Perché il No ai Data Center è così corale

Un movimento di cittadini comuni, scienziati e amministratori locali che si scontrano con il tecno-capitalismo in difesa del diritto basilare all’acqua, all’energia accessibile e alla salute ambientale

di Francesco Cappello

Negli Stati Uniti, l’opposizione alla costruzione incontrollata dei data center sta assumendo i contorni di un vero e proprio movimento politico nazionale trasversale, superando le classiche divisioni partitiche tra Repubblicani e Democratici. Si tratta di una protesta che unisce preoccupazioni di carattere ecologico, sociale, economico e di sicurezza.

Il Wall Street Journal definisce la costruzione delle infrastrutture IA come la più grande scommessa economica della storia, proporzionalmente più grande delle ferrovie, delle autostrade e di internet.

Il quadro che emerge riflette l’insorgenza di un movimento unito, dove cittadini comuni, scienziati e amministratori locali si scontrano con il tecno-capitalismo in difesa del loro diritto basilare all’acqua, all’energia accessibile e alla salute ambientale e alla sicurezza. 

La spesa prevista dai giganti (Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft, Oracle) per l’IA ammonterà a 4,2 trilioni di dollari entro la fine del 2029.

Secondo Goldman Sachs, senza il massiccio investimento in costruzione di data center IA, che è schizzata in alto mentre il resto delle costruzioni private è crollato, l’economia statunitense si troverebbe probabilmente in recessione.

Dalle analisi e dai report recenti (2026), emergono diverse figure e organizzazioni chiave che guidano il movimento contro le installazioni fisiche della information technology.

Sul fronte accademico e della ricerca

Elizabeth Plantan (Professoressa associata di Scienze Politiche alla Stetson University) sta analizzando a fondo le dinamiche di questa mobilitazione. Plantan sottolinea come la resistenza contro i data center si stia espandendo con una velocità senza precedenti, definendola non come una banale reazione “NIMBY” (Not In My Back Yard), ma come un sollevamento popolare scatenato da minacce dirette alle risorse. Le sue analisi spiegano che mentre le infrastrutture estrattive passate (come i siti di fracking) colpivano frazioni minoritarie della popolazione rurale, i nuovi data center toccano quasi la metà della popolazione statunitense. L’attivazione così rapida è dovuta proprio alla gravità e all’immediatezza dell’impatto: l’impennata istantanea dei costi dell’elettricità, la minaccia diretta alle falde acquifere in stati soggetti a siccità, e lo sconvolgimento acustico e paesaggistico dei quartieri.

Aaron Regunberg (ex deputato dello stato del Rhode Island e direttore del Climate Accountability Project di Public Citizen) delinea questo movimento come una “manifestazione contro l’avidità” che sta unendo lo spettro politico. Regunberg ha raccolto la testimonianza di Bryce Gustafson, un organizzatore politico in Indiana che ha raccontato la sollevazione dei residenti (compresi gli elettori conservatori pro-Trump) contro un progetto Google da 550 acri in una cittadina di 1.600 anime. La tesi di Regunberg è potente: “Il movimento contro i data center sta unendo gli americani perché illustra perfettamente come pochi individui (i miliardari delle Big Tech) detengano tutto il potere di prendere decisioni che influenzano pesantemente le nostre vite”. Secondo Regunberg, questi impianti uniscono i fronti dell’opposizione per la loro ampiezza di impatto, mettendo a nudo l’asimmetria di potere tra comunità e multinazionali tecnologiche.

Organizzazioni come la Dogwood Alliance si spingono oltre l’impatto locale, evidenziando il legame tra AI Gigafactory e giustizia sociale (Environmental Justice), con un focus particolare sulle comunità afroamericane e del Sud. Questa organizzazione denuncia come i data center vengano sistematicamente insediati in aree svantaggiate, dove il raddoppio dei costi energetici (registrato in aumento anche del 70% in alcune contee) ha conseguenze economiche devastanti sulle famiglie già in difficoltà. L’Alleanza sta guidando campagne contro l’esaurimento delle acque nel Texas e contro i progetti di Elon Musk a Memphis. Puntano il dito anche contro l’incremento dell’inquinamento atmosferico e la spinta all’utilizzo di biomasse forestali (il taglio delle foreste per alimentare le macchine), definendo l’addestramento dell’intelligenza artificiale come un acceleratore per le malattie respiratorie nelle comunità a basso reddito.

