Pomigliano, dalle auto ai missili MBDA: il ricatto del lavoro tra armi e silenzio
Pomigliano d’Arco sta cambiando pelle nel silenzio generale. Per decenni l’identità e l’orgoglio di questo centro industriale campano sono stati legati alle tute blu dell’Alfa Romeo, alle catene di montaggio automobilistiche e all’eccellenza dell’aeronautica civile. Oggi, quella stessa città vive una metamorfosi profonda e inquietante: da polo dello sviluppo civile a nuovo avamposto della produzione bellica.
L’apertura del nuovo stabilimento di MBDA, all’interno della Leonardo, colosso europeo specializzato nella progettazione e produzione di missili e sistemi di difesa, segna un punto di svolta per il territorio. A colpire, tuttavia, non è soltanto la riconversione militare, ma la totale assenza di opposizione con cui questa operazione è stata condotta.
L’accordo di un anno fa: l’intesa con i sindacati e il silenzio dei pacifisti
La nascita del polo missilistico MBDA a Pomigliano non è un fulmine a ciel sereno. L’investimento era stato annunciato già un anno fa ed è stato formalmente concordato ai tavoli trattativa con il benestare delle sigle sindacali di categoria, FIOM inclusa. In nome della salvaguardia occupazionale, persino il sindacato che storicamente ha fatto del pacifismo e della difesa della produzione civile una bandiera ha avallato l’insediamento bellico.
Ancora più fragoroso è stato il silenzio del mondo dell’attivismo: persino i movimenti pacifisti e gli anti-militaristi non hanno mosso un dito nel giorno dell’inaugurazione né durante l’intero iter autorizzativo. Nessun picchetto, nessun corteo ai cancelli, nessuna voce di protesta al taglio del nastro. Le prime isolate reazioni critiche stanno emergendo solo ora, a cose ampiamente fatte e a impianti operativi, confermando la profonda distanza tra la gravità della svolta industriale e la reattività della società civile.
Armi di distrazione di massa: dalle minigonne alla guerra “invisibile”
Mentre nei territori si insediano le fabbriche di missili, il dibattito pubblico viene scientemente dirottato verso argomenti di distrazione di massa. L’attenzione dei cittadini e le prime pagine dei media vengono continuamente catalizzate da polemiche sterili — dal dress code sulle minigonne alle provocazioni culturali del giorno — mentre le scelte strategiche sul riarmo vengono fatte al riparo da qualsiasi riflettore.
Ci troviamo immersi in un clima geopolitico in cui la guerra è diventata uno sfondo permanente. Si parla continuamente di minacce imprecisate e si cavalca la propaganda della “difesa necessaria” contro il pericolo di turno, che sia il gigante russo, la minaccia cinese o l’insidia iraniana, senza che vi sia mai un reale dibattito democratico su quali siano gli interessi reali e le conseguenze etiche di questo scontro.
Il bluff dell’occupazione: dal baratro Fiat/Stellantis alla fabbrica di armi
La narrazione che accompagna l’arrivo di MBDA si regge sul solito, ricattatorio argomento: la creazione di posti di lavoro. Ma a Pomigliano questo ricatto suona come una beffa drammatica.
Lo stabilimento automobilistico (prima Fiat, poi FCA e oggi Stellantis) vive infatti in uno stato di agonia permanente: i lavoratori sono prigionieri della cassa integrazione a rotazione da quasi vent’anni, dal lontano 2008, travolti dai fallimentari piani industriali dell’era di Sergio Marchionne e dai progressivi disimpegni dei vertici aziendali.
Dopo un ventennio di ammortizzatori sociali e impoverimento del tessuto sociale, la risposta per il rilancio dell’occupazione non può essere l’industria della morte. Spacciare la produzione di missili come l’unica alternativa alla disoccupazione significa accettare un ricatto intollerabile: il pane in cambio della guerra. Pomigliano d’Arco e le sue maestranze vantano un know-how e una storia industriale che meritano di essere valorizzati nella mobilità sostenibile, nella transizione ecologica e nell’aeronautica civile, non messi al servizio della macchina bellica globale.
Francesco Guadagni
2/10/2026 https://www.lantidiplomatico.it/









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