmente stabili.
È proprio questa stabilità ad averle rese industrialmente molto interessanti. I PFAS possono conferire ai materiali resistenza all’acqua, ai grassi, agli oli, alle macchie e alle alte temperature. Per questo sono stati impiegati per decenni in una quantità enorme di applicazioni.
La stessa caratteristica diventa però un problema quando queste sostanze raggiungono l’ambiente. L’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, ricorda che molti PFAS resistono alla degradazione, possono essere trasportati a grande distanza dalla fonte di rilascio e sono stati frequentemente rilevati in suoli, acque sotterranee e superficiali. La bonifica dei siti contaminati può risultare tecnicamente complessa e costosa.
Da qui deriva la definizione, ormai entrata nel linguaggio comune, di “forever chemicals”, sostanze chimiche persistenti o “inquinanti eterni”.
Non tutti i PFAS presentano però le stesse caratteristiche. Esistono migliaia di composti differenti, con proprietà, mobilità, capacità di bioaccumulo e profili tossicologici diversi. Ed è proprio questa complessità a rendere difficile affrontare il problema regolando una sostanza alla volta.
Dove vengono utilizzati
Nel corso dei decenni i PFAS sono stati utilizzati in moltissimi settori: tessile e abbigliamento, carta e imballaggi, rivestimenti antiaderenti, cosmetici, prodotti per la pulizia, dispositivi medici, elettronica, semiconduttori, industria automobilistica e aerospaziale, applicazioni energetiche e schiume antincendio.
Il problema riguarda quindi l’intero ciclo di vita dei prodotti. Le sostanze possono essere rilasciate durante la produzione industriale, durante l’utilizzo, attraverso il lavaggio e l’usura e, infine, nella gestione dei rifiuti.
Un esempio particolarmente significativo è quello dei tessuti. I PFAS sono stati utilizzati per rendere indumenti e altri materiali impermeabili, antimacchia e resistenti agli oli. Come abbiamo raccontato nell’approfondimento Alternative sicure e sostenibili potrebbero ridurre l’uso di PFAS nei tessuti e migliorare il riutilizzo e il riciclo, la loro presenza crea problemi anche alla costruzione di un’economia realmente circolare, perché sostanze persistenti possono continuare a circolare attraverso riuso e riciclo.
Un altro caso riguarda i PFAS nell’attività cartaria: il riciclo può contribuire a mantenere in circolazione sostanze presenti nei materiali originari, anche quando non vengono intenzionalmente aggiunte ai nuovi prodotti.
Come i PFAS arrivano nell’ambiente
La contaminazione può iniziare nei luoghi nei quali i PFAS vengono prodotti o utilizzati industrialmente, ma non termina ai cancelli delle fabbriche. Gli scarichi possono raggiungere fiumi e falde; emissioni e particelle possono essere trasportate dall’atmosfera; prodotti contenenti PFAS possono rilasciarli durante l’uso; discariche, incenerimento e sistemi di trattamento dei rifiuti costituiscono ulteriori possibili vie di diffusione.
Una volta entrati nel ciclo dell’acqua, alcuni PFAS sono estremamente mobili e possono risultare difficili da eliminare. La contaminazione può quindi interessare contemporaneamente acque superficiali, falde, suolo, organismi acquatici, coltivazioni e catena alimentare.
La conseguenza è che il problema non riguarda soltanto le zone immediatamente circostanti alle sorgenti industriali. PFAS sono stati rilevati anche molto lontano dalle possibili fonti, a conferma della capacità di alcuni composti di essere trasportati su lunghe distanze.
Un’Europa contaminata
La dimensione europea del problema è diventata progressivamente più evidente. Nel 2023 Ambientenonsolo ha raccontato il lavoro del Forever Pollution Project, una grande inchiesta giornalistica transnazionale che ha contribuito a rendere visibile la diffusione della contaminazione europea.
