C’eravamo tanto armati. Se questo è un robot
Méryl Marchetti
Seconda parte
Prima parte il secondo senso | ahida online
di Arianna Pasquini
Intelligentia ex machina
L’atto fondativo dell’Intelligenza Artificiale come disciplina scientifica autonoma è comunemente riconosciuto nella conferenza di Dartmouth, Stati Uniti del Nord-Est, nell’estate del 1956. L’informatico John McCarthy, da non confondere con il Joseph McCarthy del Maccartismo, coniò e utilizzò ufficialmente il termine Intelligenza Artificiale. Recita così il documento che presentava il progetto: «proponiamo che 10 persone per 2 mesi svolgano una ricerca sull’intelligenza artificiale durante l’estate del 1956 presso il Dartmouth college di Hanover, New Hampshire. Lo studio procederà sulla base della congettura per cui, in linea di principio, ogni aspetto dell’apprendimento o una qualsiasi altra caratteristica dell’intelligenza possano essere descritte così precisamente da poter costruire una macchina che le simuli. Si tenterà di capire come le macchine possano utilizzare il linguaggio, formare astrazioni e concetti, risolvere tipi di problemi riservati per ora solo agli esseri umani e migliorare se stesse». Tecnologicamente non esistevano ancora gli strumenti per sostenere esperimenti all’altezza di queste intuizioni, ma posero le basi per la cornice scientifica e concettuale in cui ci si muove ancora oggi per parlare di IA, ovvero il principio della sostituzione dell’intelligenza umana con quella della macchina.
La lavatrice
Dicevamo nell’ultimo articolo [1], che l’Intelligenza Artificiale non ha ancora capacità cognitive autonome, come alcuni vorrebbero. Ovvero non è in grado di processare l’esperienza e la relazione con il mondo esterno, come invece fa la mente umana.
Quando l’IA organizza la priorità delle informazioni per classificare, ad esempio, le notizie che arrivano sui social riguardo al genocidio di Gaza, segue un principio non riflessivo ma classificatorio, ovvero l’adeguatezza e l’accondiscendenza dei contenuti rispetto alle abitudini e agli algoritmi prodotti da chi opera la ricerca di informazioni online sull’argomento; non interpreta né riflette sulla selezione di informazioni eseguita e su cosa potrebbe veicolare. In altre parole l’IA non sa nulla degli atroci orrori di Gaza, non conosce la sofferenza [2].
Tutti i discorsi esistenti a livello pop intorno all’IA, che oscillano tra la speculazione finanziaria e la copertina di Linus della perversione post-apocalittica, vivono proprio la tensione, insita nel potenziale dell’IA come ci viene propinata, a sostituire l’umano e le sue capacità.
Poi, oltre al discorso della «sostituzione», che in alcuni casi si concretizza in favole mistiche astratte, c’è anche e soprattutto la realtà materiale delle ricadute dell’utilizzo di questa tecnologia avanzata che, come detto, precipita le condizioni di erosione della geosfera e accelera il cambiamento climatico, con tutte le conseguenze tragiche sulla salute e sulla qualità dell’esistenza umana e di tutto il vivente.
