Nativi delle macerie: la rivolta di una generazione che non crede più alle promesse
Dalla Francia all’Italia, una generazione cresciuta tra crisi economica, pandemia, precarietà, catastrofe climatica e guerra comincia a occupare lo spazio pubblico. Per anni è stata accusata di apatia. Adesso si accusa che la protesta è violenta, irresponsabile, manipolata. Ma dietro il nuovo panico morale c’è soprattutto la crisi di un ordine sociale che non riesce più a promettere un futuro.
Per anni abbiamo domandato dove fossero. Perché non protestassero, perché non occupassero scuole e università, perché non avessero la passione politica attribuita, spesso attraverso una memoria molto addomesticata, alle generazioni precedenti. Li abbiamo descritti come individualisti, fragili, dipendenti dagli smartphone, incapaci di sacrificio, disinteressati alla politica e troppo occupati a costruire identità digitali per accorgersi del mondo reale. Poi una parte di quei ragazzi è scesa in strada e improvvisamente abbiamo scoperto che li preferivamo sul divano. La rivolta degli studenti francesi ha reso evidente questa contraddizione: non appena l’inquietudine giovanile smette di essere materia per convegni sociologici e diventa blocco, occupazione, corteo, conflitto, interviene un altro vocabolario. Non più disagio da ascoltare ma ordine pubblico da ristabilire, non più generazione senza futuro ma giovani da controllare.
Non serve trasformare quello che sta accadendo in Francia nella nascita romantica di una nuova generazione rivoluzionaria. Sarebbe soltanto un altro modo, apparentemente più benevolo, di proiettare sui giovani categorie costruite dagli adulti. Serve invece chiedersi perché determinate forme di insubordinazione stiano trovando terreno fertile proprio adesso e perché la risposta istituzionale e mediatica tenda così rapidamente a spostare il discorso dalle ragioni della protesta ai comportamenti dei manifestanti. È qui che la Francia diventa uno specchio europeo: dietro le contestazioni sulla scuola, sui salari, sulle condizioni di vita e sulla riduzione dei servizi affiora una questione più grande, quella di una generazione alla quale viene continuamente richiesto di investire sul futuro mentre il futuro che le viene prospettato appare materialmente peggiore del presente.
Lorenzo Zamponi, su Jacobin Italia, recupera una definizione di Zerocalcare particolarmente efficace: “nativi delle macerie”. Nel secondo volume di Macerie prime, Secco, diventato insegnante, osserva i propri studenti e comprende che la differenza fondamentale rispetto alla generazione precedente è tutta lì: per i millennial la crisi del 2008 rappresentò la frattura di una promessa, per chi è venuto dopo le macerie sono semplicemente il paesaggio nel quale si è imparato a vivere. Chi oggi entra all’università non possiede memoria politica di un mondo precedente alla grande crisi finanziaria, all’austerità, alla precarizzazione strutturale del lavoro e alla progressiva erosione dei servizi pubblici.
La differenza è politica prima ancora che generazionale. Il neoliberismo non era soltanto un insieme di politiche economiche: conteneva una promessa. Studia, competi, sacrificati, investi su te stesso e avrai una vita migliore. Non necessariamente una società più giusta, ma almeno un avanzamento individuale. Il merito era la traduzione morale di quel patto: se ti impegni abbastanza, se accumuli competenze, se accetti la competizione, prima o poi arriverà la ricompensa. Quella promessa è saltata. Si può studiare molto e lavorare male, possedere una laurea e non riuscire a pagare un affitto, lavorare e continuare a dipendere economicamente dalla propria famiglia. Il problema non è che questa generazione abbia smesso di credere nel sacrificio: è che possiede sempre meno ragioni materiali per credere che dopo il sacrificio esista una ricompensa. I dati richiamati da Zamponi raccontano giovani più istruiti delle generazioni precedenti, ma con un ingresso lento nel lavoro, una forte disuguaglianza territoriale e un’autonomia economica continuamente rinviata.
Questo mutamento aiuta a comprendere fenomeni apparentemente molto distanti: gli studenti francesi, Fridays for Future, le mobilitazioni femministe, Black Lives Matter, le occupazioni universitarie per Gaza, fino a quella parte della gioventù delle periferie che il discorso pubblico italiano ha racchiuso nell’etichetta “maranza”. Non sono la stessa cosa e sarebbe sbagliato costruire artificialmente un soggetto politico unitario dove esistono esperienze, culture e condizioni sociali differenti. Condividono però il terreno storico sul quale sono cresciuti: la perdita di credibilità delle istituzioni e delle promesse attraverso cui l’ordine sociale chiedeva consenso. A questo si aggiunge un’esperienza che ha segnato profondamente gli anni della formazione: la pandemia, con la sospensione della socialità e della scuola, seguita quasi senza soluzione di continuità dal ritorno della guerra nel cuore dell’Europa, dalla catastrofe di Gaza, dalla crisi climatica e dalla trasformazione del riarmo in una priorità politica ed economica.
