La carica e i rischi dei nuovi progressisti Dem

Intervista al responsabile comunicazione di Our Revolution, Angelo Greco. che avverte: l’opinione pubblica ha scoperto la forza dei candidati di sinistra che hanno vinto le primarie. Da qui alle elezioni del 3 novembre può succedere di tutto

Da anni consulente e stratega progressista, nonché responsabile della comunicazione di Our Revolution, la prima organizzazione ufficiale nata dalla campagna di Bernie Sanders esattamente dieci anni fa, Angelo Greco, analizza il panorama emerso dalle primarie Democratiche appena concluse e le differenze strategiche tra i progressisti e i corporate Democrats. A poche settimane dalle elezioni di Mid Term del 3 novembre, i candidati progressisti devono vedersela non solo con gli avversari Repubblicani, ma anche con il loro stesso partito.

A primarie completate, partirei da che cosa ha funzionato e non ha funzionato per i progressisti. Abdul El-Sayed in Michigan e Angie Nixon in Florida hanno mostrato due percorsi opposti: El-Sayed ha vinto dopo essere diventato un simbolo nazionale della sinistra, mentre Nixon lo è diventata dopo aver vinto senza l’appoggio dei big. Ma ci sono anche vittorie mancate per poco, nelle quali un sostegno di Bernie Sanders avrebbe forse potuto fare la differenza. Penso ad esempio alla corsa per il governatorato del Wisconsin dove Francesca Hong ha perso per meno di un punto dopo essere stata a lungo in netto vantaggio sul corporate Dem David Crowley.

Questo è uno dei problemi della struttura progressista: nonostante alcune vittorie arrivate senza il sostegno di figure di primo piano, endorsement di quel tipo significano molto più che mettere un nome in un comunicato stampa. Segnalano che un candidato è competitivo, portano credibilità, raccolta fondi, volontari, attenzione dei media, cose che si traducono nel lavoro concreto della politica: organizzatori sul territorio, porte a cui bussare, telefonate da fare, elettori da individuare e partecipazione al voto da ampliare.

Il mancato intervento di Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez nella corsa di Francesca Hong ha sollevato domande su cosa avrebbero potuto significare ulteriori risorse organizzative e figure di rilievo nazionale, soprattutto sul finire della campagna, quando l’argomento contro di lei si è concentrato sempre più sulla «eleggibilità». Credo che con interventi diretti qualche progressista in più avrebbe vinto. E non lo dico per criticare Bernie o il movimento. Le risorse sono limitate. Bernie non può dare il suo endorsement a tutti e le organizzazioni non possono investire ovunque.

Tuttavia, man mano che il movimento cresce, diventa cruciale costruire una struttura organizzativa capace di individuare le gare che contano, riconoscere i candidati competitivi e decidere quando mobilitare le risorse. Abbiamo passato anni a criticare l’apparato dell’establishment per aver deciso chi fosse competitivo prima ancora che lo facessero gli elettori. Ora dobbiamo interrogarci sul nostro stesso modo di prendere queste decisioni e sul ruolo dei consulenti. Soprattutto in considerazione della persistenza di narrazioni potenti sull’«eleggibilità”, sul socialismo e su quali tipi di candidati siano presumibilmente accettabili al di fuori delle aree profondamente democratiche. I progressisti hanno aperto quella discussione, ma non l’hanno eliminata.

Ti riferisci ai condizionamenti dettati dalla cosiddetta accettabilità democratica in senso lato?

Esattamente. Esiste un’enorme struttura del «permesso” politico che determina quali candidati siano considerati seri, quali politiche realistiche e quali idee possano entrare nel discorso politico mainstream. Ne fanno parte il Democratic National Committee, la classe dei donatori, corporation in primis, i comitati di partito, i consulenti, i think tank, i media politici, le organizzazioni di advocacy e l’apparato della raccolta fondi. Ovviamente non sono tutti d’accordo né coordinati, ma collettivamente esercitano un’enorme influenza su ciò che viene definita politica Democratica mainstream secondo convinzioni consolidate. Il disaccordo ideologico è evidente. 