Il gruppo Food & Water Watch, la prima organizzazione nazionale a lanciare la campagna “Stop Data Centers”, definisce il fenomeno come “la volontà di spegnere un incendio con la benzina”. La loro retorica è chiara: l’espansione dei data center devasta le risorse idriche (in particolare in Virginia, dove hanno dimostrato che l’impatto economico in termini di posti di lavoro creati rispetto agli enormi investimenti infrastrutturali è irrisorio), e richiede un immediato blocco nazionale di ogni nuova costruzione. Si battono politicamente per contrastare i tentativi degli “oligarchi del web” di bypassare le normative locali e imporre questi impianti dall’alto.

A livello comunitario, figure come Phoebe Reese (del Breathe Project) e residenti locali come Cathy Mager (Springdale Borough, Pennsylvania) incarnano la protesta diretta. Mager denuncia l’insediamento di infrastrutture massicce a ridosso di quartieri residenziali e corsi d’acqua (come il fiume Allegheny), definendole minacce dirette alla salute pubblica a causa del rumore ininterrotto e dell’inquinamento termico. Reese amplia il quadro all’impatto energetico: i consumi smisurati dei data center richiedono necessariamente il prolungamento della dipendenza dai combustibili fossili, portando, in stati come la Pennsylvania, a un aumento spietato delle trivellazioni e del fracking, in totale antitesi con gli impegni climatici e la salute delle popolazioni.

Il tema sta iniziando a trovare spazio anche nella produzione documentaristica, sia indipendente che giornalistica, con l’obiettivo di rendere visibile un fenomeno invasivo che spesso viene occultato dietro l’etereo concetto di “cloud”.

“We Saw What AI Data Centers Don’t Want You To See” (PBS Terra – Giugno 2026) è un documentario di PBS ed è uno dei lavori più discussi del 2026 all’interno delle comunità di attivisti.
Sfruttando riprese aeree effettuate con droni termici, la troupe ha sorvolato uno dei più grandi data center per l’Intelligenza Artificiale in Texas (denominato Stargate). L’obiettivo visivo del documentario è abbattere il mito di un’infrastruttura pulita e immateriale, mostrando la “firma termica” spaventosa di queste enormi fabbriche di calcolo. L’inchiesta evidenzia anche una falla legislativa in Texas che permetterebbe ai data center di eludere i controlli ambientali, rischiando di rilasciare fino a 130 milioni di tonnellate di emissioni. Le riprese termiche sono diventate uno strumento fondamentale per gli attivisti per mostrare l’enorme calore generato (e l’inquinamento termico collegato) che l’industria cerca di mantenere segreto.

Un reportage documentaristico che si focalizza esclusivamente sul problema dello stress idrico: “The Water Cost of AI: The Environmental Impact of Data Centers” (Agencia Andina – Settembre 2026), attraverso interviste a scienziati come Wester Zela Moraya, coordinatore di un master in IA, illustra come l’addestramento dell’intelligenza artificiale non richieda solo energia elettrica, ma enormi quantità di acqua per alimentare i sistemi di raffreddamento, entrando in diretta competizione con il fabbisogno agricolo e civile delle Comunità ospitanti.

Anche in “Exposing The Dark Side of America’s AI Data Center Explosion” (Business Insider – 2026), un altro lavoro di giornalismo visivo (“View From Above”), si utilizzano ampiamente riprese dall’alto per mostrare la portata della devastazione del suolo. Il documentario si concentra sul massiccio consumo di territorio richiesto non solo dai capannoni dei data center in sé, ma anche dall’infrastruttura elettrica e termica a loro collegata, smascherando il mito di una tecnologia a impatto zero.

Spostandoci sul panorama europeo, la rete televisiva franco-tedesca ARTE ha recentemente dedicato una puntata del suo format documentaristico ai data center. L’indagine, “Data center: il progresso a quale prezzo?” (ARTE Europa Settegiorni – Settembre 2026), affronta la questione su scala continentale, ponendo l’accento sul fatto che queste strutture stanno diventando dei disastri ambientali che occupano progressivamente più suolo, consumano quantità esorbitanti di energia e generano pochissimi posti di lavoro a lungo termine per le comunità che li ospitano, interrogandosi sulla reale utilità sociale di questa proliferazione.

Questi documentari svolgono per il movimento contro i data center lo stesso ruolo che Gasland svolse per il movimento contro il fracking: rendono tangibile, visibile e politicamente contestabile un disastro ecologico che l’industria tecnologica tenta disperatamente di nascondere dietro accordi di non divulgazione e marketing green.

La piattaforma franco-tedesca ARTE è accessibile liberamente anche in italiano sul sito arte.tv o sull’apposita applicazione.

