Un programma elettorale di svolta: la strada per la pace

di Giorgio Monestarolo

1. Un programma per un’alleanza politica e sociale progressista, capace di battere le destre, deve avere la pace come punto centrale attorno al quale costruire il resto della sua proposta. Non è il caso di girarci intorno: senza una posizione chiara e definita sul tema della guerra in Ucraina, sulla questione palestinese, sulla guerra in Iran non c’è realisticamente nessuna possibilità di vincere le elezioni.

Secondo gli ultimi sondaggi, che confermano quelli precedenti, gli italiani sono in larga maggioranza contrari al riarmo, vogliono iniziative di pace per la crisi ucraina, condannano il genocidio in Palestina, auspicano una soluzione diplomatica per l’aggressione Usa all’Iran. Sono oramai tre anni che le piazze italiane si riempiono di cittadini e di cittadine che gridano, invero con poco ascolto, il loro rifiuto della guerra. Stando le opinioni degli elettori in questi termini si stenterebbe a capire il motivo per cui su questo tema cruciale non solo non ci sia una visione comune ma al contrario esso sia uno dei punti di maggiore discordia tra le forze potenzialmente alleate dello schieramento alternativo alle destre. Dobbiamo allora domandarci come mai la politica internazionale è oggi così decisiva per definire un programma politico ed elettorale, molto più che nel recente passato. Questa considerazione si può declinare tenendo a mente che politica estera e politica interna non sono aree sganciate, senza connessioni. La politica estera riflette una precisa concezione della politica interna, dell’economia, del rapporto tra le classi, della definizione dei diritti e viceversa. Fino a qualche anno fa, almeno fino alla crisi del Covid 19, esisteva un consenso centrista sostanzialmente condiviso dalle forze che costituivano il bipolarismo italiano: Draghi lo ha sintetizzato con la metafora del “pilota automatico”: in politica economica il rispetto dei vincoli di Maastricht, ovvero dell’austerità, non è in discussione; tale vincolo si connette alla fedeltà all’attuale assetto delle istituzioni dell’Unione europea, prime fra tutte la Commissione, il Consiglio e la BCE in parallelo con l’obbedienza alla NATO, considerata il prolungamento operativo degli stati europei nella politica di difesa e in quella estera. Il problema politico è precisamente questo: una politica di pace, connessa allo spirito e alla lettera dell’articolo 11 della nostra Costituzione, richiede il superamento del “pilota automatico”, richiede che le forze che si candidano a governare il Paese mettano in primo piano gli interessi dei cittadini italiani e li connettano, sul piano internazionale, nella direzione di un nuovo ordine, o se vogliamo di un nuovo equilibrio, che garantisca sviluppo sociale, benessere ambientale e sicurezza per tutti gli attori coinvolti. Tutto ciò significa che chi vuole la pace si pone in una situazione realmente progressista in quanto vuole trasformare il presente. Chi invece vuole “la pace attraverso la forza”, una frase senza senso che significa al contrario prepariamoci alla guerra, si pone in una posizione di conservazione dell’esistente. Perché è esattamente questo che i governi italiani da Draghi a Meloni hanno fatto: passo dopo passo costruire le condizioni per un conflitto generalizzato favorendo l’escalation sul piano militare, sul piano politico, sul piano culturale. Ora se si vuole sfidare la destra bisogna con coraggio e con coerenza lasciare gli inni alla guerra ai conservatori e con coraggio e con coerenza innalzare l’arcobaleno. Si tratta dunque di unire tutte le forze che sono favorevoli al cambiamento mettendo al centro le politiche per il futuro e ponendo in secondo piano le divisioni che nascono dalle diverse interpretazioni dell’origine dei principali conflitti in corso: Ucraina, Palestina, Iran.

2 Il punto di partenza per interpretare il cambiamento è indubbiamente collocare l’Italia all’interno del campo di quelle potenze che hanno cercato di praticare una politica di mediazione, usando un termine felice di Papa Francesco, di equivicinanza. Ovvero bisogna rilanciare una chiara e identificabile politica diplomatica italiana, che fino adesso è drammaticamente mancata. Questo significa concretamente due cose: stringere rapporti diplomatici con quelle potenze che finora hanno provato a presentare piani di pace per la guerra in Ucraina. In particolare, la Santa Sede, la Cina, il Brasile, la Turchia. Rafforzare i legami con gli stati europei o con quelle figure istituzionali che hanno mantenuto una posizione dialettica nei confronti della Russia: la Spagna e l’Austria, recentemente il presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa. Secondariamente, avendo costruito una rete di sostegno verso una posizione di dialogo con la Russia, riattivare i canali diplomatici diretti con il Cremlino, rompendo il tabù secondo cui non si parla con Putin. Se vogliamo un’alternativa alla guerra, con chi altri dovremmo parlare?