Third Way è l’esempio più diretto di come molti Democratici di questo vasto entourage contestino l’ascesa dei progressisti, sostenendo che i candidati di sinistra che quest’anno hanno vinto nelle primarie abbiano ottenuto risultati migliori alla Camera perché rappresentano anomalie capaci di vincere solo in distretti profondamente blu. Se questa sarà la lettura prevalente dei risultati del 2026, le istituzioni potranno continuare a operare secondo il solito modello. Se invece le vittorie progressiste contribuiranno a modificare le convinzioni consolidate su ciò che l’elettorato vuole, i confini della politica Democratica potrebbero allargarsi molto. Questo è il compito della struttura organizzativa dei progressisti: dobbiamo imporre questa discussione e dire con forza che cosa deve rappresentare il Partito alla luce di queste vittorie. Per questo la lotta sull’interpretazione del voto del 2026 conta quasi quanto le singole vittorie: dobbiamo impedire che vengano archiviate come eccezioni. Dobbiamo usare i risultati che presumibilmente confermeremo alla Camera e quelli che ci auguriamo di conseguire al Senato per imporre una discussione più incisiva su ciò che il Partito deve rappresentare.

A proposito di «convinzioni consolidate», il recente articolo The Accidental Candidate racconta come l’ingresso dei consulenti di Washington nella campagna senatoriale di Troy Jackson, subentrato a Graham Platner nella sfida del Maine contro Susan Collins, stia modificando il modo in cui conduce la campagna. Mi è sembrata una sorta di vampirizzazione, con i consulenti che attingono all’energia e alla popolarità costruite da Jackson attraverso il suo rapporto con la base, i sindacati e le organizzazioni locali, per ricondurre la sua campagna a un modello più convenzionale. Il rischio è che, nel tentativo di rendere più competitiva la campagna, finiscano per svuotare proprio ciò che rende Jackson competitivo. Cosa ne pensi?

Troy Jackson è l’esempio perfetto della struttura del cosiddetto «permesso» politico. Ha una forza autentica, nella sua base grassroots come nelle sue proposte, ma è al di fuori di ciò che l’Overton Window (l’ampiezza delle idee, ndr) Democratica è disposta ad accettare come normalità. Lo stesso vale, restando alle sfide senatoriali, per Abdul El-Sayed, James Talarico e Angie Nixon.

Jackson però, che è entrato nella corsa all’ultimo momento senza una sua macchina organizzativa autonoma, ha bisogno più di altri della macchina nazionale, che possiede soldi e infrastrutture che lui non ha, e quindi è più vulnerabile. E qui si pone il problema che hai definito come vampirizzazione. I consulenti di Washington sono intervenuti cominciando a eliminare le persone dell’entourage ereditato da Platner e poi modificando la sua campagna. Jackson predilige una campagna fisica e diretta, spostandosi per il Maine, parlando liberamente senza un copione e lasciando che siano gli elettori a fargli le domande. I consulenti privilegiano invece sondaggi, dati, messaggi testati, raccolta fondi e pubblicità, cercando di controllare anche le domande e le risposte. Soprattutto gli hanno imposto di attenuare notevolmente le sue posizioni su Israele e sul Medicare for All. Il risultato è che Jackson sembra quasi due persone diverse. Quando parla spontaneamente ribadisce le posizioni che lo hanno reso popolare presso la sua base, mentre quando segue le indicazioni dei consulenti il messaggio più prudente rischia di alienare proprio quegli elettori. Non è un caso che, dopo essere stato a lungo in vantaggio su Susan Collins, Jackson si trovi ora in una corsa molto più equilibrata, con gli ultimi sondaggi che oscillano tra un lieve vantaggio di Collins e uno altrettanto contenuto di Jackson, in una corsa sulla quale si è ora innestato lo scandalo che ha investito la senatrice repubblicana. 

C’è un paradosso che accompagna l’avanzata progressista cominciata l’anno scorso con l’elezione di Zohran Mamdani, ossia il capovolgimento di quel «Vote blue, no matter who» che i Democratici spacciavano per un assioma irrinunciabile quando dovevano convincere i progressisti a votare per Hillary Clinton o Kamala Harris. Ora i candidati di sinistra si trovano in una situazione molto ibrida. Sebbene abbiano ricevuto, chi più chi meno, endorsement di personalità dell’establishment, ci sono anche Democratici, e non solo di Third Way, che sottintendono o addirittura apertamente dichiarano la preferenza per i candidati repubblicani. 