Tra le inchieste più recenti spicca “Cile: prosciugato dai data center” (all’interno del format ARTE Reportage), un crudo reportage che mostra come le falde acquifere alla periferia nord di Santiago vengano prosciugate per raffreddare i server, costringendo i contadini a migrare. Sempre sulla stessa piattaforma è disponibile lo speciale di ARTE Europa Settegiorni intitolato “Data center: il progresso a quale prezzo?”, che allarga lo sguardo all’intero panorama europeo.

Sul fronte italiano, uno dei lavori di maggior risonanza è il lungo documentario “La follia dei data center: chi pagherà il prezzo dell’IA?”, realizzato dal canale di divulgazione Nova Lectio.

Recentemente, il programma Fuori dal coro ha trasmesso un’inchiesta curata dalla giornalista Raffaella Regoli dedicata alla rapida espansione dei data center in Italia e alle conseguenti proteste locali. L’indagine si allontana dall’aspetto puramente tecnologico per concentrarsi sulle frizioni tra l’avanzata delle infrastrutture digitali e la tutela del territorio. Il servizio completo dell’inchiesta è stato reso disponibile sulla piattaforma Mediaset Infinity.

L’opposizione all’espansione incontrollata dei data center e delle AI Gigafactory ha smesso da tempo di essere un fenomeno relegato al malcontento locale (la classica sindrome “Non nel mio cortile”) per trasformarsi in un vero e proprio fronte strutturato, composto da scienziati, accademici, medici e grandi coalizioni civiche. Queste voci critiche demoliscono la narrazione della Silicon Valley, dimostrando come l’infrastruttura dell’Intelligenza Artificiale sia materialmente insostenibile e socialmente regressiva.

Sul fronte della ricerca accademica e ambientale, studiosi legati alle Nazioni Unite, come Kaveh Madani e Miriam Aczel dell’Istituto per lo Studio dell’Acqua, dell’Ambiente e della Salute dell’Università delle Nazioni Unite, hanno recentemente pubblicato analisi spietate sulla “fisica del cloud”. La tesi centrale di Madani smonta l’illusione ottica della tecnologia pulita: l’intelligenza artificiale non ha nulla di virtuale, ma risponde a leggi fisiche inesorabili. I nostri smartphone e i nostri computer non emettono fumo visibile mentre interrogano un algoritmo, ma questo miracolo apparente nasconde un trasferimento di inquinamento. Come riassume brutalmente il ricercatore, il fatto che noi non vediamo il fumo non significa che non esista, ma semplicemente che da qualche altra parte qualcun altro sta soffrendo per l’impatto termico ed energetico di quella computazione.

La ricercatrice Miriam Aczel aggiunge un tassello fondamentale alla critica quantitativa, sfatando un altro mito industriale. Le aziende tecnologiche tendono a concentrare l’attenzione sull’impatto della fase di addestramento dei modelli linguistici, promettendo che una volta istruita, l’IA diventerà efficiente. I dati dimostrano l’esatto contrario: circa il novanta percento del dispendio energetico globale dell’IA deriva dalla cosiddetta “inferenza”, ovvero dalle operazioni quotidiane. Ogni singolo prompt, moltiplicato per i miliardi di richieste giornaliere generate a livello globale, innesca un’idrovora energetica perenne che nessuna presunta efficienza algoritmica potrà mai compensare, innescando un paradosso per cui macchine più veloci finiscono solo per stimolare un consumo aggregato ancora maggiore.

A questa opacità strutturale si oppongono ricercatori come Fengqi You della Cornell University, i quali denunciano il muro di gomma eretto dai colossi tecnologici. La tesi di questi studiosi è un richiamo alla responsabilità democratica: è impossibile per i governi e gli scienziati gestire o mitigare ciò che le aziende si rifiutano di divulgare. Attraverso accordi di non divulgazione, le aziende nascondono i dati reali sull’Efficacia dell’Uso dell’Acqua (WUE) e costringono le amministrazioni a prendere decisioni alla cieca.

Sul versante della salute pubblica, l’opposizione è guidata da organizzazioni medico-scientifiche come i Physicians for Social Responsibility (Medici per la Responsabilità Sociale), particolarmente attivi in stati come la Pennsylvania. La loro tesi sposta l’asse dall’ecologia alla tossicologia. I data center non minacciano solo l’acqua e il clima a livello globale, ma avvelenano l’aria locale. Per garantire il funzionamento ininterrotto (il tempo di attività del 99,99%) di queste Gigafactory, le aziende installano sterminate batterie di generatori di emergenza a gasolio. Inoltre, il carico sulla rete costringe i gestori a ritardare la chiusura di vecchie centrali a carbone o ad avviare impianti di picco a gas (peaker plants). I medici denunciano che queste dinamiche riversano nell’atmosfera carichi letali di ossidi di azoto e particolato fine, impattando direttamente sullo sviluppo polmonare dei bambini e aggravando le malattie cardiovascolari nelle comunità adiacenti agli impianti, spesso le più svantaggiate economicamente.

