DATA CENTER, GUERRA MULTIDOMINIO E HYPERWAR. ECCO COME L’UNIONE EUROPEA HA DECISO DI PRESERVARE LA PACE
di Francesco Cappello
Il trucco del “doppio uso” che militarizza le infrastrutture civili, azzera le autonomie locali ed espone i nostri territori annullando la distinzione tra fronte e retrovia. É la violenza organizzata, nella forma della guerra moderna su scala industriale, che esige la conversione strategica delle infrastrutture digitali civili, con in testa i data center e l’intelligenza artificiale arruolati nella Hyperwar
Sotto la veste rassicurante del titolo “Preservare la pace”, la Comunicazione Congiunta JOIN(2025) 27 della Commissione Europea e dell’Alto Rappresentante, pubblicata il 16 ottobre 2025, ha rappresentato l’atto di consacrazione della transizione dell’Unione Europea verso un’economia di guerra permanente. La cosiddetta “Tabella di marcia per la prontezza della difesa 2030” non costituisce un piano di tutela della cittadinanza, bensì una colossale operazione di dirottamento di risorse pubbliche a vantaggio dei complessi militari-industriali e della finanza speculativa.
La narrazione ufficiale ha costruito il proprio impianto sulla minaccia rappresentata dalla Russia, che nel 2025 ha destinato al comparto militare oltre il 7% del proprio PIL (Prodotto Interno Lordo) che corrispondono a circa 140 miliardi di euro. L’Unione europea ha attivato una pericolosa corsa al riarmo che ha sistematicamente e strumentalmente abbandonato ogni canale diplomatico. I dati quantitativi illustrano un’impennata della spesa militare collettiva dagli iniziale 218 miliardi di euro del 2021 fino ai 343 miliardi di euro del 2024, con una proiezione di 392 miliardi di euro per il 2025. Solamente nel 2024 gli investimenti per il settore bellico sono cresciuti del 42%, con 106 miliardi di euro stanziati per lo sviluppo di nuove armi e 88 miliardi di euro destinati agli appalti di equipaggiamenti.
Questa vertiginosa espansione finanziaria trova la sua massima espressione nel piano ReArm Europe, strutturato per mobilitare fino a 800 miliardi di euro, e nei nuovi parametri stabiliti dalla NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) per il 2035, che imponendo una spesa minima del 3,5% del PIL richiederanno agli Stati membri un esborso supplementare di almeno 288 miliardi di euro ogni anno. Queste risorse vengono sottratte direttamente ai servizi pubblici fondamentali, alimentando politiche di austerità sociale e privando di finanziamenti la transizione ecologica, la sanità, la scuola e la ricerca civile per trasferirli nei bilanci dei produttori di armamenti.
L’architettura della tabella di marcia delinea una forte saldatura tra enti pubblici, finanza e mercati privati. Per incentivare gli investimenti nel settore, il documento stabilisce la creazione entro l’inizio del 2026 di un Fondo di fondi azionario fino a 1 miliardo di euro insieme alla BEI (Banca Europea per gli Investimenti) e al FEI (Fondo Europeo per gli Investimenti). Tale misura, unita alla forte pressione per smantellare le clausole ESG (Ambientale, Sociale e Governance – Environmental, Social, and Governance) che finora limitavano il finanziamento di armi da parte degli istituti bancari civili, apre le porte al private equity nella produzione bellica. A ciò si aggiungono i 131 miliardi di euro proposti nel futuro MFF (Quadro Finanziario Pluriennale – Multiannual Financial Framework) per il Fondo per la Competitività della Difesa e i prestiti dello strumento SAFE (Azione di Sicurezza per l’Europa – Security Action for Europe), con una dotazione di 150 miliardi, garantiti dal bilancio europeo, la cui erogazione dovrà raggiungere almeno il 50% entro il terzo trimestre del 2028.