Successivamente l’Agenzia europea dell’ambiente ha analizzato i dati ufficiali trasmessi dai Paesi europei. Il quadro è significativo: sulla base dei dati del 2022 relativi a circa 1.300 siti di monitoraggio, il 59% dei siti nei fiumi, il 35% dei siti nei laghi e il 73% dei siti nelle acque di transizione e costiere superava lo standard di qualità ambientale per il PFOS.

Fonte: European Environment Agency.
Pagina: https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/pfas-pollution-in-european-waters
I dati devono essere interpretati con cautela. Il monitoraggio varia molto tra i Paesi, la copertura geografica non è omogenea e riguarda in misura prevalente il PFOS, mentre la famiglia dei PFAS comprende migliaia di sostanze. La stessa EEA sottolinea che non è ancora possibile ricostruire in maniera completa l’estensione della contaminazione. Tuttavia, l’Agenzia ritiene possibile concludere con sicurezza che un numero significativo di siti europei è sottoposto a una pressione rilevante dovuta al PFOS.

Fonte: European Environment Agency.
Il problema si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà delle acque europee. Secondo l’EEA, nel periodo di riferimento più recente soltanto il 29% delle acque superficiali europee raggiungeva un buono stato chimico.
PFAS anche nei mari e negli organismi
Il problema non termina nei fiumi e nelle falde. I PFAS raggiungono anche l’ambiente marino e possono entrare nella catena alimentare. Alcuni composti possono accumularsi negli organismi e trasferirsi lungo le reti alimentari.
La contaminazione chimica diventa così contemporaneamente una questione di tutela degli ecosistemi, biodiversità, sicurezza alimentare e salute.
Come siamo esposti ai PFAS
Per la popolazione generale le principali vie di esposizione comprendono acqua potabile e alimenti contaminati, ma possono contribuire anche prodotti di consumo, materiali a contatto con gli alimenti e polveri presenti negli ambienti interni.
Situazioni molto diverse possono verificarsi per chi vive nelle vicinanze di importanti fonti di contaminazione o per alcune categorie professionali. IARC ricorda che nelle aree contaminate l’acqua potabile può rappresentare una via particolarmente importante di esposizione, mentre nella popolazione generale dieta e acqua sono tra le principali fonti.
Alcuni PFAS possono inoltre permanere a lungo nell’organismo e il biomonitoraggio umano ne ha documentato la presenza nel sangue.
La presenza di una sostanza nell’organismo non equivale automaticamente allo sviluppo di una malattia: rischio e gravità degli effetti dipendono dalla sostanza, dalla dose, dalla durata e dalle modalità dell’esposizione, dalla fase della vita nella quale questa avviene e da numerosi altri fattori.

La diffusione dell’esposizione rende però essenziale comprenderne sempre meglio gli effetti.
PFAS e salute: cosa sappiamo
È necessario distinguere tra le migliaia di sostanze appartenenti alla famiglia PFAS e il numero molto più ristretto di composti per i quali disponiamo di una consistente letteratura tossicologica ed epidemiologica.
Per alcuni PFAS più studiati, le evidenze hanno sollevato preoccupazioni riguardo agli effetti sul sistema immunitario, sul metabolismo dei lipidi, sulla riproduzione e sullo sviluppo e su altri esiti sanitari.
Uno dei passaggi più importanti è rappresentato dalla valutazione dell’International Agency for Research on Cancer, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’OMS. IARC ha classificato il PFOA come cancerogeno per l’uomo, Gruppo 1, e il PFOS come possibilmente cancerogeno per l’uomo, Gruppo 2B. Per il PFOA la valutazione si basa, tra gli altri elementi, su forti evidenze meccanicistiche e su evidenze limitate nell’uomo per carcinoma renale e tumore del testicolo.
È importante ricordare che la classificazione IARC riguarda il pericolo cancerogeno e non indica automaticamente il livello di rischio associato a una specifica concentrazione o condizione di esposizione.