A unire e politicizzare queste istanze a livello nazionale è nata la Stop Data Centers Coalition, una massiccia alleanza promossa da organizzazioni storiche come Food & Water Watch, che raccoglie centinaia di comitati di base in tutti gli Stati Uniti. La loro tesi è radicale e inquadra il problema come una lotta di classe sulle risorse. L’espansione dei data center viene definita una manifestazione pura di avidità corporativa in cui i miliardari della tecnologia prelevano privatamente acqua ed energia stabile, lasciando che i costi infrastrutturali per l’adeguamento della rete elettrica vengano scaricati sulle bollette dei cittadini comuni.

Queste coalizioni, insieme al supporto di figure politiche critiche come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, spingono oggi per un “Data Center Moratorium Act” a livello federale. L’obiettivo delle loro ricerche e delle loro campagne non è negoziare mitigazioni tecnologiche, ma imporre uno stop nazionale per fermare un modello estrattivo che giudicano incompatibile con la tenuta democratica, l’integrità del suolo e la disponibilità di acqua potabile in un’epoca di crisi climatica.

L’ascesa vertiginosa dell’intelligenza artificiale ha trasformato i data center e le “Giga Factory” del calcolo computazionale nel cuore pulsante di una nuova corsa agli armamenti.

Quelli che all’apparenza sembrano semplici capannoni industriali per l’archiviazione di dati o per l’innovazione civile, vengono oggi descritti da una vasta rete di scienziati, ricercatori e attivisti antimilitaristi come le vere e proprie fucine della guerra contemporanea. La resistenza contro queste infrastrutture si sta organizzando su scala globale, unendo comitati locali, collettivi di lavoratori del settore tecnologico e reti accademiche attorno a denunce precise e documentate.  

Il nuovo complesso militare-industriale e tecnologico

La tesi fondamentale sostenuta dagli studiosi riguarda la completa fusione tra le grandi corporazioni tecnologiche (Big Tech) e gli apparati di difesa statali. Ricercatori come il sociologo William I. Robinson e l’accademico Nicholas Rabb denunciano la creazione di un nuovo “complesso militare-industriale” incentrato sull’intelligenza artificiale, in cui l’infrastruttura civile diventa inseparabile da quella bellica. I giganteschi data center vengono finanziati e strutturati per elaborare strategie di guerra, sistemi di sorveglianza di massa e analisi predittive per il campo di battaglia. Per questi studiosi, investire nell’espansione indiscriminata del “cloud” e dei server ad altissime prestazioni significa potenziare in modo diretto e opaco gli apparati militari, alimentando uno stato di guerra permanente e mettendo a rischio la stessa tenuta democratica.  

La guerra automatizzata e il pregiudizio algoritmico

Una delle preoccupazioni più stringenti sollevate dalla comunità scientifica e da reti come la Campaign to Stop Killer Robots riguarda l’impiego dell’intelligenza artificiale per l’identificazione dei bersagli. Le indagini recenti sull’utilizzo di sistemi di AI (come il programma “Lavender” impiegato dall’esercito israeliano a Gaza) dimostrano come le macchine vengano usate per analizzare immense moli di dati e generare liste con decine di migliaia di sospettati da colpire. Gli scienziati avvertono che questo meccanismo innesca il cosiddetto “pregiudizio di automazione“, ovvero la tendenza umana a fidarsi ciecamente e acriticamente dell’output della macchina. A causa della velocità richiesta dalle operazioni, i militari finiscono per approvare i bombardamenti suggeriti dall’algoritmo in una manciata di secondi, riducendo la supervisione umana a un atto puramente meccanico. In questo scenario, l’intelligenza artificiale non rende la guerra più “chirurgica”, ma abbassa drasticamente la soglia per l’uso della violenza letale, trasformando le vite umane in semplici probabilità statistiche, tollerando margini di errore altissimi a danno dei civili.  