Ma non solo, esiste un piano, volendo negare qualsiasi responsabilità diretta dell’IA per il global warming, restando in una dimensione prettamente umana, fingendo che essa sia distaccata da tutto il resto, che riguarda l’economia e il lavoro: a oggi l’IA è ancora utilizzata da pochi (la giusta domanda da porsi è: «a chi serve l’Intelligenza Artificiale?») ma viene finanziata con fondi esorbitanti da Stati (non solo occidentali), aziende private e soprattutto dai Big Three [3], senza che produca altrettanti profitti e prodotti (escludendo il mercato bellico, della sorveglianza e della difesa) per il consumo di massa. In poche parole l’IA non sta immettendo lavatrici sul mercato. La rivoluzione tecnologica promessa non è entrata nelle case di tutti noi, come fu per l’aspirapolvere prima e per internet e i computer poi. Non solo, perfino l’oracolo della sostituzione del lavoro umano e la fine di interi settori lavorativi, come speculavano i fascisti dell’apocalisse e tutta l’opinione pubblica appresso a loro, non si è avverato nella misura prevista. Né liberazione, né rivoluzione; è ancora tutto nella sfera del potenziale. Di reale ci sono «solo» lo sfruttamento scellerato delle risorse energetiche della terra e gli investimenti di capitali stratosferici che si reggono sulla promessa di ciò che l’IA potrà fare in futuro. E questo mese, come detto precedentemente, Anthropic debutterà a Wall Street, aprendosi anche alla quotazione in borsa di privati cittadini. Questi giganteschi investimenti, senza il ritorno tangibile di una produzione di massa, sono proprio l’anticamera di una mastodontica bolla finanziaria e di una conseguente crisi economica internazionale che dovremo pagare profumatamente (e molto più salata di quella immobiliare dei primi anni Duemila). La profezia della sostituzione si è scontrata con la realtà dei fattori produttivi. La crescita della produttività nell’era dell’Intelligenza Artificiale sta marciando a ritmi più lenti rispetto all’esplosione informatica degli anni Novanta [4]. E questo non è pensiero dell’apocalisse, sono insegnamenti della Storia recente che dovrebbero metterci sull’attenti.
Quindi, nella favola seria dell’IA, ci sono tutti gli ingredienti per grandi conflitti.
NOI, sostituiti e mazziati
Tutto questo casino, dicevamo all’inizio, è veicolato dalla libidinosa possibilità, promessa dall’avanzamento tecnologico, di sostituire l’umano e la sua intelligenza con la macchina, che attira parecchio certi umani e i loro investimenti.
C’è però una questione molto seria, che riguarda il fatto che l’umano non è definito prettamente dalla sua intelligenza. Solo un certo «prototipo» di umano, funzionale a dinamiche produttive e a favole scientifiche moderne, è definito tale unicamente per le sue capacità razionali. Ci sono la dimensione psichica, la sfera delle emozioni, l’esperienza corporea, le dinamiche relazionali, l’inconscio collettivo, l’attività onirica, l’intreccio quantistico – uno dei fenomeni più straordinari e controintuitivi della fisica – e mille altre logiche, che intervengono a qualificare l’animale uomo tra tanti animali e, per alcuni tratti, insieme agli altri animali. La presa in considerazione di queste dimensioni non classicamente definite come «razionali» o «produttive», non è un incidente di percorso, è una scelta storica situata. È una frattura incorporata nella costruzione sociale dell’identità maschile, bianca e occidentale dell’umano e nella costruzione dei prodotti del suo pensiero. Quello che attiviamo quando interagiamo con il mondo e con gli altri nel mondo (umani e non) non è solo la parte razionale, in senso positivista, del nostro cervello; attiviamo una cifra di roba. Tra questa roba c’è della materia iper-valorizzata, quella razionale appunto, in cui l’epoca moderna ha investito, a cui siamo stati addestrati come figli e figlie della modernità. E poi c’è tutto il resto, a cui non è stato attribuito valore ma si muove e agisce comunque dalla dimensione dell’invisibile e dell’invisibilizzato, che «fa» delle cose. Ma ci torneremo, perché questa è una faccenda che conta, senza la quale è impossibile cogliere fino in fondo le implicazioni tra scienza e tecnologia nell’odierna dialettica dell’IA.