Il piano estende la logica militare all’intera società e all’infrastruttura continentale. Entro il 2026 si prevede la riconversione e riqualificazione di 200.000 lavoratori verso le catene di montaggio della difesa, mentre entro la fine del 2027 le principali vie di comunicazione dell’Unione verranno convertite in corridoi per la mobilità militare interconnessi con le esigenze operative della NATO. L’integrazione delle 9 aree di capacità prioritarie e delle 4 Iniziative Faro – relative a droni, scudi aerei, difesa spaziale e monitoraggio dei confini orientali – impone di portare la quota di acquisti di armi realizzati all’interno della EDTIB (Base Industriale e Tecnologica della Difesa Europea – European Defence Technological and Industrial Base) ad almeno il 55%, spingendo gli appalti congiunti dal valore attuale inferiore al 20% fino al 40% stabilito dalla EDIS (Strategia Industriale della Difesa Europea – European Defence Industry Strategy).
La tutela delle popolazioni non viene più misurata attraverso la qualità della sanità pubblica, la coesione sociale, la sostenibilità ecologica o la capacità diplomatica di prevenire le crisi, ma viene identificata unicamente con la potenza materiale e tecnologica dell’apparato produttivo bellico. In questa prospettiva, una società viene definita «sicura» non perché sia al riparo dai conflitti, dalle disuguaglianze o dal degrado ambientale, ma perché la sua economia è stata strutturata per sostenere guerre di logoramento ad alta intensità, producendo sistemi d’arma in serie, alimentando algoritmi di puntamento ed azzerando le infrastrutture avversarie con una velocità ed un volume superiori a quelli del nemico. La sicurezza collettiva cessa così di essere un valore sociale condiviso per trasformarsi nell’indice contabile della capacità di un sistema industriale di infliggere e sopportare la distruzione.
L’integrazione permanente dell’industria bellica ucraina nella filiera europea e la subordinazione delle politiche pubbliche alle esigenze belliche alimentano un circolo vizioso di instabilità globale, precludendo la possibilità di costruire una sicurezza umana fondata sul benessere sociale, sui diritti e sulla cooperazione internazionale.
Se il documento congiunto JOIN (Documento di Comunicazione Congiunta – Joint Communication) del 2025 intitolato “Preservare la pace – Tabella di marcia per la prontezza della difesa 2020” aveva fissato l’impalcatura teorica della nuova economia di guerra continentale, i provvedimenti attuativi e le rilevazioni contabili pubblicati nei mesi successivi tra il 2025 e il 2026 chiariscono la reale portata della metamorfosi in atto nell’Unione Europea. La rassicurante retorica della prevenzione lascia definitivamente il passo all’organizzazione di un impianto bellico permanente, reindirizzato verso i paradigmi concettuali della hyperwar (la guerra iper-rapida automatizzata da sistemi di calcolo) e delle MDO (Operazioni Multi-Dominio – Multi-Domain Operations). L’aggiornamento dei documenti comunitari dimostra che il riarmo europeo non si limita più alla produzione convenzionale di munizioni o blindati, ma esige la conversione strategica delle infrastrutture digitali civili, con in testa i data center e l’intelligenza artificiale, in veri e propri asset di combattimento e, di conseguenza, in bersagli primari.
Mentre ai cittadini si racconta che le risorse finanziarie scarseggiano per la sanità pubblica o la scuola, la contabilità aggiornata fornita dall’EDA (Agenzia Europea per la Difesa – European Defence Agency) delinea una realtà completamente diversa. Come abbiamo visto, la spesa militare complessiva dei ventisette Paesi membri è passata dai 218 miliardi di euro del 2021 ai 343 miliardi di euro del 2024, per poi sfondare il tetto dei 418 miliardi di euro nel 2025 (pari al 2,2% del PIL, ovvero Prodotto Interno Lordo) e proiettarsi verso la cifra di 454 miliardi di euro stimata per il 2026 (2,4% del PIL). I beneficiari di questa gigantesca redistribuzione di denaro pubblico al contrario sono i colossi dell’armamento e il capitale finanziario privato.