L’opacità della “scatola nera” e il crollo della responsabilità

I sistemi di intelligenza artificiale militare operano come delle “scatole nere” (black box) di eccezionale complessità. Gli studiosi di diritto umanitario internazionale sottolineano che quando un algoritmo di puntamento commette un errore fatale, colpendo persone innocenti, risulta quasi impossibile ricostruire a ritroso i passaggi logici che hanno portato il sistema a quella specifica decisione. Le reti associative antimilitariste e gli esperti giuridici denunciano che questa assoluta opacità distrugge ogni principio di responsabilità legale. Se un’arma autonoma sbaglia, la catena di comando sfuma; le leggi internazionali che impongono distinzione tra civili e combattenti e proporzionalità nell’attacco divengono impossibili da applicare davanti a reti neurali che nessuno è in grado di decifrare completamente.

L’estrattivismo ecologico come violenza strutturale

L’antimilitarismo contemporaneo non separa le dinamiche di guerra dalle loro conseguenze ambientali. L’opposizione all’implementazione dei data center nasce anche dalla constatazione del loro brutale impatto sui territori. Per raffreddare i supercomputer necessari ad addestrare i modelli di intelligenza artificiale servono milioni di litri d’acqua potabile e quantità enormi di energia elettrica. I ricercatori fanno notare che gran parte di queste megastrutture viene edificata o progettata in aree geografiche che già soffrono di gravi condizioni di siccità. Sottrarre risorse vitali alle comunità e agli ecosistemi per alimentare macchine da guerra viene descritto dagli attivisti come una forma di violenza strutturale ed estrattivismo di classe: i territori vengono letteralmente consumati per mantenere l’egemonia tecnologico-militare globale.  

Il drenaggio dei cervelli e il ritorno della sorveglianza

I ricercatori sollevano infine il problema della “trappola del talento” e dello “scope creep” (l’espansione incontrollata degli scopi). Enormi flussi di capitale attraggono le menti scientifiche più brillanti del pianeta verso lo sviluppo di armi e algoritmi predittivi, sottraendo queste risorse umane e intellettuali alla risoluzione delle vere urgenze globali, come l’adattamento ai cambiamenti climatici, la medicina o la lotta alla povertà ecc.. Inoltre, le tecnologie testate nelle zone di conflitto per il tracciamento e il riconoscimento facciale tendono invariabilmente a fare ritorno in patria. Secondo gli studiosi, le reti neurali sviluppate per l’intelligence militare vengono progressivamente riadattate per il controllo dei confini e per il pattugliamento delle strade, normalizzando la sorveglianza perenne sulle popolazioni civili, rafforzando le derive autoritarie e criminalizzando il dissenso sociale.

Tornando in Italia, è facile comprendere come il nostro paese sia un “paradiso” per gli investitori esteri nel settore dei data center, un termine che, dietro l’apparente accezione positiva, svela una dinamica di colonizzazione infrastrutturale.

Dieci grandi progetti per un totale di quasi 17 miliardi di euro di investimenti negli ultimi due anni, richieste di connessione alla rete irricevibili per un totale astronomico di quasi 100 GW a fronte di circa 609 MW già installati e contatti in corso tra il governo italiano e i giganti americani dell’intelligenza artificiale, come OpenAI e Anthropic. I data Center già realizzati in Italia hanno raggiunto le 200 strutture operative, concentrate, per ora, prevalentemente nel Nord del Paese.

Questi investimenti, quasi interamente statunitensi, godono di un trattamento di favore da parte dello Stato. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha istituito la figura di un “tutor” per snellire le pratiche autorizzative, e in alcuni casi si ricorre alla nomina di un commissario straordinario. Questa “corsia speciale” evidenzia una volontà politica di bypassare le normali procedure amministrative e i cosiddetti “veti locali”, ovvero l’opposizione delle comunità residenti, riproponendo quel modello di imposizione dall’alto tipico delle dinamiche estrattive. L’imposizione di commissari straordinari per superare l’opposizione locale dimostra come, nella corsa all’intelligenza artificiale, le regole democratiche e la salvaguardia dell’ambiente vengano regolarmente subordinate agli interessi del tecno-capitalismo.
Molti “business plan” appaiono, infatti, sbilanciati su una logica prettamente immobiliare e speculativa. Le aziende straniere si accaparrano vasti terreni per edificare enormi capannoni che, solo in un secondo momento, verranno popolati di server, trasformandosi in teorici investimenti tecnologici. Questo processo minaccia di espropriare risorse fondamentali – suolo, energia e acqua – a vantaggio di multinazionali estere.

