Perché la fine di A/I non può e non deve essere una resa

Con la chiusura di Autistici/Inventati, la tecnologia diventa un terreno prioritario della lotta di classe contemporanea

di Fabrizio Marengo

Il presidio tenutosi l’altroieri a Roma, in Piazza Santi Apostoli, non è stato una semplice manifestazione di solidarietà militante; bensì il sintomo di una faglia pratica che interroga l’intera sinistra di rottura.

L’evento, indetto a ridosso della scadenza del periodo transitorio imposto dall’OFAC (Office of Foreign Assets Control) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, ha formalizzato nello spazio pubblico la cessazione delle attività del collettivo Autistici/Inventati (A/I). Il dibattito sviluppatosi attraverso i diversi interventi in piazza ha raccordato la specificità tecnica della sanzione a una riflessione più ampia sui prerequisiti dello spazio d’azione politico, evidenziando come la difesa dell’autodeterminazione digitale sia oggi un avamposto irrinunciabile per la sopravvivenza stessa dei movimenti sociali e dei suoi contropoteri materiali.

Per comprendere la portata strutturale di questa transizione, occorre esaminare la genealogia dell’offensiva che ha colpito Autistici/Inventati. L’inclusione del collettivo nella lista degli Specially Designated Global Terrorists (SDGT) da parte della Presidenza Trump configura una pratica sanzionatoria nettamente asimmetrica, in un modo simile a quanto accaduto a Francesca Albanese nel 2025. L’imputazione di “supporto materiale al terrorismo”, infatti, non risponde affatto a criteri di verifica giurisdizionale ordinaria, ma riflette l’estensione extraterritoriale di normative nate all’indomani della svolta securitaria post-2001. La colpa oggettiva di A/I, del resto, risiede nell’aver garantito, per un quarto di secolo, un’infrastruttura di comunicazione sottratta alla valorizzazione capitalistica e soprattutto alla sorveglianza statuale; un ecosistema autogestito composto da oltre 16.000 caselle mail e 10.000 blog che fungeva da importante retroterra logistico per il dissenso internazionale. Non
a caso, Autistici/Inventati è stato probabilmente il collettivo italiano più rilevante in questo ambito, rivelandosi oltremodo cruciale anche sul piano europeo ed extraeuropeo. Quella di Trump, d’altronde, non è affatto qualcosa di cui sorprendersi dopo che quest’ultimo, già dallo scorso anno, aveva dichiarato guerra totale al movimento antifascista globale designandolo come “organizzazione terroristica” (nonostante quest’ultimo sia tutto tranne che un’organizzazione centralizzata).

La cosa che però ci deve far riflettere è che l’efficacia della sanzione si è dispiegata non tramite l’intervento della forza pubblica, bensì attraverso la leva della governance finanziaria integrata. Il congelamento dei flussi di autofinanziamento e la conseguente sospensione del conto operata da Banca Etica (costretta ad allinearsi per evitare conseguenze nei circuiti di pagamento transnazionali) dimostrano come il controllo biopolitico operi attraverso una “via d’interdizione sistemica”. Privato della titolarità dei propri domini web e delle proprie risorse, infatti; il collettivo ha dovuto optare per la liquidazione completa dell’esperienza, onde evitare la compromissione della propria base utente.

Inutile dire che tutta questa vicenda assuma una certa rilevanza, in primis poiché teorizza e comprova un cruciale mutamento di paradigma nello schema di repressione del dissenso del tardo capitalismo. Se nella grammatica novecentesca la neutralizzazione dei dissidenti politici si articolava attraverso la coercizione fisica, i decreti prefettizi e il sequestro materiale delle risorse a disposizione, lo scenario contemporaneo opera tramite la dematerializzazione della censura. L’esclusione unilaterale da una blacklist finanziaria o algoritmica, infatti, ridefinisce i confini della sovranità, subordinando lo spazio dell’agire politico all’arbitrio dei monopoli tech e degli apparati statuali egemoni.

Siamo di fronte (almeno per il momento, ammessi possibili peggioramenti) a un autoritarismo soft ma pervasivo, capace di prevenire il conflitto sociale prima ancora che esso possa darsi una forma organizzativa. In altre parole, sembra quasi che le moderne democrazie capitalistiche si stiano muovendo verso la struttura di uno stato d’eccezione preventivo; in grado per l’appunto di colpire chirurgicamente i dissidenti politici prima ancora che questi ultimi possano farsi effettivamente minaccia. Nel caso di A/I, per esempio, l’obiettivo è la sussunzione totale delle relazioni militanti all’interno delle piattaforme estrattive della Silicon Valley, in cui la devianza politica può venire normalizzata o espulsa per via algoritmica.

La tragica e improvvisa conclusione dell’esperienza di Autistici/Inventati, tuttavia, non deve affatto tradursi in una resa. Il lascito che emerge dalla piazza romana risiede nella necessità di superare il processo di centralizzazione infrastrutturale che stiamo vivendo. Il monito del collettivo a “moltiplicare e rimodulare” le pratiche di autogestione indica la via per una risposta collettiva: la frammentazione del network in mille nodi federati, molecolari e resistenti alle asimmetrie del potere biopolitico. La scommessa per la sinistra radicale, quindi, non deve affatto esaurirsi nella denuncia della torsione autoritaria (come sfortunatamente accade in molti casi), ma nella capacità di riconfigurare la tecnologia come terreno prioritario della lotta di classe contemporanea.

27/9/2026 https://www.capibara.media/

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