La vera novità strategica emersa dagli indirizzi più recenti, tra cui la European Defence Industry Transformation Roadmap e i piani applicativi dello EUMS (Stato Maggiore dell’Unione Europea – European Union Military Staff), riguarda la formalizzazione della guerra multi-dominio e della hyperwar. La guerra moderna non si combatte più soltanto nei domini fisici tradizionali di terra, mare e cielo, ma si estende simultaneamente allo spazio, al dominio cibernetico, all’etere elettromagnetico e alla sfera dell’informazione. In questa visione, l’IA (Intelligenza Artificiale – Artificial Intelligence) e la capacità di elaborazione algoritmica diventano le armi decisive: la velocità di analisi dei dati deve superare i tempi umani di reazione, delegando a modelli di calcolo predittivo la selezione dei bersagli, la gestione della logistica e la guida di sciami di vettori autonomi.
É proprio in questa convergenza tra digitale e militare che la formula burocratica del dual-use (tecnologia a doppio uso, civile e militare) rivela le sue implicazioni più inquietanti per le comunità locali. I data center, i server farm, le infrastrutture di calcolo ad alte prestazioni e le dorsali in fibra ottica dislocate nei contesti regionali europei non vengono più considerati semplici servizi per la pubblica amministrazione o per l’economia civile. Nell’architettura delle MDO (Operazioni Multi-Dominio – Multi-Domain Operations), i data center diventano i nodi centrali del comando e controllo militare, il cervello tecnologico in cui confluiscono le informazioni provenienti dallo Scudo Spaziale Europeo, i flussi della Sorveglianza del Fianco Orientale e i dati dei droni intercettori. La conseguenza immediata di questa sovrapposizione è che trasformare le infrastrutture di calcolo territoriali in asset bellici significa convertire gli stessi data center e le reti energetiche che li alimentano in legittimi bersagli militari per ritorsioni belliche, attacchi cibernetici ad altissimo impatto o operazioni di sabotaggio nell’ambito della cosiddetta guerra grigia con cui si intende l’insieme di azioni aggressive e destabilizzanti condotte da uno Stato o da un attore ostile che si collocano intenzionalmente al di sotto della soglia di un conflitto armato aperto e formale, ma al di sopra della normale competizione diplomatica ed economica miranti all’indebolimento progressivo, la paralisi e la destabilizzazione dell’avversario dall’interno, sfruttandone le vulnerabilità economiche, sociali e tecnologiche
Per facilitare e velocizzare questa militarizzazione dell’innovazione tecnologica, i regolamenti comunitarie emessi di recente, come il Defence Readiness Omnibus, provvedono a smantellare i lacci e lacciuoli normativi che finora garantivano un minimo di controllo pubblico. L’innalzamento della soglia per gli affidamenti diretti senza gara pubblica fino a 10 milioni di euro e la possibilità di estendere gli accordi quadro delle forniture militari fino a 10 anni sottraggono gli appalti alla trasparenza ordinaria. Parallelamente, mediante le Tech Alliances istituite nel quadro dello EUDIS (Sistema dell’Unione Europea per l’Innovazione della Difesa – EU Defence Innovation Scheme), la Commissione spinge startup, università e aziende informatiche a riconvertire le proprie ricerche sull’IA (Intelligenza Artificiale – Artificial Intelligence) e sul calcolo in cloud verso requisiti strettamente bellici. L’obiettivo politico di destinare almeno il 55% degli investimenti alla EDTIB (Base Industriale e Tecnologica della Difesa Europea – European Defence Technological and Industrial Base) e di innalzare gli acquisti congiunti dal misero 20% attuale al 40% stabilito dalla EDIS (Strategia Industriale della Difesa Europea – European Defence Industry Strategy) trasforma anche la promessa riqualificazione di 200.000 lavoratori entro il 2026 nella cooptazione forzata di ingegneri e informatici al servizio della macchina bellica.
L’aggiornamento di questa tabella di marcia verso il 2030 evidenzia la trasformazione dell’Unione Europea da progetto di cooperazione civile e sociale ad hub finanziario e logistico per la pianificazione della guerra ad alta intensità. Presentare la militarizzazione dei data center civili, la delega delle decisioni tattiche all’IA (Intelligenza Artificiale – Artificial Intelligence) e la conversione dei corridoi di trasporto europei in arterie per la mobilità della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) entro il 2027 come un piano per la “sicurezza” costituisce una macroscopica mistificazione. Nel contesto di una guerra multi-dominio dominata dalla velocità della hyperwar, la capillare penetrazione delle infrastrutture militari nella vita civile e digitale non previene i conflitti: rende l’intera società vulnerabile e costantemente esposta, assicurando profitti garantiti alle multinazionali della tecnologia e della difesa e lasciando alle collettività i costi finanziari e i rischi materiali di un’insicurezza permanente.