Zamponi utilizza a questo proposito la categoria di “iperpolitica” elaborata da Anton Jäger. Le appartenenze organizzate sono diventate più deboli, partiti e sindacati hanno perso capacità di socializzazione, ma questo non significa necessariamente depoliticizzazione. Assistiamo piuttosto a una politicizzazione intermittente, frammentata e spesso molto radicale, capace di produrre improvvise mobilitazioni di massa senza riuscire sempre a sedimentarle in organizzazione permanente. È accaduto con il clima, con Black Lives Matter e con Gaza. Da un lato esistono comunità politiche relativamente ristrette nelle quali maturano elaborazioni molto avanzate; dall’altro improvvise esplosioni di partecipazione trascinano settori normalmente inattivi quando un evento viene percepito come moralmente intollerabile. Il problema non è rimproverare questa generazione perché non riproduce partiti, sezioni e organizzazioni del Novecento, ma capire se e come questa disponibilità intermittente al conflitto possa trasformarsi in forza collettiva durevole.
È precisamente qui che entra in scena il panico morale. Giuliano Santoro, sempre su Jacobin Italia, individua una caratteristica essenziale delle politiche sicuritarie contemporanee: ogni legislazione repressiva diretta contro le forme emergenti del conflitto finisce inevitabilmente per colpire soprattutto chi sta entrando nello spazio pubblico, conquistando autonomia e formando il proprio spirito critico. La repressione possiede dunque anche una funzione preventiva. Non serve soltanto a sanzionare ciò che è già accaduto, ma insegna anticipatamente quanto possa costare prendere parola, bloccare una strada, occupare una scuola, interrompere la normalità.
L’Italia offre da questo punto di vista un laboratorio quasi perfetto. La legislatura è cominciata con la norma contro i rave, è proseguita attraverso l’inasprimento delle sanzioni rivolte alle proteste ambientaliste e ha visto moltiplicarsi strumenti penali e amministrativi utilizzabili contro il conflitto sociale. Parallelamente è cresciuto il racconto di una gioventù incontrollabile: baby gang, maranza, ragazzi armati, adolescenti incapaci di rispettare qualsiasi autorità. La sequenza non è casuale. Prima si costruisce socialmente il problema, poi si rende plausibile la risposta repressiva. E la trasformazione del conflitto sociale in questione criminale consente di evitare la domanda sulle sue cause.
I dati ricordati da Santoro incrinano già la rappresentazione emergenziale. Il rapporto di Save the Children sulla violenza giovanile colloca l’Italia tra i paesi europei con un numero relativamente basso di under 18 e giovani adulti coinvolti nel sistema della giustizia e registra una forte diminuzione, nel lungo periodo, dei minorenni e giovani adulti segnalati agli Uffici di servizio sociale per i minorenni. Anche il dato sulle armi bianche richiede prudenza: l’aumento dei ragazzi indagati per possesso non coincide con un incremento paragonabile dei casi nei quali quelle armi vengono effettivamente utilizzate. Questo non significa negare episodi di violenza o l’esistenza di situazioni problematiche. Significa rifiutare il salto logico attraverso cui singoli fenomeni vengono trasformati in caratteristica di una generazione.
È qui che l’analisi di Vincenzo Scalia, pubblicata proprio su Osservatorio Repressione con il titolo significativamente provocatorio La baby gang non esistono, aggiunge un tassello essenziale. Partendo dall’aggressione subita da un’insegnante a Centocelle per mano di un tredicenne, Scalia mostra quanto sia fragile la correlazione costruita nel discorso pubblico tra criminalità minorile, periferia, immigrazione, maranza e appartenenza a una banda. Il ragazzo coinvolto in quel caso non corrispondeva praticamente a nessuno degli elementi dell’identikit continuamente proposto da talk show e campagne securitarie: italiano, inserito in una famiglia con occupazioni regolari, frequentava la scuola e praticava sport. Il caso, proprio perché non coincide con il modello del “giovane pericoloso” sedimentato nell’immaginario, consente a Scalia di mostrare che violenza e comportamenti problematici attraversano ambienti sociali differenti e non possono essere dedotti automaticamente da età, origine, quartiere o condizione familiare.