La situazione ibrida nasce dal fatto che alcuni candidati progressisti che ieri erano insurgent (ribelli, dissidenti) che combattevano contro l’establishment Democratico, ora sono i candidati del Partito democratico al Senato degli Stati uniti. Hanno ancora bisogno delle organizzazioni di base, dei volontari, dei piccoli donatori e di quel messaggio autenticamente anti-establishment che li ha portati alla vittoria. Ma hanno anche bisogno di accedere a una parte dell’infrastruttura istituzionale, della raccolta fondi e della macchina elettorale del Partito democratico. È un’arma a doppio taglio, perché mentre alcune istituzioni del partito sono disposte a sostenere degli insurgent, altre persone appartenenti a quello stesso ecosistema li spingono a moderare proprio l’identità politica che ha prodotto le loro vittorie. Gli insurgent d’altro canto devono dimostrare di saper portare la loro forza nella sfida contro i Repubblicani senza perdere l’autenticità che ha permesso loro di costruirla. Non possono semplicemente trasformarsi in candidati Democratici convenzionali dopo aver vinto campagne non convenzionali. C’è quindi una responsabilità da entrambe le parti. Il partito deve dimostrare di essere in grado di sostenere candidati che hanno costruito il proprio consenso sfidando l’establishment senza chiedere loro di abbandonare ciò che li ha resi competitivi; gli insurgent  devono dimostrare di saper trasformare le  vittorie in coalizioni abbastanza ampie da affrontare le elezioni generali.

Qual è il modo in cui gli insurgent possono farlo senza perdere nulla della propria identità politica?

Andando al di là del messaggio superficiale di tanti Democratici che riducono tutto alla possibilità di potersi «permettere» le cose. Gli elettori sanno quanto sono cresciuti i costi della spesa alimentare, degli alloggi e delle bollette, e quanto pagano per un’assistenza sanitaria che spesso non copre necessità vitali. Il passo ulteriore fatto dagli insurgent nelle primarie è stato portare gli elettori a chiedersi chi ha il potere di prendere le decisioni, chi ne trae profitto e perché il governo non abbia fatto di più, cosa molto diversa dal limitarsi a promettere di abbassare i prezzi. Da questo punto di vista soprattutto El Sayed e Nixon sono casi di studio affascinanti. Quando Cbs ha chiesto a El Sayed, che peraltro è medico e ha avuto cariche di primo piano nell’istituzione sanitaria del Michigan, in merito al Medicare for All, lui non ha parlato solo dei costi, ma ha identificato esplicitamente le compagnie assicurative, le aziende farmaceutiche, gli ospedali e i loro dirigenti come beneficiari dell’attuale sistema. Dare un nome al «cattivo» economico è una parte importante di questa politica. Spiega non semplicemente che cosa dovrebbe fare il governo, ma perché il governo non l’ha fatto. Si tratta di qualcosa che i Democratici centristi si rifiutano di fare e che sarà il nocciolo della tensione sul futuro del partito. 

Quanto a Angie Nixon, ha mostrato come si possano costruire coalizioni che non assomigliano esattamente alla coalizione progressista stereotipata: nelle primarie ha ottenuto le sue performance migliori nelle contee con i redditi più bassi, meno persone con un’istruzione universitaria e una forte presenza nera. Quando un candidato è disposto a dire che non solo i Repubblicani hanno fallito nei confronti dei lavoratori, ma che anche il Partito democratico lo ha fatto, allora può creare un tipo diverso di conversazione con chi non è naturalmente fedele al marchio Democratico, oltre a spostare voti convenzionalmente Democratici e attirare nuovi elettori. È per questo che anche se i Dem considerano la Florida un cosiddetto throw-away state e la maggior parte dei sondaggi non la include tra gli Stati contendibili, io non sono così negativo sulle possibilità di Angie Nixon, la cui energia e la cui la capacità di coinvolgimento del pubblico sono incredibili. E nella quarantina di giorni che mancano alle elezioni può succedere di tutto.

Elisabetta Raimondi è stata docente di inglese nella scuola media secondaria pubblica per oltre 40 anni. Attiva in ambito artistico e teatrale, ha cominciato a seguire la Political Revolution di Bernie Sanders nel 2016 per la rivista Vorrei.org. Collabora con Fata Morgana Web e con Libertà e Giustizia.

2/10/2026 https://jacobinitalia.it/

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