Il concetto di dual-use (doppio uso, civile e militare), tradizionalmente associato a singoli beni o componenti tecnologici come prodotti chimici o microchip, ha subito una profonda mutazione concettuale. Nelle recenti dottrine di pianificazione strategica della NATO e dell’UE, il doppio uso non riguarda più soltanto i singoli dispositivi, ma viene applicato all’intera infrastruttura fisica, digitale ed energetica del territorio. L’integrazione del concetto di MDO (Operazioni Multi-Dominio – Multi-Domain Operations) trasforma la rete civile dei data center regionali e le dorsali elettriche che li alimentano nei nodi portanti della guerra contemporanea, con conseguenze decisive sulla sicurezza e sulla vulnerabilitò delle popolazioni locali.
Per comprendere la logica che guida le MDO (Operazioni Multi-Dominio – Multi-Domain Operations), occorre evidenziare come la dottrina militare moderna presupponga la fusione istantanea dei dati provenienti da tutti i domini operativi tradizionali ed emergenti: terra, mare, cielo, spazio, cyberspazio e spettro elettromagnetico. In questo contesto, il vantaggio tattico non è determinato unicamente dalla potenza di fuoco di un veicolo o di un missile, ma dalla velocità della catena di comando e decisione, sintetizzata dalla sigla C4ISR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer, Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione – Command, Control, Communications, Computers, Intelligence, Surveillance and Reconnaissance). Per analizzare miliardi di dati al secondo, elaborare modelli predittivi tramite IA (Intelligenza Artificiale – Artificial Intelligence) e dirigere sciami di droni o sistemi d’arma autonomi, le forze armate non possono fare affidamento unicamente su centri di calcolo dedicati o su bunker sotterranei proprietari. Tali strutture militari dedicate risulterebbero troppo costose, lente nell’aggiornamento e geograficamente concentrate. La soluzione individuata dai comandi strategici risiede nell’estensione del modello cloud (architettura di calcolo distribuito in rete) e dell’applicazione del dual-use alle infrastrutture civili territoriali. I data center regionali, i campus iperscalabili e le strutture di colocation commerciali dislocate nelle periferie metropolitane o nei poli industriali vengono progressivamente integrati nelle reti di difesa attraverso contratti di servizio e clausole di sovranità digitale. La ragione tecnica di questa scelta risiede nei vincoli fisici della latenza: per consentire ad algoritmi di IA (Intelligenza Artificiale – Artificial Intelligence) di guidare intercettazioni aeree o contromisure cibernetiche entro tempi di risposta inferiori ai 10 millisecondi, la capacità di calcolo non può risiedere in un unico centro remoto, ma deve essere distribuita capillarmente sul territorio.
Questa apparente efficienza operativa nasconde una profonda contraddizione sotto il profilo del DIU (Diritto Internazionale Umanitario – International Humanitarian Law). Nel momento in cui un data center civile ospita istanze di calcolo o flussi informativi ad uso militare per il supporto alle MDO (Operazioni Multi-Dominio – Multi-Domain Operations), la struttura perde la sua immunità giuridica e la sua protezione di bene civile. Agli occhi di un potenziale avversario, il campus digitale territoriale diventa a tutti gli effetti un bersaglio militare primario. Un attacco cibernetico ad alto impatto, un bombardamento cinetico con missili iper-sonici o un’azione di disturbo mediante armi ad impulso elettromagnetico non colpiranno più una remota base militare, bensì infrastrutture civili integrate nei tessuti urbani, provocando il blocco simultaneo dei servizi digitali della pubblica amministrazione, della sanità e dei sistemi bancari locali.
