I tentacoli di Big Food
Nicoletta Dentico
Malgrado la crescente consapevolezza della comunità scientifica e le indicazioni delle Nazioni Unite, la potenza economica e finanziaria delle multinazionali del cibo non dà scampo. Otto aziende – Nestlé, Coca-Cola, Pepsi-Co, Unilever, Danone, Mars e Ferrero – controllano il 42% del comparto finanziario di settore, qualcosa come 1500 miliardi di dollari. Una concentrazione simile, forte di capitali giganteschi, rimane ancora indisturbata nella sua azione contro gli interessi della salute mondiale.
In una recente conversazione con la testata online Devex, Ebere Okereke, voce molto accreditata in Africa e nel panorama sanitario internazionale, ha sostenuto che la salute globale è “una questione di potere”[i]. L’osservazione non è scontata, il discorso mainstream sulla salute globale è assai reticente a riconoscere le dinamiche del potere che lo sottendono. Ma che questa sia una rappresentazione attendibile della realtà si evince occupandosi del conflitto acuminato[ii] tra le politiche aziendali delle grandi imprese multinazionali e il loro impatto diretto o indiretto sulla salute di intere popolazioni.
È riconosciuto[iii] che i giganti dell’economia globalizzata sono responsabili dell’aumento di patologie evitabili – le cosiddette epidemie del neoliberismo[iv]. Quattro settori industriali – tabacco, cibo ultraprocessato, alcol ed energie fossili – determinano un terzo di tutti i decessi nel mondo con le devastazioni che producono su ambiente ed ecosistemi, le disuguaglianze sanitarie che inducono sfigurando la salute a merce inavvicinabile, la commercializzazione di prodotti direttamente collegati a malattie croniche. 19 milioni di morti[v] secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) – 2,7 milioni solo in Europa.
In questo campo minato si addentra l’inchiesta del network di giornalismo investigativo Lighthouse Reports, che prende di petto le aziende globali del cibo. L’indagine, condotta in sinergia con diversi media partners – Follow the Money (Paesi Bassi), The Guardian (Regno Unito), Agência Pública (Brasile), Cuestión Pública (Colombia), L’Espresso (Italia), Il Fatto Alimentare (Italia), O Joio e O Trigo (Brasile), Quinto Elemento Lab (Messico) e The Wire (India) – è un mastodontico lavoro di ricerca in sei Paesi campione – Brasile, Colombia, Messico, Stati Uniti, Regno Unito e India – per smascherare la strategia di intimidazione che Big Food usa per difendere profitti e posizioni dominanti sul mercato. L’inchiesta giornalistica svela che dal 2010 al 2025 i colossi del cibo hanno intentato 239 azioni legali per bloccare l’introduzione di regolamentazioni, ovvero per ritardare o neutralizzare norme a tutela della salute pubblica nei sei Paesi campione. Il 68% dei casi riguarda le misure di etichettatura del cibo in commercio – il vero stratagemma per educare le persone ad una dieta più attenta e sicura.
I contenziosi cui le imprese sottopongono le autorità pubbliche in vena di regolamentazione rappresentano tempi e risorse cospicue nelle aule dei tribunali sottratte all’esercizio della funzione pubblica, in una battaglia spesso impari tra Stato e potentati economico-finanziari. Lighthouse Reports ha stimato un monte di 595 anni trascorsi nei contenziosi nel lasso temporale dell’inchiesta. Le imprese non mollano, hanno obiettivi politici chiari e miliardi allocati in bilancio a queste attività di intimidazione strategica. Hanno fior di consulenti e studi legali che le seguono con solerzia di laute remunerazioni. Dei 188 contenziosi esaminati, il 38% riguarda nove imprese. Le solite note. In cima alla classifica Coca-Cola con 24 azioni legali dirette, seguita al PepsiCo (con 17 azioni), Mondelez (8 casi), Kellogg’s e Danone (5 casi ciascuna). Seguono a pari merito Ferrero, il gruppo messicano Xignux e Heartland Food Products Group, con 4 contenziosi rispettivamente. In fondo alla classifica Mars Inc., con due azioni singole. Mars compare anche come “casa madre” in altre cinque azioni legali avviate in passato da Kellogg’s UK, che da Mars è stata definitivamente acquisita alla fine del 2025. Il solito gioco di scatole cinesi, non facile da rintracciare.