3. Un’Italia, guidata da un Governo del cambiamento con le politiche passate, potrebbe essere protagonista della scena internazionale, coagulando attorno alla politica del dialogo quello che potremmo definire un gruppo dei “costruttori” di pace, che al momento non esiste, al posto di quello dei cosiddetti “volenterosi”, che purtroppo è all’opera e lavora per minare la sicurezza e la pace in Europa. La soluzione del conflitto russo ucraino non sta nelle mani del Governo italiano di destra di oggi e nemmeno lo sarà in quello di un Governo alternativo, progressista sociale e ambientalista, che ci si augura sia in arrivo. Il compito che l’Italia può giocare è quello di definire in termini nuovi la soluzione del conflitto. L’aspetto essenziale è che il nuovo eventuale Governo si impegni a cercare una de-escaltion e di favorire in tutti i modi una soluzione negoziale e di compromesso alla guerra in corso. La prima cosa da farsi in questo senso è rifiutarsi di inviare armi in Ucraina, non solo perché il loro invio è contrario al dettato costituzionale ma soprattutto perché si sono dimostrate inutili da una parte, in quanto l’Ucraina non può vincere la guerra, dannose dall’altra perché hanno condannato i soldati ucraini e russi a una carneficina spaventosa. Il rifiuto di inviare altre armi dovrebbe quindi essere il primo gesto per una riconsiderazione generale dell’approccio alla questione della guerra ucraino russa.

Il passo successivo è distinguere tre piani di azione diplomatica che tendono ad intrecciarsi. Vi è un piano internazionale e che riguarda, sostanzialmente, l’allargamento dei confini della NATO ad est. Vi è un piano politico interno che attiene alla guerra civile ucraina cominciata nel 2014 con il massacro di Maidan. Vi è infine una questione territoriale connessa alle vicende belliche cominciate nel 2022. Sul primo punto, l’Italia dovrebbe disinnescare uno dei principali elementi di frizione con la Russia, chiarendo la sua posizione ferma e contraria all’ingresso nel presente e in futuro dell’Ucraina nella Nato. In tale direzione, l’Italia dovrebbe poi spingere affinché la Nato prenda un’esplicita posizione in proposito, in modo da stabilire un punto fermo nelle relazione con la Russia, non più equivocabile. Il passaggio successivo è quello della definizione della neutralità dell’Ucraina, così com’era nella sua costituzione del 1991. La posizione del nostro paese dovrebbe quindi essere di pieno sostegno alla neutralità ucraina. In tal senso, in territorio ucraino l’Italia dovrebbe auspicare l’assenza completa di basi straniere e il divieto di esercitazioni militari internazionali. A tutela dei legittimi interessi di sicurezza dell’Ucraina, l’Italia dovrebbe suggerire che alcune nazioni svolgano un ruolo politico a tutela di tale neutralità. Tra queste, non si possono certamente escludere gli USA e la Cina e quelle nazioni europee, eventualmente, che condividano con l’Italia la necessità di costruire le condizioni per la pace. Viceversa, l’Italia potrebbe fare pressione affinché la Russia accetti una fascia smilitarizzata lungo i confini ucraini, senza presenza di basi e installazioni potenzialmente punto di appoggio per operazioni militari. Per un certo periodo di tempo potrebbe essere previsto, in territorio ucraino e in territorio russo, la presenza di un corpo internazionale, selezionato fra i paesi che non hanno sostenuto né l’Ucraina né la Russia, con l’obiettivo di osservare il rispetto degli impegni presi. L’Italia dovrebbe adoperarsi affinché la Russia addivenga ad un risarcimento per i danni di guerra subiti dall’Ucraina. In cambio di tale risarcimento, l’Italia si impegnerebbe a perorare il ritiro di tutte le sanzioni e la restituzione dei beni congelati. L’Italia potrebbe, come segnale forte, decidere di non aderire più a nuove eventuali sanzioni contro la Russia. Per quanto riguarda la guerra civile ucraina, l’Italia dovrebbe innanzitutto chiedere il rispetto di tutte le minoranze linguistiche presenti in Ucraina, a partire da quella russa, e promuovere la piena integrazione sul piano multiculturale di tali minoranze, utilizzando come modello di soluzione dei conflitti etnico nazionali l’esperienza maturata nei confronti delle minoranze francofone, germanofone e slavofone, attraverso l’istituzione in Italia delle regioni a statuto speciale. Secondariamente, è necessario che vengano istituiti tribunali per fare piena luce e giustizia sui fatti di sangue e sui crimini di guerra cominciati con il massacro di Maidan, con la strage di Odessa, continuati con la guerra civile del Donbass e culminati con l’invasione russa del febbraio del 2022. Sul modello dell’esperienza sudafricana, tali tribunali devono permettere di ricostruire gli avvenimenti in modo imparziale, di assegnare giustizia alle vittime e di riconciliare vittime e aggressori. Infine, sul piano territoriale, l’Italia dovrebbe appoggiare soluzioni che partano dalla presa d’atto della realtà sul campo. I territori in mano alle forze russe dalla Crimea, al Donbass alle aree nel distretto di Cherson, di Charkhiv e di Zaporizzja devono essere temporaneamente considerati territori della Federazione Russa. Attraverso referendum popolari, cui avrebbero diritto di voto tutti i cittadini ucraini sfollati a partire dal 2014, si potrebbe decidere, in un secondo momento, l’appartenenza nazionale di tali territori. Per dare sostanza ad un nuovo corso di politica estera, l’Italia dovrebbe fin da subito sostenere tutte quelle iniziative culturali, di scambio, religiose, sociali e di assistenza che favoriscano il dialogo e la pacificazione tra ucraini e russi.