Il nuovo lavoro dell’OMS
Un aggiornamento particolarmente significativo è arrivato il 30 luglio 2026, quando l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato la nuova Landscape review dedicata ai principali PFAS ingeriti e ai loro effetti sulla salute.
L’OMS ha raccolto e valutato le informazioni disponibili sulla presenza dei PFAS nell’ambiente, i dati di biomonitoraggio umano e le evidenze sugli effetti sanitari. La revisione ha identificato 77 PFAS nella base di evidenze relativa alla presenza e 66 PFAS nella base relativa agli effetti sulla salute. Da questo lavoro l’OMS ha individuato 18 PFAS e sei categorie di effetti sanitari prioritari per le successive valutazioni approfondite.
Il dato aiuta a comprendere anche la dimensione dell’incertezza scientifica: conosciamo molto di alcune sostanze, mentre per una parte enorme della famiglia PFAS le informazioni disponibili sono ancora limitate.
L’OMS sta utilizzando questo lavoro come base per valutazioni successive che dovranno contribuire anche allo sviluppo di valori guida sanitari per PFAS negli alimenti e nell’acqua potabile.
L’acqua potabile diventa uno dei fronti decisivi
Uno dei cambiamenti più importanti è avvenuto proprio nel 2026. La nuova direttiva europea sull’acqua potabile ha introdotto specifici parametri per i PFAS e dal 12 gennaio 2026 gli Stati membri devono effettuare un monitoraggio armonizzato delle concentrazioni nell’acqua potabile e comunicare alla Commissione europea i risultati, compresi eventuali superamenti. È la prima volta che nell’Unione viene introdotto un monitoraggio sistematico dei PFAS nell’acqua destinata al consumo umano.
I parametri europei sono 0,50 microgrammi per litro per “PFAS Total” e 0,10 microgrammi per litro per la “Sum of PFAS”, relativa a un gruppo definito di 20 sostanze. L’EEA ricorda che, in presenza di concentrazioni superiori ai valori previsti, devono essere adottate misure per garantire la conformità dell’acqua.
Il percorso era stato preparato nel 2024 attraverso le linee guida tecniche europee sui metodi analitici, che avevamo approfondito nell’articolo Il monitoraggio dei PFAS nelle acque destinate al consumo umano.
Il passaggio dal 2024 al 2026 è sostanziale: allora si stavano costruendo le condizioni tecniche per il monitoraggio; oggi il sistema europeo è entrato effettivamente in applicazione.

Eliminare i PFAS dall’acqua non è semplice
La prevenzione alla fonte rimane fondamentale anche perché rimuovere una contaminazione già avvenuta può essere tecnicamente complesso e costoso.
I normali sistemi di potabilizzazione non sono necessariamente efficaci nei confronti dei PFAS. L’EEA indica fra le tecnologie disponibili o in sviluppo l’adsorbimento su carbone attivo, le resine a scambio ionico e le membrane ad alta pressione, come nanofiltrazione e osmosi inversa.
C’è inoltre un problema concettuale: separare i PFAS dall’acqua non significa necessariamente averli distrutti. I contaminanti possono concentrarsi nei materiali filtranti o nei residui, che devono successivamente essere gestiti.
Per questo prevenire gli scarichi e le emissioni alla fonte può risultare molto più efficace che tentare successivamente di eliminare una contaminazione diffusa.

La situazione italiana: dal Veneto a una questione nazionale
In Italia il caso più conosciuto è quello del Veneto, dove la contaminazione delle acque ha interessato un territorio molto vasto nelle province di Vicenza, Verona e Padova e ha prodotto una delle più importanti vicende ambientali e sanitarie legate ai PFAS in Europa.
La vicenda ha contribuito a portare il problema fuori dagli ambienti scientifici e a trasformarlo in una questione pubblica, anche grazie alla mobilitazione delle comunità interessate e delle associazioni.