Ancora più importante è il riferimento di Scalia agli studi di Franco Prina sulle cosiddette baby gang. La categoria, sostiene, attribuisce una struttura organizzata e un’identità collettiva a fenomeni che spesso non possiedono né l’una né l’altra. “Baby gang” diventa così meno uno strumento conoscitivo che un dispositivo narrativo: permette di raccogliere episodi differenti sotto una medesima definizione e di produrre l’immagine di una criminalità minorile organizzata e dilagante. La conseguenza politica è evidente. Se esiste una nuova classe pericolosa, diventa ragionevole predisporre nuovi strumenti per controllarla. Se invece ci troviamo davanti a fenomeni diversi, prodotti da condizioni diverse e non riconducibili a un’unica matrice, la risposta esclusivamente repressiva perde gran parte della propria apparente evidenza.
Scalia sposta infatti la questione sul terreno della ricostruzione del sociale. Non propone di sostituire una repressione indiscriminata con un’altrettanto indiscriminata indulgenza verso i comportamenti violenti; sostiene che carcere, Decreto Caivano e decreti sicurezza non ricostruiscono appartenenze, relazioni e prospettive collettive. È un punto decisivo perché consente di sottrarsi alla trappola dentro la quale il discorso pubblico tende continuamente a rinchiuderci: o repressione oppure giustificazione della violenza. Esiste invece una terza possibilità, quella di comprendere le condizioni sociali nelle quali determinati comportamenti maturano senza per questo cancellarne le responsabilità individuali.
Il “maranza” rappresenta il passaggio successivo di questa costruzione. Giovane, povero, periferico e spesso razzializzato, permette di concentrare più paure in un unico corpo. Come osserva Santoro, attraverso quella figura si riescono a criminalizzare contemporaneamente giovani, classi popolari e migranti. La categoria può inoltre estendersi a ragazzi nati e cresciuti in Italia, mostrando che il vero discrimine non è più neppure la cittadinanza formale, ma una presunta “integrazione” la cui misura viene stabilita dall’alto. Non basta essere italiani: bisogna dimostrare continuamente di possedere i comportamenti, l’estetica, il linguaggio e persino la postura ritenuti compatibili con l’italianità dominante.
È lo stesso processo analizzato da Tommaso Sarti in Pisciare sulla metropoli: la costruzione del folk devil, il demone popolare sul quale una società trasferisce le proprie ansie. Teddy Boys, Mods, punk, giovani neri britannici, ultras, ravers, maranza: le sottoculture cambiano, il dispositivo conserva una sorprendente continuità. Musica, abbigliamento, linguaggio e appropriazione dello spazio urbano diventano indicatori di pericolosità. Nel caso dei maranza si aggiunge però la razzializzazione: la periferia incontra l’Islam, le seconde generazioni, il passato coloniale rimosso e la paura di un’identità nazionale che non riesce più a rappresentarsi come bianca, omogenea e culturalmente uniforme.
La rivolta degli studenti francesi permette di osservare un meccanismo simile mentre entra in funzione. Non perché gli studenti francesi siano “maranza” o perché una protesta politica possa essere confusa con la criminalità giovanile. Proprio il contrario: fenomeni differenti possono essere sottoposti alla medesima tecnologia narrativa. Dalle condizioni della scuola l’attenzione viene spostata sui disordini; dalle ragioni di chi protesta alla modalità della protesta; dalla questione sociale all’ordine pubblico. Una vetrina rotta possiede così una capacità mediatica infinitamente superiore a cento rivendicazioni scritte su uno striscione.
Lavinia Marchetti ha descritto efficacemente il doppio vincolo dentro il quale viene rinchiusa la gioventù contemporanea. Se rimani a casa sei apatico, se scendi in strada sei un vandalo. Se chiedi un salario dignitoso pretendi troppo, se accetti una paga miserabile ti manca l’ambizione. Se vivi con i genitori a trent’anni sei un eterno adolescente, mentre il prezzo dell’abitare scompare dal ragionamento. Se non partecipi alla politica non hai ideali; se partecipi sei manipolato. Se un corteo rispetta ogni prescrizione viene giudicato inutile, se devia dal percorso diventa immediatamente un problema di ordine pubblico. Se gli studenti non prendono posizione sul mondo sono superficiali; quando prendono posizione su Gaza diventano, a seconda delle necessità, estremisti, antisemiti, islamisti o “utili idioti”.