Il coronamento di un simile complesso di iniziative diplomatiche, politiche e culturali, dovrebbe essere quello di una grande conferenza euro asiatica, al centro della quale dovrebbe esserci un trattato di pace stabile, sicuro e non punitivo tra Ucraina e Russia, e che dovrebbe garantire la sicurezza collettiva di tutti gli attori statuali, sia quelli direttamente coinvolti sia quelli che invece lo sono per vincolo territoriale, geopolitico e di solidarietà politica. Al fine di favorire tale accordo, l’Italia dovrebbe spendersi affinché Ucraina e Russia stringano un accordo economico, commerciale e di amicizia politica con l’Unione europea. L’eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea può essere preso in considerazione soltanto nel quadro di una soluzione generale del conflitto.

4. Il nuovo ruolo nella politica internazionale dell’Italia non può essere completo senza una chiara linea sulla questione palestinese. Si tratta di un impegno morale nei confronti di un popolo oggetto di genocidio. Un dovere morale che gli italiani sentono in modo profondo e radicato e cui bisogna dare risposte concrete. Non si tratta di inventare nulla di nuovo, si tratta di trasformare in politiche attive lo sdegno che attraversa le piazze italiane. Il primo passo è il riconoscimento dello stato di Palestina. Il secondo è la rottura di ogni scambio diretto e indiretto sul piano militare e organizzativo con lo stato di Israele. Il terzo è aderire alle cause davanti ai tribunali internazionali contro singoli esponenti presenti e passati individuati come criminali di guerra. Denunciare e fare rispettare il diritto internazionale violato costantemente da Israele utilizzando lo strumento delle sanzioni. Come mai i responsabili militari e politici che hanno operato in acque internazionali contro la Sumud Flotilla, contro cittadini italiani, non sono stati perseguiti nelle sedi giudiziarie e nelle sedi politiche? Soltanto la fine dell’impunità di Israele può essere un segnale chiaro di protezione nei confronti dei palestinesi. L’Italia può fare molto in questa direzione. Infine, l’ultimo punto, ma in ordine è il più importante, promuovere l’invio di una forza di interposizione internazionale a difesa degli abitanti di Gaza e della Cisgiordania. Questo è ovviamente un impegno politico che non si traduce immediatamente nella sicurezza dei palestinesi ma certamente renderebbe molto più vicino il raggiungimento dell’obiettivo di fermare il genocidio e la violazione dei diritti umani di questo popolo. La soluzione alla questione palestinese non dipende dall’Italia ma da palestinesi e israeliani. Il compito dell’Italia oggi, dettato dai principi costituzionali, è battersi affinché ai palestinesi sia garantita sicurezza, incolumità e pieno diritto all’autodeterminazione.