Ma sarebbe sbagliato identificare PFAS e Veneto come se fossero sinonimi. I monitoraggi ambientali hanno documentato presenze in diverse parti del territorio nazionale, mentre l’entrata in vigore dei nuovi obblighi europei sull’acqua potabile rende il controllo progressivamente più sistematico.
Ambientenonsolo aveva ricostruito già nel 2022 i primi elementi del problema nazionale nell’articolo Rischi chimici emergenti in Europa. I PFAS, dal quale prende idealmente avvio questa nuova guida.
Il caso della Toscana

La Toscana costituisce un esempio significativo di come il problema possa essere collegato a differenti distretti produttivi. Come abbiamo raccontato nell’approfondimento Inquinamento da PFAS in Toscana: l’indagine di Greenpeace, i campionamenti hanno interessato aree caratterizzate da attività tessili, conciarie, cartarie e florovivaistiche.
Il caso mostra quanto la questione PFAS richieda di integrare monitoraggio ambientale, autorizzazioni agli scarichi, conoscenza dei processi produttivi e controllo dell’acqua destinata al consumo umano.
Il problema dei PFAS polimerici
Per molto tempo l’attenzione si è concentrata prevalentemente su PFAS non polimerici come PFOA e PFOS. Più recentemente è aumentata l’attenzione verso i PFAS polimerici.
Il 18 agosto 2026 l’EEA ha pubblicato una nuova valutazione specificamente dedicata a queste sostanze. Secondo l’Agenzia, i PFAS polimerici rappresentano una quota considerevole, stimata tra il 24 e il 40% del volume totale dei PFAS immessi sul mercato dell’Unione europea.
Le grandi dimensioni molecolari generalmente ne limitano l’assorbimento nelle cellule e per questo la tossicità diretta dei polimeri viene generalmente considerata inferiore rispetto a quella di molti PFAS non polimerici. Ma guardare soltanto alla molecola durante l’utilizzo rischia di nascondere una parte del problema.
Produzione, lavorazione, utilizzo e fine vita possono determinare emissioni; precursori, residui o prodotti di degradazione possono inoltre originare PFAS più piccoli e persistenti. Per questo l’EEA invita ad adottare una prospettiva basata sull’intero ciclo di vita.
Abbiamo approfondito il tema nell’articolo Gli impatti dei polimeri PFAS sulla nostra salute e sull’ambiente.

Fonte: https://www.eea.europa.eu/en/newsroom/news/impacts-of-pfas-polymers/
Possiamo sostituire i PFAS?
Non esiste una risposta unica, perché i PFAS vengono impiegati in applicazioni estremamente diverse. In alcuni settori esistono già alternative tecnicamente valide; in altri, soprattutto in alcune applicazioni industriali, mediche o tecnologiche, la sostituzione può essere più complessa.
È proprio questa differenza a essere centrale nel dibattito europeo: distinguere gli usi per i quali esistono alternative da quelli nei quali occorre ancora svilupparle, evitando però che deroghe temporanee diventino un modo per rinviare indefinitamente la transizione.
Il settore tessile è uno dei casi più interessanti. Ridurre i PFAS alla fonte avrebbe inoltre un secondo vantaggio: evitare che queste sostanze entrino nei flussi di rifiuti e continuino a circolare attraverso riutilizzo e riciclo.
La grande restrizione europea dei PFAS
È probabilmente la partita normativa più importante. Nel 2023 le autorità di Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia hanno presentato all’ECHA una proposta per una restrizione estremamente ampia dei PFAS nell’ambito del regolamento REACH.
La novità consiste proprio nell’approccio: non affrontare soltanto singole sostanze dopo che ne sono stati documentati gli effetti, ma considerare la famiglia nel suo complesso, prevedendo eventuali deroghe per alcuni utilizzi.
Il 26 marzo 2026 ECHA ha comunicato che il Comitato per la valutazione dei rischi, RAC, aveva adottato il proprio parere finale, mentre il Comitato per l’analisi socioeconomica, SEAC, aveva predisposto la propria bozza di parere. Entrambi sostengono un’azione a livello europeo accompagnata da deroghe mirate e misure per minimizzare le emissioni.