Divenire altri umani, distruggere NOI. Il dilemma etico sull’IA
Dunque l’IA ordina, semplifica, riduce, pettina l’ego di chi la usa che vi trova ripetute verifiche che rafforzano ciò in cui già crede; dando l’illusione della conoscenza soddisfatta e della ragione dalla propria parte, crea scorciatoie nella complessità. La complessità è un attributo del mondo e dei mondi individuali e collettivi all’interno di questo mondo. La vita è una faccenda complessa. Ma nonostante l’IA sia, possiamo dire a questo punto, un’illusione di intelligenza o un’intelligenza parziale, ciò non significa che la sua presenza nel discorso pubblico e il suo utilizzo, per quanto limitato, non faccia qualcosa all’umano che ci si interfaccia. C’è una parte di questo discorso che riguarda la definizione contemporanea di cosa sia «umano», con non pochi limiti nell’usare questa categoria universale neutralizzante; e poi c’è una parte fisiologica non trascurabile, che riguarda la scissione corpo-mente dell’Uomo moderno di cui sopra. Quando, come si dice in neurofisiologia, compio una «delega di funzione», ovvero delego alla macchina lo svolgimento di una funzione celebrale che prima mi dovevo ingegnare a svolgere da sola, cosa succede al mio cervello, al mio modo di pensare e agire?
In una recentissima intervista, l’argentino Miguel Benasayag, ex guerrigliero, filosofo e psicanalista, scrive a riguardo delle parole importanti: «Non è strano che io non parli di “rapporto” [in riferimento all’IA], perché il rapporto riguarda il vivente, avviene tra viventi: puoi avere un rapporto con il tuo gatto, con il tuo cane, con la tua compagna, ma non si ha un rapporto con gli oggetti. E questo è un vero problema, perché le conseguenze sono molteplici, e una delle più gravi è che questa “formattazione” che la macchina opera sul vivente elimina dimensioni di soggettività, di complessità, di capacità di regolare il rapporto con sé stessi e con il mondo. Dunque […] è una trappola: nel momento in cui uno mette un dito in questo tipo di dialogo, ne rimane intrappolato. Un esempio, che ho usato in una conferenza, in Italia e poi in Grecia, dove dicevo: immaginate una cosa un po’ cruda. Immaginate di dover raccontare al vostro amico Roberto che siete un masturbatore compulsivo. Vi sentireste malissimo, perché pensereste: magari Roberto riderà, lo racconterà in giro, cosa penserà di me. Se invece lo dici a una chatbot e ti risponde in modo positivo, non c’è nessun problema. Ma quello che succede con Roberto, in questo esempio – che non è solo buffo, non è detto per scherzare – è che c’è una prudenza in quello che puoi dire e in quello che non puoi dire, perché sei davanti a un altro, un’alterità, che testimonia della tua stessa alterità. Quindi tu vai a regolare quello che dici, a pensarci su, e questo ti fa riflettere. Il modo in cui lo diresti a Roberto ti fa pensare a te stesso, capisci? Sono tutti questi legami sottili a strutturare la relazione, a regolare non solo il rapporto con l’altro, ma anche con sè stessi. Ecco, tutto questo si sta perdendo» [5].
Benasayag nel panorama del pensiero contemporaneo si definisce un «umanista», uno cioè che non separa corpo e mente nell’analisi dell’individuo e delle espressioni sociali collettive. In contrasto con molti post-umanisti e trans-umanisti che oggi, da destra, applicano un pensiero affine a quello degli accelerazionisti e si augurano l’ibridazione dell’umano con l’extraumano per divenire una bio-tecnologia in grado di sfidare la morte e le cosiddette leggi della natura.
Parlano di ibridazione, ma di tutt’altro segno, anche alcune autrici femministe, eredi del pensiero del Manifesto cyborg di Donna Haraway, che scommettono sull’ibrido tra organismo e macchina come figura sovversiva. La caduta dei confini tra umano e animale aiuterebbe, in questo senso, a rifiutare i vecchi dualismi natura/cultura, corpo/ragione, maschile/femminile, estirpando la posizione antropocentrica dell’Uomo moderno e dunque la sua capacità predatoria nei confronti di corpi e risorse. Ancora più a fondo va il pensiero femminista che ha origine dalla meccanica quantistica e dall’elaborazione di Karen Barad della politica nelle pieghe della materia, veicolata dalla teoria fisica dell’entanglement; ovvero, il concetto di intra-azione: nel cosiddetto «realismo agenziale», i soggetti e gli oggetti non preesistono al loro incontro, ma emergono attraverso la loro relazione. Ciò significa che perfino per la fisica quantistica, descritta come la scienza dura per eccellenza, le cose vive del mondo non pre-esistono, non sono determinate una volta e per tutte; esse sono in quanto in relazione complessa con l’altro. La domanda dunque è, può essere quest’altro anche la macchina? Come Benasayag anche i neo-materialisti rispondono di no, ma per altri motivi. Né governata, né vissuta in relazione, per loro l’IA va sabotata sul nascere, perché finché sarà incorniciata nella configurazione capitalista potrà produrre solo sfruttamento di corpi e terre, e privilegio e accumulo di ricchezze per pochi.