A navigare sui siti di questi colossi si ha l’impressione di vivere in un mondo dorato e rassicurante. La fantastica legittimazione della responsabilità sociale d’impresa (RSI), che in nome del mercato predilige la via del regime volontario delle imprese a discapito della capacità regolatoria dei governi, asseconda narrazioni di impegno sul fronte della due diligence, dell’attività fisica e lo sport per i bambini, persino della tutela dell’ambiente tramite produzioni altamente sostenibili. Sì, le aziende lo rivendicano: vogliono essere parte nella soluzione del problema. Ma si tratta di un’illusione ottica, di una favola bella veicolata attraverso la costruzione di un immaginario pubblicitario quasi irresistibile. Se però un governo o una qualunque autorità pubblica si azzarda a imporre etichettature semaforo sulla validazione sanitaria dei loro prodotti – un mix trinitario di zuccheri sale e grassi – oppure a introdurre forme di tassazione, la loro reazione pavloviana è la notifica di un’azione temeraria o un ricorso in sede giudiziaria.
Lo schema di gioco è quello inaugurato decenni fa dall’industria del tabacco[vi], un caso di scuola che si ripropone sotto nuove sembianze, per dribblare financo gli strumenti vincolanti, come la Convenzione Quadro sul Controllo del Tabacco dell’Oms[vii]. Accanto alle azioni intimidatorie ricorrono il ghost-writing industriale con produzione di articoli presuntamente scientifici, la sapiente tessitura di lobby politica, un’attenta articolazione di finanziamenti che catturano individui, istituzioni pubbliche, testate giornalistiche, università, le entità della società civile. L’inchiesta su Big Food dettaglia bene le capacità tentacolari di questo sistema intrinsecamente patologico.
Il Messico è il destinatario dell’80% dei casi legali presi in esame (193 su 239). Un dato che non sorprende, il paese ha adottato da diversi anni misure concrete per affrontare la sfida delle malattie croniche[viii]. Oltre ad una politica di diete sane e sostenibili nelle scuole, la prevenzione e il controllo di queste patologie passano da misure regolatorie e di natura fiscale, sempre in bilico però per via dell’interferenza delle imprese. Secondo Lighhouse Reports, l’industria ha letteralmente colonizzato la partecipazione ai tavoli tecnici sulle iniziative normative del governo – 106 accreditamenti contro i 13 concessi alle realtà della società civile – e intasato i tribunali per procrastinare la applicazione della norma sulle etichettature semaforo sulle confezioni dei prodotti, i cui decreti attuativi sono fermi. La tassa sul cibo ultraprocessato è del 7%, l’Oms raccomanda il 20%, ma il conglomerato industriale non cede.
La vicenda del Messico ci porta dritti in Italia, ad Alba. Ferrero come abbiamo detto risulta direttamente o indirettamente coinvolta nelle vicende legali intese a neutralizzare le regolamentazioni messicane sul cibo sano e sostenibile. Qui il colosso dolciario è protagonista diretto di tre azioni giudiziarie. Gli investimenti e gli interessi della multinazionale in America Latina sono cospicui. Ferrero è saldamente presente nelle quattro associazioni industriali brasiliane che hanno fatto causa all’agenzia pubblica di regolamentazione sanitaria ANVISA per osteggiare la delibera Rdc24, cioè la norma che da quasi due decenni punta a limitare, con esiti spesso incerti, la pubblicità del cibo spazzatura ai bambini – una norma che ha fatto scuola, introdotta anche dal ministero della salute in Cile una decina di anni fa. Ferrero infine è coinvolta nel ricorso di WK Kellogg Co. – la azienda americana dei famosi cornflakes – nel Regno Unito dopo l’acquisizione dell’iconico marchio nel luglio 2025. La multinazionale di Alba e la sua controllata Eat Natural hanno infierito contro il Ministero della Salute inglese con lettere di diffida preventiva (pre-action letters), minacciando il governo con dure iniziative legali se le norme restrittive sui prodotti ad alto contenuto di zuccheri, sale e grassi non fossero state emendate. Un ex rappresentante del sistema sanitario inglese, in via confidenziale, ha raccontato che “il caso WK Kellogg Co. ha richiesto uno sforzo gigantesco da parte del governo inglese. La maggior parte dei paesi non ha proprio le risorse per opporre resistenza. Quando cito il caso all’estero, ne restano terrorizzati”.
Interpellata da Lighthouse Reports, l’azienda ha risposto con una nota in cui spiega che “Ferrero sostiene gli obiettivi di salute pubblica volti a ridurre l’obesità e le malattie correlate all’ alimentazione e condivide le rilevanti raccomandazioni formulate dalle autorità sanitarie internazionali, incluse quelle sul consumo dello zucchero. Sosteniamo etichettature nutrizionali fondate sull’evidenza scientifica e non discriminatorie. Assicuriamo ai consumatori informazioni nutrizionali chiare e molti dei nostri prodotti sono offerti in piccole porzioni individuali, con circa il 91% dei nostri volumi di mercato contenenti meno di 150 calorie per confezione. Laddove Ferrero si è confrontata con diverse autorità e organismi di regolamentazione, questo ha riguardato i criteri di chiarezza sulla attuazione delle politiche – ad esempio le incongruenze con cui prodotti comparabili sono trattati in base alla stessa norma – piuttosto che per opposizione agli obiettivi di salute pubblica”.