La procedura non equivale però a un divieto già adottato. Il parere definitivo del SEAC è atteso entro la fine del 2026; successivamente spetterà alla Commissione europea procedere con la decisione normativa secondo le regole previste dal REACH.
Alcune restrizioni sono già realtà
Nel frattempo l’Europa non parte da zero. PFOS, PFOA e altre sostanze sono già state sottoposte a restrizioni attraverso la normativa europea e la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti.
L’azione europea procede quindi su più livelli: eliminazione di singole sostanze particolarmente problematiche, restrizioni per specifici usi, controllo delle emissioni, monitoraggio delle acque e proposta di un intervento molto più ampio sull’intera famiglia PFAS.
Quanto ci costa l’inquinamento da PFAS?
La questione non riguarda soltanto salute e ambiente. Riguarda anche chi paga.
Quando una falda viene contaminata occorre monitorarla, installare sistemi di trattamento, sostituire eventualmente le fonti di approvvigionamento, gestire i residui contaminati e, nei casi più gravi, affrontare operazioni di bonifica che possono durare decenni.
Nel gennaio 2026 la Commissione europea ha presentato uno studio secondo il quale, se gli attuali livelli di contaminazione continuassero senza nuove azioni regolatorie, i PFAS potrebbero costare all’Unione europea circa 440 miliardi di euro entro il 2050. Intervenire sulle emissioni alla fonte potrebbe invece consentire di evitare una parte considerevole di questi costi. La Commissione stima inoltre che affidarsi prevalentemente al trattamento dell’acqua contaminata potrebbe comportare costi superiori a mille miliardi di euro.
È un dato che cambia la prospettiva: rinviare l’intervento non significa evitare un costo, ma può significare trasferirlo dalle attività che producono o utilizzano le sostanze alla collettività chiamata successivamente a gestire acqua contaminata, danni sanitari e bonifiche.
Il principio “chi inquina paga” alla prova dei PFAS
Da qui nasce un’altra grande questione: la responsabilità. Le controversie giudiziarie legate ai PFAS si stanno moltiplicando e stanno trasformando un problema ambientale in una questione di giustizia e responsabilità economica.
Nel 2026 abbiamo raccontato il caso dell’area industriale a sud di Lione nell’approfondimento PFAS, vicino a Lione uno dei più grandi processi civili d’Europa contro l’industria chimica.
La domanda che emerge è semplice ma fondamentale: chi deve sostenere i costi di una contaminazione che può persistere per generazioni?
Quando il cinema racconta una contaminazione invisibile
La storia dei PFAS è difficile da raccontare perché gran parte della contaminazione è invisibile. Non ha necessariamente l’immediatezza di un fiume ricoperto di schiuma o di una nube di fumo.
Il cinema ha contribuito a rendere comprensibile questo problema a un pubblico molto più vasto. Nel film Dark Waters la vicenda dell’avvocato Robert Bilott e della contaminazione da PFOA negli Stati Uniti diventa una storia sulla difficoltà di dimostrare i danni, sull’accesso alle informazioni, sul rapporto fra industria e autorità pubbliche e sul diritto delle comunità a conoscere ciò a cui sono esposte.
Ne abbiamo parlato nell’articolo PFAS: il veleno invisibile che entra nelle nostre vite.
2026: un anno di svolta per i PFAS
Il 2026 può essere considerato un anno particolarmente importante nella storia europea dei PFAS.
12 gennaio: entrano in applicazione i nuovi obblighi europei di monitoraggio armonizzato dei PFAS nell’acqua potabile.
Marzo: RAC e SEAC compiono un passaggio decisivo nella valutazione della proposta europea di restrizione generale dei PFAS.