L’anello di congiunzione di questa architettura di calcolo è rappresentato dall’infrastruttura energetica. I data center dedicati all’elaborazione intensiva per l’IA (Intelligenza Artificiale – Artificial Intelligence) presentano densità energetiche senza precedenti: se un rack (armadio per server) convenzionale richiede tra i 5 e i 10 chilowatt di potenza, un armadio ad alta densità ottimizzato per l’addestramento e l’inferenza di modelli algoritmici assorbe tra i 30 e i 100 chilowatt. Un singolo campus regionale di data center arrivando a richiedere una potenza impegnata compresa tra i 50 e i 200 megawatt, equivale al fabbisogno elettrico continuo di una città di medie dimensioni.
Per garantire la continuità operativa prescritta dagli standard di sicurezza militare, definiti dalla disponibilità del 99,999% del tempo, i data center duali richiedono un allacciamento diretto alle stazioni elettriche ad alta tensione gestite dai TSO (Operatori del Sistema di Trasmissione – Transmission System Operators) come Terna, unito ad accordi di fornitura PPA (Accordi di Acquisto di Energia – Power Purchase Agreements) collegati a impianti rinnovabili e sistemi BESS (Sistemi di Accumulo di Energia a Batteria – Battery Energy Storage Systems). Si determina così una saldatura strategica: le grandi installazioni fotovoltaiche, agrivoltaiche ed eoliche territoriali, spesso incentivate con fondi pubblici e giustificate con gli obiettivi di decarbonizzazione del PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima), finiscono per alimentare direttamente la spina dorsale energetica della guerra computazionale.
Il risultato di questo processo è la trasformazione dell’intera filiera energetica regionale in una componente passiva del sistema di difesa multi-dominio. Nel quadro delle dottrine della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord), la disattivazione o il sabotaggio di una sottostazione elettrica ad alta tensione o di un parco di batterie BESS (Sistemi di Accumulo di Energia a Batteria – Battery Energy Storage Systems) adiacente a un nodo di calcolo equivale a neutralizzare la capacità C4ISR (Comando, Controllo, Comunicazioni, Computer, Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione – Command, Control, Communications, Computers, Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) dell’avversario. Di conseguenza, l’infrastruttura elettrica civile viene esposta alle medesime minacce di ritorsione e sabotaggio nell’ambito della cosiddetta guerra grigia o ad alta intensità.
La sottile ironia di questa configurazione risiede nel fatto che le collettività locali sostengono i costi economici e ambientali di queste opere – attraverso il consumo di suolo per parchi energetici, il prelievo idrico per il raffreddamento a liquido dei server e gli oneri di sistema nelle bollette elettriche – per realizzare l’infrastruttura che converte il proprio territorio in un nodo strategico militarizzato. La penetrazione del concetto di dual-use nelle MDO (Operazioni Multi-Dominio – Multi-Domain Operations) di NATO ed Unione Europea annulla la distinzione tra fronte e retrovia, integrando la società civile, la rete elettrica e le infrastrutture informatiche in un unico teatro di scontro permanente.
L’architettura costituzionale italiana, fondata sulla carta sul principio del decentramento amministrativo e sulla tutela delle autonomie locali sancita dall’Articolo 5, subisce una progressiva e sistematica dequotazione ogni volta che un’infrastruttura civile viene marchiata con l’etichetta del dual-use (doppio uso, civile e militare). Il rapporto tra il potere centrale dello Stato e le Regioni in materia di insediamento di data center ad alta densità e delle relative infrastrutture energetiche rivela un netto cortocircuito tra le competenze concorrenti previste dal Titolo V della Costituzione e le prerogative esclusive della difesa nazionale.
Sulla carta, l’Articolo 117, terzo comma, della Costituzione assegna alle Regioni la competenza legislativa concorrente in materia di governo del territorio, produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia e tutela della salute. In condizioni ordinarie, la decisione su dove collocare un imponente campus di calcolo o una stazione elettrica ad alta tensione spetterebbe alla pianificazione regionale e alla pianificazione urbanistica dei Comuni tramite il PRGC (Piano Regolatore Generale Comunale – General Municipal Urban Plan) o il PGT (Piano di Governo del Territorio – Territorial Governance Plan). Tuttavia, questa sovranità territoriale svanisce di fronte al secondo comma, lettera d, dello stesso Articolo 117, che attribuisce allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di difesa e forze armate, sicurezza dello Stato e armi, munizioni ed esplosivi.