Ho chiamato questo articolo «c’eravamo tanto armati», citando volutamente a sproposito il mio film preferito di Scola e distorcendone il titolo, perché penso che, come per Luciana, Nicola, Antonio e Gianni, che rappresentano ognuno una grande ideologia del Novecento o la sua totale sconfitta, la vita non ti prepara mai a ciò che sarà. Il futuro è tutto da scrivere e si modifica mentre lo si vive insieme. Quindi penso che la relazione tra le cose del mondo, è vero, faccia il mondo. Ma penso anche che la relazione non è solo un incontro di tipo appagante, può essere conflittuale e portare a strappi e a grandi cambiamenti. L’avanguardia non la fa la delega dell’intelligenza umana al prodotto della sua ansia di morte, ma la fa la capacità, anche quella tutta umana, di scegliere nella complessità, con la complessità. Quindi sì, ci eravamo tanto armati, di strumenti cognitivi e materiali per affrontare l’evoluzione umana del mito moderno e invece, giunti a quello che dovrebbe essere il picco evolutivo, ci specchiamo con l’effige plastica di un’immagine di noi che non ci piace riflessa nello schermo, anche se scherma la nostra fobia moderna della morte. E tocca tirare fuori tutta un’altra umanità, maltrattata e inesplorata in noi, magari incapace di guerre, devastazione ambientale e orizzonte dell’apocalisse ma capace di relazione, anche spiacevole, con l’altro.
Note
[1] https://www.ahidaonline.com/post/il-secondo-senso-1
2 Per approfondire, sul rapporto accondiscendente chatbot – fruitore e sul lavoro umano di controllo dell’IA, si leggano le riflessioni di Walter Quattrociocchi (docente di Data Science presso la Sapienza), qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/09/15/intelligenza-artificiale-quattrociocchi-bolla-notizie/8506908/ e qui: https://www.cdt.ch/news/mondo/non-chiedete-allia-non-sa-niente-degli-orrori-di-gaza-e-questo-bimbo-non-viene-dallo-yemen-400549
3 BlackRock, Vanguard e State Street, i cosiddetti Big Three, figurano tra i principali azionisti globali delle maggiori aziende e produttori di tecnologia legata all’intelligenza artificiale.
4 Come giustamente sottolineato da Roberto Ciccarelli in questo articolo del Manifesto: https://ilmanifesto.it/lapocalisse-capitalista
5 «L’IA e la perdita del corpo», Loris Narda, Intervista a Miguel Benasayag, Machina rivista, 21 settembre 2026.
Arianna Pasquini è un’attivista romana, lavora da quattordici anni come cuoca e ha un dottorato in Studi politici conseguito presso l’Università di Roma La Sapienza nel 2023. Le sue ricerche nell’ambito della filosofia politica contemporanea sono state incentrate soprattutto sulla relazione tra femminismi storici, transfemminismi odierni e teorie sulle diverse crisi del mondo contemporaneo (di cura, ecologica, politica, di senso). Il rapporto tra teoria e prassi, tra paradigmi filosofici e pratiche militanti, è alla base della sua metodologia di inchiesta, così come l’analisi della critica immanente ai femminismi e la relazione tra donna e natura (sia questa presunta, costruita socialmente, mistica o materiale).
12/10/2026 https://www.ahidaonline.com/









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