A differenza di quanto accade negli Stati Uniti, dove l’opposizione popolare ai mega data center sta diventando un tema politico di prim’ordine (in grado di influenzare persino le elezioni di metà mandato), in Italia l’effetto “NIMBY” (Not In My Back Yard) per queste infrastrutture è ancora debole rispetto all’enorme portata del fenomeno. Tuttavia, la consapevolezza sta crescendo. La Regione Lombardia, ad esempio, ha emanato una legge regionale per disciplinare l’insediamento di queste strutture, fissando precise priorità energetico-ambientali, e altre regioni, come il Piemonte, si stanno muovendo nella stessa direzione.

La Legge Regionale numero 11 del 3 giugno 2024, varata dalla Lombardia, rappresenta il primo tentativo istituzionale in Italia di inquadrare giuridicamente la massiccia colonizzazione del territorio da parte delle infrastrutture digitali. La Lombardia, e in particolare l’hinterland milanese e pavese, si è infatti trasformata nell’epicentro nazionale di questa corsa all’oro computazionale, attirando la quasi totalità degli investimenti esteri per i grandi data center. Di fronte al rischio di una speculazione fondiaria selvaggia, il legislatore regionale ha introdotto criteri che, sulla carta, mirano a tutelare il paesaggio e le risorse naturali, ponendo l’accento sul contenimento del consumo di suolo e sull’efficienza idrica ed energetica.

Entrando nelle pieghe del testo normativo, la legge stabilisce che i nuovi insediamenti debbano privilegiare le aree industriali dismesse, i cosiddetti “brownfield”, o zone già degradate, tentando così di frenare il consumo di nuovo suolo agricolo in una Pianura Padana già drammaticamente cementificata. Un altro pilastro della normativa riguarda il recupero del calore di scarto: poiché i data center funzionano come immense stufe che dissipano enormi quantità di energia termica, la legge spinge affinché questo calore venga convogliato verso le reti di teleriscaldamento locale, per riscaldare abitazioni, ospedali o complessi industriali vicini, introducendo un elemento di compensazione circolare a fronte dell’immenso prelievo elettrico.

Tuttavia, analizzando più da vicino questo dispositivo normativo, emerge una natura profondamente ambivalente e funzionale agli interessi del capitale. La legge non pone un freno reale all’avanzata delle multinazionali tecnologiche, ma si limita a istituzionalizzarla e a fornirle un irrinunciabile mantello di sostenibilità. Il vero cuore politico della normativa risiede infatti nel meccanismo del processo di autorizzazione semplificato. Soddisfacendo questi requisiti ambientali di base, i colossi stranieri del cloud ottengono in cambio una corsia burocratica preferenziale, blindata e accelerata, che garantisce loro l’azzeramento dei tempi morti e la certezza dell’insediamento.

In questo senso, la norma agisce come un sofisticato strumento di pacificazione sociale preventiva. Imponendo il recupero del calore o il riuso di capannoni abbandonati, le istituzioni neutralizzano in anticipo la possibile nascita di comitati civici e movimenti di opposizione dal basso, disinnescando l’effetto NIMBY prima ancora che si organizzi. L’espropriazione dell’acqua e dell’energia stabile a favore degli algoritmi viene così mascherata dietro la rassicurante retorica della rigenerazione urbana e dell’efficienza green. Compensare l’assorbimento di centinaia di megawatt e il consumo di milioni di litri d’acqua pura con il teleriscaldamento di qualche quartiere limitrofo rappresenta, infatti, una concessione marginale, che non altera in alcun modo la violenza estrattiva dell’operazione. Con l’approvazione di questa legge, il territorio lombardo viene definitivamente codificato, anche a livello giuridico, come una piattaforma logistica a disposizione dei grandi monopoli tecnologici esteri, dimostrando come le normative ambientali locali possano essere piegate per facilitare l’espansione del tecno-capitalismo, garantendo agli investitori enormi profitti speculativi a fronte di compensazioni territoriali minime.

Come anticipato dalle recenti cronache economiche, il percorso tracciato dalla Lombardia non è rimasto un caso isolato, ma ha inaugurato una vera e propria rincorsa legislativa tra le amministrazioni regionali, con il Piemonte schierato in prima fila. Forte della sua eredità industriale e della vasta disponibilità di aree ex-manifatturiere dismesse, l’amministrazione piemontese ha rapidamente avviato i lavori per dotarsi di un quadro normativo speculare a quello lombardo, attivando iter legislativi volti a regolamentare l’insediamento di queste voraci infrastrutture computazionali.