La composizione di questo conflitto costituzionale avviene storicamente a favore del potere centrale attraverso il meccanismo della chiamata in sussidiarietà (attrazione delle competenze dal livello locale a quello centrale), consacrato dalla celebre sentenza numero 303 del 2003 della Corte Costituzionale (Corte Costituzionale – Constitutional Court). Quando un’opera o un’infrastruttura viene dichiarata di preminente interesse strategico nazionale per la difesa o per la sicurezza energetica del Paese, lo Stato riconduce sotto la propria regia diretta le funzioni amministrative e legislative, scavalcando la pianificazione locale. Il principio della leale collaborazione, che dovrebbe garantire un accordo paritario con la Regione interessata mediante l’istituto dell’Intesa in Conferenza Stato-Regioni, viene frequentemente ridotto dalla giurisprudenza amministrativa a un mero passaggio procedurale: se la Regione nega l’intesa, la Presidenza del Consiglio dei Ministri può superare il diniego regionale con una delibera unilaterale del Consiglio dei Ministri per ragioni di interesse nazionale della difesa.
Lo strumento normativo che concretizza questo asservimento per le infrastrutture digitali è la disciplina del Golden Power (Istituito con D.L. 21/2012 e successive modificazioni – Decreto Legge sui poteri speciali sugli asset strategici) abbinata al PSNC (Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica), regolato dal D.L. 105/2019. Quando un data center commerciale viene classificato dall’ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale) come nodo critico per la resilienza digitale e il supporto alle attività strategiche della difesa, la sua natura giuridica si trasforma. L’impianto non è più una semplice struttura industriale soggetta ai vincoli edilizi del Comune, ma diventa un bene di rilevanza strategica nazionale sotto la vigilanza diretta della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy).
Per garantire la tempestiva realizzazione degli impianti energetici indispensabili ad alimentare la fame elettrica dei server – come parchi fotovoltaici, sistemi BESS (Sistemi di Accumulo di Energia a Batteria – Battery Energy Storage Systems) e stazioni di trasformazione -, lo Stato ricorre ad accelerazioni procedurali che depotenziano i poteri locali. La disciplina contenuta nel D.Lgs. 199/2021 sull’individuazione delle aree idonee e sulle procedure autorizzative come la PAS (Procedura Abilitativa Semplificata) e la AU (Autorizzazione Unica) gestita dal MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) limita drasticamente la capacità dei Comuni e delle Regioni di opporre dinieghi urbanistici o vincoli paesaggistici.
La giurisprudenza amministrativa dei TAR (Tribunali Amministrativi Regionali) e del Consiglio di Stato (Consiglio di Stato – Council of State) ha costantemente confermato questa gerarchia. Le sentenze più recenti in materia di infrastrutture energetiche e strategiche stabiliscono che le delibere comunali di moratoria o i regolamenti locali che vietano l’insediamento di impianti industriali di energia o di calcolo in determinate porzioni di territorio sono illegittimi se contrastano con gli obiettivi nazionali di sviluppo infrastrutturale. Quando all’opera viene associata la finalità di supporto alla difesa o al dual-use, il sindacato dei giudici amministrativi si arresta di fronte all’ampia discrezionalità politica del Governo in materia di sicurezza dello Stato, rendendo quasi impossibile per gli enti locali bloccare i cantieri.
Si aggiunge a questo quadro l’applicazione del D.Lgs. 66/2010, noto come COM (Codice dell’Ordinamento Militare), che consente al Ministero della Difesa di imporre servitù militari (vincoli e limitazioni alla proprietà privata e pubblica) sulle aree limitrofe ai nodi ritenuti strategici. L’imposizione di una servitù militare comporta restrizioni all’edificabilità, limitazioni alla circolazione e facoltà di esproprio per motivi di sicurezza attorno ai data center duali o alle relative sottostazioni elettriche. Inoltre, nei casi in cui l’infrastruttura sia coperta da classificazioni di segretezza o collegata al segreto di Stato, le procedure ordinarie di partecipazione pubblica come la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) possono subire deroghe o forme di consultazione semplificate che escludono la popolazione residente dal processo decisionale.