5. Nel programma di un Governo alternativo vi è la difesa del diritto internazionale. La guerra di aggressione di Israele e Usa all’Iran deve essere chiaramente denunciata, cosa che non è avvenuto. Di qui deve seguire la ovvia conseguenza che l’Italia non offre le basi militari presenti nel suo territorio per guerre di aggressione. Nella recente campagna, le basi italiane in Sicilia, ma anche nel resto della penisola hanno supportato lo sforzo bellico Usa. Con la distruzione delle infrastrutture militari americane nel Golfo, le basi italiane nel Mediterraneo divengono ancora più cruciali. L’Italia come, ha fatto la Spagna, deve chiarire pubblicamente i termini di utilizzo di queste basi, riconducendoli al dettato costituzionale. Per analogia, non si può tacere difronte all’embargo unilaterale statunitense contro Cuba, che si configura non solo come una violazione gravissima del diritto internazionale, ma come un vero attentato al popolo cubano in spregio di ogni rispetto per i diritti umani. E nuovamente l’operazione del rapimento del legittimo presidente venezuelano, imprigionato arbitrariamente negli Usa, richiede che l’Italia, e l’Ue, assumano una posizione che non può essere quella della subalternità alle scelte politiche dell’Amministrazione Trump. Infine, ma si tratta della questione cruciale che deve essere chiarita, l’Italia deve tornare ad avere una propria autonomia in politica estera senza accettare imposizione dalle amministrazioni USA, dalla Nato o dalle istituzioni comunitarie. In tale ottica, l’Italia ha tutto il diritto di rifiutare il riarmo massiccio che è sponsorizzato da questi centri di potere per interessi che nulla hanno a che fare con quelli italiani. Il rifiuto del riarmo si spiega con l’esigenza della de-escalation, con l’esigenza di rilanciare il welfare e non di deprimerlo, con il dettato costituzionale che spinge l’Italia ad essere protagonista sulla scena internazionale in appoggio delle organizzazioni internazionali, come l’ONU, che hanno come obiettivo la prevenzione dei conflitti. Più in generale, la guerra all’Iran, il rapimento di Maduro, l’embargo a Cuba rinviano alla grande questione della crisi dell’unipolarismo a stelle e strisce. L’Italia, se vuole avere un futuro nel XXI secolo, che non sia di decadenza, deve ripensare interamente la sua politica mediterranea ed eurasiatica, riprendendo a tessere il filo che era stato intrecciato dal Governo Conte con la Cina e con i paesi BRICS. I margini di manovra dell’Italia stanno mutando rapidamente e il nostro paese deve scegliere se appoggiare una linea atlantica contraria ai nostri interessi oppure ricominciare ad intrecciare relazioni con tutti i Paesi che gravitano intorno all’area BRICS, riappropriandosi degli spazi di sovranità che le alleanze, nelle quali siamo inseriti, tuttora permettono.

Per sintetizzare, un programma progressista per quanto riguarda i rischi di guerra generalizzata, causati dai conflitti in corso, dovrebbe avviare una politica contraria al riarmo in sede Ue e in sede Nato e impegnarsi per elaborare una proposta diplomatica per la soluzione del conflitto tra Russia e Ucraina, riprendendo rapporti diretti con il governo della Federazione russa. In questo senso, l’Italia dovrebbe unire un fronte di costruttori di pace, interrompere l’invio di armi all’Ucraina, impegnarsi per garantire a questo paese la sicurezza attraverso la neutralità, la creazione di un’area smilitarizzata e la presenza di osservatori internazionali estranei al conflitto lungo i confini, sostenere risarcimenti di guerra per gli ucraini e la fine delle sanzioni per la Russia, offrire sostegno economico, politico e culturale per la riconciliazione tra Ucraina e Russia. L’obiettivo dell’insieme di queste politiche è contribuire a una de-escalation capace di portare Ucraina e Russia al tavolo delle trattative all’interno di un accordo di pace e collaborazione euro-asiatico. Allo stesso tempo l’Italia dovrebbe immediatamente riconoscere lo Stato di Palestina, interrompere ogni rapporto diretto o indiretto di scambio in materia militare, dual use e di intelligence con Israele. Tali azioni dovrebbero essere inserite in un riorientamento multipolare della politica estera italiana, costruito sul rispetto del diritto internazionale, sul rifiuto dei doppi standard e su una politica di cooperazione fondata sui principi della sicurezza collettiva. Tale svolta dovrebbe portare l’Italia ad essere il paese occidentale più chiaramente interessato a consolidare i rapporti con i paesi dell’area BRICS+, rafforzando tutti gli strumenti internazionali, a partire dall’ONU, capaci di offrire soluzioni politiche e diplomatiche alle crisi in corso come quella in Iran, in Venezuelana, a Cuba e nelle altre zone di conflitto.

2/10/2026 https://volerelaluna.it/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *