Francia, in piazza contro il «permesso di uccidere»
Migliaia di persone in piazza a Parigi e in tutta la Francia contro la presunzione di uso legittimo delle armi per poliziotti e gendarmi. Se un agente spara, sarà la vittima o la sua famiglia a dover dimostrare che quel colpo non era giustificato.
«Non au permis de tuer». Lo hanno scritto sui cartelli e gridato nelle strade decine di migliaia di persone che domenica 20 settembre hanno manifestato in tutta la Francia contro la proposta di legge sulla presunzione di uso legittimo delle armi da parte delle forze dell’ordine. Solo a Parigi, secondo la prefettura, sono scese in strada 21.000 persone. Migliaia hanno manifestato anche a Marsiglia, Lione, Tolosa, Grenoble e in numerose altre città. Complessivamente, secondo le cifre diffuse dopo le manifestazioni, la mobilitazione ha coinvolto quasi 50.000 persone.
A Parigi il corteo ha attraversato la città da République a Nation. «Chi ci proteggerà dalla polizia?», «Le nostre vite meritano di essere vissute, non abbattute», «Più potere, più abusi»: gli slogan raccontano una mobilitazione che non riguarda soltanto una modifica procedurale, ma una questione molto più profonda, quella del controllo sull’uso della forza da parte dello Stato. Le immagini della manifestazione mostrano cartelli che collegano esplicitamente la proposta all’articolo L.435-1 del codice della sicurezza interna, quello che dal 2017 disciplina l’uso delle armi da parte di polizia e gendarmeria.
La definizione di «permesso di uccidere» appartiene agli oppositori della legge e non descrive letteralmente ciò che il testo stabilisce. La proposta non introduce nuovi casi nei quali un poliziotto può sparare. Il suo effetto sarebbe però quello di modificare radicalmente il punto di partenza dell’accertamento giudiziario quando un agente utilizza la propria arma. Ed è proprio qui che si concentra la contestazione.
Prima il tiro è presunto legittimo
L’articolo L.435-1 stabilisce già oggi che poliziotti e gendarmi possono utilizzare le armi soltanto in condizioni di «assoluta necessità» e in maniera «strettamente proporzionata». La legge individua cinque situazioni specifiche, dalla difesa della propria vita o di quella di altre persone fino ad alcuni casi di fuga o mancato arresto di un veicolo quando esista il rischio che vengano commessi attentati contro la vita o l’integrità fisica.
La proposta approvata in prima lettura dall’Assemblea nazionale il 7 luglio aggiunge però un elemento decisivo: quando un poliziotto o un gendarme usa l’arma, viene presunto fino a prova contraria che abbia agito proprio all’interno di quelle condizioni legali e nel rispetto dei requisiti di necessità e proporzionalità. La presunzione può essere rovesciata da elementi di prova contrari, ma cambia il punto di partenza dell’indagine.
Non è quindi una licenza formale a sparare. Il problema denunciato da magistrati, avvocati, organizzazioni per i diritti e familiari delle persone uccise dalla polizia riguarda ciò che accade dopo il tiro: chi deve dimostrare che l’uso dell’arma non era giustificato e quali strumenti investigativi saranno immediatamente disponibili per farlo.
Secondo giuristi interpellati da Le Monde, la nuova presunzione potrebbe avere conseguenze già nelle primissime ore dell’inchiesta. Se l’uso dell’arma parte dalla presunzione di conformità alla legge, potrebbe diventare più difficile ricorrere immediatamente agli strumenti tipici dell’indagine di flagranza, comprese determinate perquisizioni e sequestri. Anche il ricorso alla custodia di polizia dell’agente potrebbe risultare più problematico, perché questa richiede l’esistenza di ragioni plausibili per sospettare la commissione di un reato. Sono conseguenze giuridiche sulle quali esiste un confronto, ma che spiegano perché la battaglia intorno alla legge sia tutt’altro che simbolica.
Dalla riforma del 2017 a oggi
Il conflitto sull’uso delle armi da parte della polizia francese ha alle spalle una storia precisa. Nel 2017 una precedente riforma aveva modificato il quadro giuridico applicabile agli agenti. Da allora, particolare attenzione si è concentrata sui cosiddetti refus d’obtempérer, i casi nei quali un conducente non si ferma all’alt imposto dalla polizia.
Le ricerche del politologo Sebastian Roché, direttore di ricerca al CNRS, citate da Le Monde, hanno evidenziato un dato significativo: nei cinque anni successivi alla riforma del 2017, le morti provocate da colpi sparati dalla polizia contro veicoli in movimento sono state cinque volte più numerose rispetto ai cinque anni precedenti. Il dato non dimostra automaticamente che ogni singolo episodio sia conseguenza diretta della legge, ma costituisce uno degli elementi centrali utilizzati da chi mette in guardia dagli effetti che una modifica delle regole sull’uso delle armi può produrre anche sui comportamenti operativi.
È in questo contesto che la nuova presunzione assume un significato particolare. Non si interviene soltanto sulle responsabilità individuali successive a un determinato episodio: si invia alle forze dell’ordine il messaggio che, nel momento in cui sparano, l’ordinamento partirà dalla presunzione che abbiano agito legalmente. I sostenitori della riforma considerano questa protezione necessaria per evitare che poliziotti e gendarmi vengano automaticamente trattati come sospettati dopo aver utilizzato l’arma nell’esercizio delle proprie funzioni. Gli oppositori ritengono invece che proprio l’eccezionalità del potere di utilizzare una forza potenzialmente letale richieda controlli particolarmente rigorosi e non presunzioni favorevoli a chi quel potere esercita.
Una battaglia iniziata prima delle piazze
La manifestazione del 20 settembre non nasce improvvisamente. Contro la proposta di legge si è sviluppata negli ultimi mesi una vasta mobilitazione della società civile. Una petizione presentata sulla piattaforma dell’Assemblea nazionale aveva superato le 730.000 firme, diventando la seconda più sottoscritta dalla creazione del sistema delle petizioni parlamentari. Nonostante ciò, nel luglio scorso la commissione competente dell’Assemblea ha respinto la possibilità di trasformarla in un dibattito nell’emiciclo.
La mobilitazione nazionale è stata promossa da una coalizione molto ampia che comprende Stop aux violences d’État, Amnesty International France, Ligue des droits de l’Homme, Comité Vérité pour Adama, Syndicat de la magistrature, Syndicat des avocats de France e Flagrant Déni. Amnesty aveva annunciato più di venti manifestazioni tra Francia metropolitana e territori d’oltremare, mentre complessivamente iniziative contro la proposta sono state organizzate in molte più città durante il fine settimana.
Dentro quelle manifestazioni c’erano soprattutto persone e famiglie per le quali la discussione sull’uso della forza non è un dibattito astratto. A Marsiglia, ad esempio, alla mobilitazione ha partecipato Issam El Khalfaoui, padre di Souheil, diciannovenne ucciso durante un controllo di polizia il 4 agosto 2021 e cofondatore dell’associazione Stop aux violences d’État. È anche attraverso queste famiglie che negli ultimi anni la questione delle morti durante gli interventi di polizia è diventata un tema politico nazionale.
Secondo i dati citati da Mediapart nell’ambito della mobilitazione, nel 2025 quarantanove persone sono morte in Francia in seguito a interventi della polizia e almeno ventidue dall’inizio del 2026. Si tratta di cifre riportate dalla testata nel suo dossier sulla proposta di legge e che comprendono situazioni differenti tra loro; non possono dunque essere automaticamente equiparate a casi di uso illegittimo della forza. Indicano però la dimensione concreta del problema sul quale interviene la nuova disciplina.
Una presunzione per chi esercita la forza
È qui che la questione francese supera i confini nazionali. Lo Stato attribuisce alle forze dell’ordine un potere che nessun altro cittadino possiede nelle stesse forme: utilizzare legittimamente la coercizione e, in circostanze eccezionali, una forza potenzialmente letale. Proprio per questo, nelle democrazie costituzionali, quel potere è sottoposto a condizioni, controlli e verifiche giudiziarie.
La proposta francese interviene su questo equilibrio non ampliando formalmente il diritto di sparare, ma introducendo una presunzione favorevole a chi ha sparato. È la ragione per cui il problema non può essere ridotto alla contrapposizione tra chi «sta con la polizia» e chi le sarebbe contrario. La domanda riguarda il rapporto tra forza pubblica e controllo giudiziario: quando lo Stato ferisce o uccide, da quale presupposto deve partire l’inchiesta?
I sostenitori della proposta rispondono che un agente che utilizza l’arma nelle condizioni drammatiche previste dalla legge non dovrebbe essere immediatamente trattato come un possibile autore di reato. Per i promotori della mobilitazione, invece, la presunzione rischia di rendere ancora più difficile per vittime e familiari ricostruire gli eventi e ottenere un’indagine effettiva. La stessa possibilità di rovesciare la presunzione attraverso prove contrarie non elimina, secondo i critici, il problema: quelle prove devono essere raccolte, e proprio le prime ore dopo un episodio possono risultare decisive.
Per questo nelle piazze francesi si è parlato di «permesso di uccidere». È una formula politica, non la descrizione letterale della norma, ma individua la paura che attraversa la mobilitazione: che alla progressiva estensione degli strumenti coercitivi dello Stato corrisponda una progressiva riduzione degli strumenti utilizzabili per controllarli.
Il testo deve ora essere esaminato dal Senato, non prima di ottobre. È per fermare quel passaggio che il 20 settembre decine di migliaia di persone sono scese nelle strade. Dopo oltre 730.000 firme, la battaglia si è spostata dalle petizioni alle piazze. E al centro rimane una questione elementare dello Stato di diritto: più grande è il potere attribuito a chi porta un’arma per conto dello Stato, più stringente dovrebbe essere il controllo sul modo in cui quel potere viene esercitato.









Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!