In conclusione, la tutela del territorio e l’autonomia regionale garantite dalla Costituzione italiana subiscono una sostanziale sospensione procedurale di fronte all’avanzare delle esigenze belliche e tecnologiche centralizzate. La facciata formale del coinvolgimento degli enti locali viene mantenuta attraverso le conferenze di servizi, ma la struttura dei poteri speciali, delle procedure abilitative semplificate e della supremazia statale in materia di difesa assicura che gli interessi del complesso industriale e militare prevalgano in modo sistematico sulle scelte di pianificazione delle comunità locali.
FONTI
Documenti e Direttive dell’Unione Europea Comunicazione Congiunta JOIN(2025) 27: Pubblicata il 16 ottobre 2025 dalla Commissione Europea e dall’Alto Rappresentante, costituisce la fondamentale “Tabella di marcia per la prontezza della difesa 2030”. Defence Readiness Omnibus (PE-CONS 46/2026): Pacchetto legislativo europeo per la deregolamentazione degli appalti militari, con innalzamento delle soglie per gli affidamenti diretti ed estensione decennale dei contratti. European Defence Industry Transformation Roadmap: Documento programmatico emanato nell’agosto 2026 dalla DG DEFIS (Direzione Generale per l’Industria della Difesa e lo Spazio) incentrato sull’integrazione e il dual-use tra ecosistema tecnologico civile e militare. Rapporti EDA ed EUMS: Dati contabili ufficiali dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) e valutazioni dello Stato Maggiore dell’Unione Europea (EUMS) sugli investimenti militari aggregati, il piano SAFE e il fondo ReArm Europe.
Legislazione Nazionale e Costituzione Italiana Articolo 117, che disciplina il riparto di competenze tra Stato e Regioni, sancendo la prevalenza della sicurezza nazionale e della difesa (secondo comma) sul governo locale del territorio (terzo comma). Normativa Golden Power e Cybersicurezza: Decreto Legge 21/2012 sui poteri speciali sugli asset strategici e Decreto Legge 105/2019 istitutivo del Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica, gestito dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN). Codice dell’Ordinamento Militare (COM): Decreto Legislativo 66/2010, che disciplina l’imposizione di servitù militari, vincoli espropriativi e limitazioni di sicurezza attorno a infrastrutture sensibili e duali. Normativa Ambientale ed Energetica: Decreto Legislativo 152/2006 (Codice dell’Ambiente) per le procedure di Valutazione di Impatto Ambientale, e Decreto Legislativo 199/2021 per l’accelerazione dei permessi (PAS e Autorizzazione Unica) su impianti fotovoltaici e BESS, in deroga ai vincoli comunali.
Giurisprudenza Costituzionale e Amministrativa Sentenze della Corte Costituzionale: La pronuncia capostipite numero 303 del 2003 sulla “chiamata in sussidiarietà” a favore dello Stato, seguita dalle sentenze numero 106 del 2020, 177 del 2021, 221 del 2022 e 27 del 2023 che smantellano sistematicamente le leggi regionali di moratoria ambientale ed energetica. Consiglio di Stato: Sentenza fondamentale della Sezione Quarta numero 4220 del 2016 sul caso MUOS di Niscemi (che sancisce la totale supremazia della difesa nazionale sulla salute pubblica) e pronuncia numero 9170 del 2022 sulla prevalenza dell’interesse energetico statale. Tribunali Amministrativi Regionali (TAR): Le serie di pronunce del TAR Puglia (1230 del 2021, 415 del 2023) e del TAR Campania (4235 del 2022, 1547 del 2023) che invalidano puntualmente ogni divieto urbanistico o moratoria votata dai Consigli Comunali per tentare di bloccare stazioni elettriche o parchi energetici.
Dati Macro-Economici e Contabili Ministero delle Finanze Russo e Duma di Stato: Documentazione contabile sul bilancio federale 2025, che certifica le voci di spesa per la “Difesa Nazionale” e la più ampia “Sicurezza Nazionale”.
24/10/2026 https://www.francescocappello.com/









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