La tendenza si sta allargando progressivamente a tutto il bacino della Pianura Padana e ad altri snodi nevralgici della penisola. Regioni come il Veneto e l’Emilia-Romagna, profondamente interconnesse dal punto di vista logistico ed energetico, così come il Lazio, storicamente un polo strategico per i cavi di telecomunicazione e i server nazionali, stanno valutando l’adozione di strumenti urbanistici e ambientali analoghi. Questi territori si trovano stretti in una morsa: da un lato rappresentano le zone più appetibili per gli investitori statunitensi per vicinanza ai mercati e densità di rete, dall’altro sono ecosistemi già al collasso, gravati da un consumo di suolo cronico, da un inquinamento atmosferico endemico e da una crescente vulnerabilità idrica.

Se si analizza questa proliferazione normativa emerge tuttavia una dinamica molto lontana dalla reale tutela ecologica. Le regioni non si stanno dotando di queste leggi per erigere un argine contro l’estrattivismo digitale, ma per partecipare a una spietata competizione interregionale volta ad accaparrarsi una fetta di quei diciassette miliardi di euro di investimenti esteri. La legislazione regionale si trasforma così in un sofisticato strumento di marketing territoriale.

Creando un quadro normativo ad hoc, le regioni offrono ai giganti della Silicon Valley un pacchetto “chiavi in mano”: in cambio del rispetto di parametri di sostenibilità spesso marginali o di facciata, come il recupero del calore di scarto o l’installazione di pannelli solari sui tetti dei capannoni, le multinazionali ottengono il bene per loro più prezioso, ovvero la corsia preferenziale autorizzativa. Questo meccanismo istituzionalizza il superamento dei veti locali, esautorando di fatto i piccoli comuni e le comunità residenti dalla possibilità di opporsi all’assorbimento delle proprie falde acquifere e della propria capacità elettrica.

In questo scacchiere politico, la legge regionale cessa di essere uno scudo per i beni comuni e diviene un dispositivo di facilitazione per il tecno-capitalismo. Si standardizza e si legalizza il sacrificio delle risorse pubbliche, mascherandolo dietro il paravento della transizione digitale e della rigenerazione urbana dei vecchi siti industriali. Come è spesso accaduto nel caso della transizione energetica alle rinnovabili, le amministrazioni locali competono per appaltare il proprio territorio a monopoli privati stranieri, barattando la sovranità energetica e idrica delle future generazioni in cambio della promessa, spesso effimera, di un ritorno economico e occupazionale che i data center, essendo strutture ad altissima automazione, raramente riescono a garantire.

A livello nazionale italiano manca ancora una legge quadro organica pensata per governare in modo strutturale l’impatto ecologico, territoriale e sociale dei data center. L’approccio dello Stato, al contrario, si muove quasi esclusivamente sulla logica dell’emergenza economica, della competizione internazionale e dell’attrazione dei capitali esteri. Il governo centrale agisce prevalentemente attraverso decreti di semplificazione burocratica e normative pensate per tutelare i cosiddetti “investimenti strategici”. È proprio questo vuoto normativo in materia di tutela a permettere l’attivazione di corsie preferenziali e la nomina di figure come il Commissario Straordinario. Questa dinamica rappresenta il perfetto strumento di espropriazione democratica: il potere di pianificazione e di veto viene sottratto ai sindaci, ai consigli comunali e alle comunità residenti. Le decisioni vengono accentrate per garantire ai colossi della Silicon Valley un accesso rapido, silenzioso e incontrastato al suolo e alle risorse idriche ed elettriche del Paese, bypassando il dissenso locale anche in considerazione della realtà dual-use delle infrastrutture della Information Technology.

Spostando lo sguardo all’Unione Europea, il panorama legislativo appare più articolato, ma rimane profondamente ancorato alle logiche di mercato del tecno-capitalismo.

Il dispositivo normativo di riferimento è la recente revisione della Direttiva sull’Efficienza Energetica (EED), diventata pienamente operativa in questi anni. Questa direttiva introduce l’obbligo, per i gestori dei grandi data center, di rendicontare e rendere pubblici i dati esatti sui loro consumi di energia e, fatto cruciale, sui prelievi di acqua, con l’obiettivo di istituire un registro continentale e fissare standard di valutazione. A questa si aggiungono alcune disposizioni del celebre AI Act, che timidamente richiede agli sviluppatori dei modelli linguistici più mastodontici di stimare e dichiarare l’impronta ecologica legata all’addestramento degli algoritmi.

Tuttavia, decostruendo questi strumenti comunitari emerge una natura profondamente funzionale al sistema. Risulta evidente come l’Europa non imponga alcun limite quantitativo stringente al consumo assoluto di acqua o di suolo, né sancisca moratorie inderogabili contro la costruzione di nuove AI Gigafactory in territori già colpiti da stress idrico o deficit energetico. L’Unione si limita a esigere trasparenza contabile e un generico miglioramento dell’efficienza ingegneristica.