È una trappola perfetta perché non prevede un comportamento corretto. Il giovane ideale dovrebbe essere informato ma silenzioso, politicamente consapevole ma innocuo, indignato ma soltanto negli spazi e negli orari stabiliti da chi detiene il potere. Può preoccuparsi del clima purché non blocchi una strada, indignarsi per Gaza purché non occupi un’università, criticare la precarietà purché continui ad accettare salari insufficienti, interessarsi alla politica purché non interrompa concretamente il funzionamento della politica. Come sintetizza Marchetti, abbiamo trascorso anni a chiedere ai giovani dove fossero e perché non scendessero in strada; ora che una parte di loro è in strada, improvvisamente scopriamo che li preferivamo sul divano.
Questo doppio vincolo dice molto più della presunta violenza giovanile. Rivela che non è semplicemente la partecipazione dei giovani a essere richiesta, ma una partecipazione compatibile con l’ordine esistente. Il conflitto è ammesso finché rimane rappresentazione del conflitto. Una manifestazione può essere persino apprezzata se attraversa ordinatamente una città e termina senza aver modificato nulla; diventa intollerabile quando interrompe la circolazione delle merci, delle persone o delle decisioni. È in quel momento che il lessico democratico cede rapidamente il posto a quello poliziesco.
La Francia diventa allora interessante non perché dimostri che una nuova generazione rivoluzionaria sia finalmente arrivata, ma perché rende visibile la rottura di una disponibilità all’obbedienza. I ragazzi che protestano non possiedono necessariamente un progetto politico comune e non costituiscono una classe omogenea. Sono attraversati dalle stesse differenze economiche, culturali e territoriali del resto della società. Ma una parte di loro sembra avere interiorizzato un dato che le generazioni precedenti potevano ancora rimandare: il futuro non migliorerà automaticamente.
Questi ragazzi sono davvero, per riprendere Zerocalcare e Zamponi, nativi delle macerie. Hanno attraversato da bambini la lunga coda della crisi del 2008, hanno vissuto durante gli anni della formazione la pandemia, sono cresciuti con la catastrofe climatica come orizzonte materiale, incontrano un mercato del lavoro precarizzato e un costo dell’abitare incompatibile con l’autonomia. Nel frattempo assistono al ritorno della guerra come linguaggio ordinario della politica europea e alla trasformazione del riarmo in una priorità alla quale subordinare sempre più risorse. Pretendere che continuino contemporaneamente a credere nella promessa secondo cui studio, lavoro, disciplina e competizione produrranno necessariamente una vita migliore significa chiedere loro di avere fede in un contratto sociale del quale sperimentano quotidianamente la violazione.
Per questo la domanda politicamente interessante non è se la Generazione Z sia migliore o peggiore delle precedenti, più radicale o più conformista, più colta o più superficiale. Le generazioni non sono soggetti politici e dentro una stessa fascia d’età esistono differenze di classe, genere, provenienza e condizioni materiali enormi. La questione è un’altra: che tipo di coscienza può produrre una società incapace di offrire una promessa credibile di futuro?
Una risposta cominciamo forse a intravederla nelle strade francesi, nelle occupazioni universitarie per Gaza, nelle mobilitazioni climatiche e persino, in forme completamente differenti e spesso contraddittorie, nell’insubordinazione culturale delle periferie. Non è ancora un progetto politico e non possiede necessariamente organizzazione, continuità o un linguaggio comune. Ma racconta la crisi di un meccanismo fondamentale del consenso: la convinzione che obbedire oggi significhi vivere meglio domani.
È proprio qui che la questione giovanile incontra quella della repressione. Quando un ordine sociale non riesce più a ottenere consenso attraverso una promessa, cresce la tentazione di ottenerlo attraverso la disciplina. Le “baby gang”, i maranza, gli eco-vandali, gli studenti violenti diventano allora figure differenti di una medesima pedagogia dell’emergenza. Non occorre che rappresentino realmente una minaccia generale: è sufficiente che permettano di costruire nell’opinione pubblica la necessità di controllare preventivamente ciò che potrebbe diventarlo.
Abbiamo trascorso vent’anni a domandare ai giovani perché non si ribellassero. Adesso che alcuni cominciano a farlo, continuare a discutere soltanto se protestino nella maniera corretta significa evitare ancora una volta la questione fondamentale. Prima di spiegare loro come dovrebbero comportarsi per risultare accettabili agli occhi degli adulti, sarebbe forse più utile capire che cosa abbiano visto nel mondo costruito dalle generazioni precedenti per convincersi che obbedirgli non garantisce più alcun futuro.
3/10/20226 https://www.osservatoriorepressione.info/









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