La azienda di Alba ha allenato la propria strategia intimidatoria in Italia, dove da sempre tutto è permesso. Nella trasversale reticenza a introdurre misure di prevenzione e controllo, le malattie croniche divampano nel nostro paese. Secondo i dati ISTAT 2025, 6 milioni di adulti sono obesi, un minore su quattro tra i 3 e 17 anni (26%) è in eccesso di peso, con un picco del 32,3% tra i bambini (3-10 anni). L’epidemia segna un crinale profondo di disuguaglianza sanitaria, nel senso che le condizioni socioeconomiche e culturali delle famiglie segnano quasi un destino antropologico per le fasce di popolazione meno informate, dunque più esposte.
In Francia, il metodo Nutri-Score è uno strumento di scelta acquisito per il 68% della popolazione, una campagna chiede una legge per renderlo obbligatorio[ix] . In Europa, 14 paesi applicano la “sugar tax” sulle bevande. In Italia, il Far West. La pubblicità del cibo ultraprocessato per grandi e piccini appare ovunque, le misure di tassazione sulle bevande zuccherate slittano coerenti alle calende greche e anzi, con la riforma sulla Buona Scuola del governo Renzi, Big Food è entrata nelle scuole per finanziarne le attività. Un unicum che lasciò di stucco Hilal Elver, la relatrice speciale dell’ONU per il diritto al cibo, in missione in Italia nel 2020[x] . E con il governo Meloni, appiattito sulle imprese come se non ci fosse un domani, l’Italia è ormai paladina contro i determinanti commerciali della salute nelle sedi multilaterali, bloccando il consenso europeo sulle malattie croniche all’Oms. Questa deregolamentazione assoluta ha rafforzato Ferrero nella sfera di influenza e nella capacità di estendere il proprio raggio di azione sia in Europa – insieme a Coldiretti ha bloccato l’introduzione del Nutri-Score europeo[xi] – che su scala globale.
L’inchiesta di Lighthouse Reports informa che Big Food ha perso l’82% delle cause intentate nei sei paesi presi in esame, una circostanza che però non può indurre all’ottimismo. Malgrado la crescente consapevolezza della comunità scientifica e le indicazioni delle Nazioni Unite, la potenza economica e finanziaria delle multinazionali del cibo non dà scampo. Otto aziende – Nestlé, Coca-Cola, Pepsi-Co, Unilever, Danone, Mars e Ferrero – controllano il 42% del comparto finanziario di settore, qualcosa come 1500 miliardi di dollari. Una concentrazione simile, forte di capitali giganteschi, rimane ancora indisturbata nella sua azione contro gli interessi della salute mondiale.
Una questione di potere, appunto.
Nicoletta Dentico, Responsabile programma salute Globale del Society for international Devolpment
Riferimenti
[i] Igoe M., (2026). “Ebere Okereke believes global health is about power”. In Devex, 14 luglio 2026, https://www.devex.com/news/ebere-okereke-believes-global-health-is-about-power-112829.
[ii] Babic M., Fichtner J., et al., (2017). “States Versus Corporations: Rethinking the Power of Business in International Politics”, in The International Spectator, 52(4), 20-43, https://doi.org/10.1080/03932729.2017.1389151
[iii] Gilmore Anna B., Fabbri A., Baum F., et al., (2023). “Defining and conceptualizing the commercial determinants of health”, in The Lancet Series , Commercial Determinants of Health, Volume 410, Issue 10383, P1194-1213, 8 Aprile 2023, https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(23)00013-2/abstract.
[iv] Schrecker T., Bambra C., (2025). How Politics Make Us Sick: Neoliberal Epidemics. Palgrave Macmillan, 2025, https://link.springer.com/book/10.1057/978-1-349-96127-6.
[v] https://www.who.int/europe/news/item/12-06-2024-just-four-industries-cause-2.7-million-deaths-in-the-european-region-every-year.
[vi] https://www.tobaccotactics.org/article/Institute-of-Economic-Affairs/
[vii] https://fctc.who.int/convention
[viii] Le statistiche nazionali rilevano un 70% circa della popolazione adulta, e un 30% dei bambini, con obesità o sovrappeso, mentre il 9,2% della popolazione soffre di diabete.
[x] https://docs.un.org/en/A/HRC/43/44/ADD.5
[xi] https://ilfattoalimentare.it/ue-abbandona-nutri-score-intervista-serge-hercberg.html
21/9/2026 https://www.saluteinternazionale.info/








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