Questo approccio si salda in modo perverso con la Tassonomia Europea per la finanza sostenibile. Compilando diligentemente i registri sui consumi e ottimizzando i sistemi di raffreddamento, le multinazionali possono etichettare le loro immense idrovore computazionali come infrastrutture all’avanguardia e “sostenibili”, ottenendo così l’accesso a fondi e incentivi green. La direttiva europea, in definitiva, non ferma in alcun modo l’appropriazione privata delle risorse vitali collettive; al contrario, fornisce all’industria tecnologica un inattaccabile mantello di legalità ambientale, permettendole di continuare a fagocitare il “baseload” energetico del continente sotto la copertura di un’impeccabile certificazione ecologica.

FONTI
Istituzioni e Normative

 Unione Europea: Direttiva sull’Efficienza Energetica (EED), AI Act e Tassonomia Europea per la finanza sostenibile.

 Regione Lombardia: Legge Regionale n. 11 del 3 giugno 2024 (regolamentazione insediamenti data center, recupero termico e consumo di suolo).

Università, Istituti di Ricerca e Accademici

 Università delle Nazioni Unite (UNU-INWEH – Istituto per lo Studio dell’Acqua, dell’Ambiente e della Salute): Ricerche sulla “fisica del cloud”, inquinamento termico e dispendio energetico legato all’inferenza dell’IA (a cura dei ricercatori Kaveh Madani e Miriam Aczel).

 Cornell University: Ricerche sulla mancanza di trasparenza aziendale e sui dati WUE – Water Usage Effectiveness (a cura di Fengqi You).

 Stetson University: Analisi socio-politiche sulle dinamiche di mobilitazione popolare contro le infrastrutture estrattive (a cura della Prof.ssa associata Elizabeth Plantan).

 Ricerca Sociologica Indipendente: Studi sulla convergenza tra Big Tech, apparati militari e “pregiudizio algoritmico” (a cura del sociologo William I. Robinson e dell’accademico Nicholas Rabb).

Enti Economici e Finanziari

 The Wall Street Journal: Analisi sui volumi di investimento infrastrutturale dei giganti tecnologici (Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft, Oracle).

 Goldman Sachs: Report sull’impatto macroeconomico e sul ruolo della costruzione di data center nell’evitare la recessione statunitense.

Organizzazioni Medico-Scientifiche e ONG

 Physicians for Social Responsibility (Medici per la Responsabilità Sociale): Denunce sull’impatto tossicologico dei generatori a gasolio e delle centrali a carbone sulla salute pubblica (ossidi di azoto e particolato fine).

 Food & Water Watch / Stop Data Centers Coalition: Campagna nazionale sull’impatto idrico e promozione del “Data Center Moratorium Act” federale.

 Public Citizen (Climate Accountability Project): Dati sull’asimmetria di potere decisionale tra colossi tech e comunità locali (a cura di Aaron Regunberg).

 Dogwood Alliance: Report sulla Environmental Justice, l’impatto sui costi energetici per le comunità svantaggiate e l’uso di biomasse forestali.

 Campaign to Stop Killer Robots: Analisi sull’uso militare dell’Intelligenza Artificiale, l’opacità delle reti neurali e la deresponsabilizzazione nei conflitti (es. caso del programma “Lavender”).

Inchieste Giornalistiche e Documentaristiche

 PBS Terra: Documentario d’inchiesta sulle firme termiche “We Saw What AI Data Centers Don’t Want You To See” (Giugno 2026).

 ARTE (Rete televisiva europea): Reportage continentali “Data center: il progresso a quale prezzo?” (Settembre 2026) e “Cile: prosciugato dai data center”.

 Business Insider: Inchiesta sull’impatto territoriale “Exposing The Dark Side of America’s AI Data Center Explosion” (2026).

 Agencia Andina: Documentario sullo stress idrico “The Water Cost of AI: The Environmental Impact of Data Centers” con l’intervento dello scienziato Wester Zela Moraya (Settembre 2026).

 Mediaset (Fuori dal coro): Inchiesta curata dalla giornalista Raffaella Regoli sull’espansione dei data center in Italia.

 Nova Lectio: Documentario divulgativo “La follia dei data center: chi pagherà il prezzo dell’IA?”.

The Water Cost of AI: The Environmental Impact of Data Centers

30/9/2026 https://www.francescocappello.com/

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