Economia di guerra. Le bugie hanno le gambe corte!

di Oscar Monaco

A quelli che sostengono che l’invio di armi all’Ucraina abbia un impatto minimo sull’economia italiana perché, facendo quattro conti da ragioniere del bar, “sono circa 50 euro all’anno a persona“, andrebbero ritirati i titoli di studio dalla licenza media in su, perché evidentemente non hanno mai avuto nemmeno il sospetto che la spesa pubblica non sia un cassetto dal quale lo Stato tira fuori delle banconote, paga una fattura e poi la faccenda finisce lì, ma sia un ecosistema finanziario nel quale i flussi prevalgono sugli stock e nel quale entrano in relazione debito pubblico, interessi, programmazione della spesa, tassazione, inflazione, investimenti, domanda interna, importazioni e distribuzione del reddito.

Il problema, infatti, non è soltanto quanti miliardi vengano formalmente destinati all’Ucraina e nemmeno quanto faccia questa cifra divisa per il numero degli abitanti, perché quei miliardi, una volta immessi nel circuito economico, producono effetti sulla composizione della domanda e della spesa pubblica, possono essere finanziati attraverso maggiore indebitamento o attraverso una diversa allocazione delle risorse e, quando vengono utilizzati per acquistare armamenti prodotti negli Stati Uniti o comunque all’estero, determinano anche un trasferimento di risorse verso l’esterno che non può essere cancellato con la magia aritmetica della divisione per sessanta milioni di italiani.

Il fatto che la spesa complessiva, divisa pro capite, possa corrispondere a una determinata cifra non significa affatto che ogni italiano abbia sostenuto un costo economico equivalente a quella cifra, esattamente come il costo di una politica economica non può essere valutato semplicemente prendendo una voce di bilancio, dividendola per la popolazione e dichiarando che quello è il suo impatto sulle condizioni materiali delle persone, perché bisogna invece guardare ai flussi finanziari, alla struttura della spesa, alle modalità di finanziamento, agli effetti sul debito e sugli interessi, alla destinazione della domanda e soprattutto a quali altre possibilità di impiego delle risorse vengono progressivamente ristrette.

La spesa pubblica non è infatti un bancomat infinito nel quale ogni decisione può essere presa senza conseguenze sulle altre, ma è una parte fondamentale del processo di riproduzione economica complessiva e quindi ogni scelta sulla sua composizione determina rapporti di distribuzione, trasferimenti di risorse e priorità politiche, e quando una massa enorme di denaro pubblico viene destinata all’acquisto di armamenti invece che ad altri impieghi, la questione non è soltanto “quanto costa quella singola voce”, ma quali interessi economici vengono alimentati, quali settori produttivi ricevono domanda, quali risorse vengono sottratte ad altri impieghi e chi, alla fine del processo, sostiene materialmente il costo di quella redistribuzione.

E non serve nemmeno inventarsi una fantasiosa “tassa per l’Ucraina”, perché è proprio questo il punto che quelli dei 50 euro sembrano non riuscire a comprendere: l’impatto economico di una scelta di politica pubblica non deve necessariamente arrivarti a casa sotto forma di una bolletta con scritto “50 euro per Zelensky”, può passare attraverso il debito, attraverso gli interessi sul debito, attraverso la composizione della spesa pubblica, attraverso l’inflazione, attraverso le scelte di bilancio successive e attraverso la necessità di far quadrare conti pubblici nei quali le risorse disponibili sono necessariamente oggetto di distribuzione e conflitto.

E quindi sì, i miliardi destinati all’Ucraina per acquistare armi, comprese quelle prodotte dall’industria statunitense, incidono eccome sulle tasche degli italiani, ma non perché domani mattina lo Stato verrà a chiedere 50 euro a ciascuno di noi, bensì perché le condizioni materiali di vita dipendono dall’intero sistema attraverso il quale viene distribuita la ricchezza sociale e vengono finanziate le funzioni dello Stato, e se contemporaneamente si taglia la sanità, si riducono i servizi pubblici, aumentano i costi dell’energia e dei carburanti e una quota crescente del reddito familiare deve essere utilizzata per acquistare privatamente prestazioni che prima venivano garantite collettivamente, il problema non è più stabilire quanto hai pagato “direttamente” per l’Ucraina, ma comprendere quale trasformazione della distribuzione delle risorse è intervenuta e quale classe sociale ne sta sopportando concretamente il costo.

Perché questo è il punto che il ridicolo calcolo dei 50 euro pro capite riesce perfettamente a nascondere: trasformare una questione di economia politica e di rapporti di classe in una questione da portafoglio individuale, come se lo Stato fosse semplicemente un individuo gigantesco che prende i soldi da una tasca e li mette nell’altra, mentre il capitalismo è precisamente il contrario, cioè un sistema di flussi nei quali capitale, lavoro, Stato, credito, debito, rendita, produzione e consumo si condizionano reciprocamente e nei quali una decisione presa oggi può produrre effetti distributivi molto lontani dalla voce di bilancio dalla quale quella decisione è formalmente partita.

Quindi no, il problema non è stabilire se ogni italiano abbia “pagato 50 euro per l’Ucraina”, perché questa è una domanda talmente stupida da essere praticamente priva di significato economico, il problema è capire quale massa di risorse sociali viene indirizzata verso una determinata funzione, quali interessi economici vengono alimentati da quella scelta, quali altri impieghi vengono sacrificati, come viene finanziata quella spesa e come tutto questo finisce per incidere sulla distribuzione del reddito e sulle condizioni materiali di milioni di persone, perché il capitalismo non funziona dividendo i miliardi per il numero degli abitanti e poi andando a dormire tranquilli pensando di aver finalmente scoperto quanto costa una guerra.

2/10/2026 https://www.capibara.media/

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