30 luglio: l’OMS pubblica la nuova revisione sui principali PFAS ingeriti e sui loro effetti sanitari, individuando 18 sostanze e sei categorie di effetti prioritari.
18 agosto: l’EEA pubblica la nuova analisi sui PFAS polimerici, che rappresenterebbero tra il 24 e il 40% del volume dei PFAS immessi sul mercato europeo.
Sono passaggi diversi, ma indicano la stessa direzione: i PFAS non vengono più considerati soltanto una successione di singoli casi di contaminazione. Stanno diventando una questione strutturale delle politiche europee su sostanze chimiche, acqua, salute, industria, economia circolare e prevenzione dell’inquinamento.
Cosa ancora non sappiamo
Il paradosso dei PFAS è che sappiamo abbastanza per considerare il problema serio, ma non abbastanza per conoscere nel dettaglio gli effetti delle migliaia di sostanze appartenenti alla famiglia.
Il monitoraggio è ancora disomogeneo. Le metodologie analitiche continuano a evolvere. Molti PFAS sono scarsamente studiati dal punto di vista tossicologico. Esiste inoltre il problema delle miscele: persone ed ecosistemi non sono necessariamente esposti a una sola sostanza alla volta.
L’incertezza scientifica non può però essere confusa con l’assenza di rischio. La straordinaria persistenza di queste sostanze rende particolarmente importante intervenire sulle emissioni prima che la contaminazione diventi ancora più diffusa e difficile da rimuovere.
Dai “forever chemicals” alla prevenzione
La storia dei PFAS offre una lezione che va ben oltre questa specifica famiglia di sostanze. Per decenni abbiamo utilizzato composti estremamente persistenti perché garantivano prestazioni tecniche molto utili. Solo successivamente sono diventati sempre più evidenti la diffusione ambientale, l’esposizione delle popolazioni e i costi necessari per controllare una contaminazione ormai molto estesa.
Una politica basata soltanto sulla bonifica interviene quando gran parte del danno è già avvenuto.
La questione decisiva diventa quindi la prevenzione: eliminare gli usi non necessari, sviluppare alternative sicure, controllare le emissioni industriali, conoscere ciò che viene immesso sul mercato, monitorare acqua, suolo, alimenti e popolazioni e applicare concretamente il principio secondo cui chi produce l’inquinamento deve contribuire ai costi necessari per eliminarlo.
L’obiettivo non può essere semplicemente imparare a convivere con gli “inquinanti eterni”. Deve essere evitare di continuare ad aggiungerne all’ambiente.
Per approfondire su Ambientenonsolo
Rischi chimici emergenti in Europa. I PFAS – il nostro approfondimento del 2022 da cui prende avvio questo percorso.
I giornalisti del Forever Pollution Project tracciano i PFAS in tutta Europa – la grande inchiesta transnazionale sulla contaminazione europea.
Il monitoraggio dei PFAS nelle acque destinate al consumo umano – metodi e regole alla base del nuovo monitoraggio europeo.
Inquinamento da PFAS in Toscana: l’indagine di Greenpeace – la contaminazione nei principali distretti produttivi toscani.
I PFAS nell’attività cartaria – PFAS, carta e riciclo.
Gli impatti dei polimeri PFAS sulla nostra salute e sull’ambiente.
PFAS: il veleno invisibile che entra nelle nostre vite.
PFAS, vicino a Lione uno dei più grandi processi civili d’Europa contro l’industria chimica.
Fonti principali
European Environment Agency – PFAS pollution in European waters
European Environment Agency – Treatment of drinking water to remove PFAS
European Environment Agency – PFAS polymers in focus
European Commission – New EU-wide protections against PFAS in drinking water
European Commission – New study confirms huge and growing costs of PFAS pollution
ECHA – ECHA supports PFAS restriction with targeted derogations
WHO – Key ingested PFAS and their health effects: landscape review
IARC – PFOA and PFOS carcinogenicity evaluation
19/9/2026 https://ambientenonsolo.com









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