Il 6 ottobre thailandese: storia di un massacro rimosso dall’immaginario collettivo
Alle prime ore del 6 ottobre 1976, a Bangkok, la capitale della Thailandia, le forze armate e paramilitari circondarono l’università Thammasat. Da giorni un migliaio di studenti occupava l’ateneo per protestare contro il ritorno in patria dell’ex Primo Ministro Thanom Kittikachorn, rimosso dal potere tre anni prima dopo una grande sollevazione popolare e studentesca. Il ritorno dell’ex-dittatore – in veste di monaco buddista e sotto l’ala protettiva della monarchia – faceva temere la fine del percorso democratico che si era avviato nel paese tre anni prima, e l’occupazione dell’università era la manifestazione del dissenso studentesco.
Alle 5.30 di quel 6 ottobre una granata a propulsione venne sparata contro la folla, causando la morte di quattro studenti. Poco dopo, un autobus della polizia sfondò l’entrata dell’università, e di seguito i poliziotti e i miliziani scesi dal mezzo cominciarono a sparare contro gli studenti con fucili d’assalto, mitragliatrici e persino armi anticarro. I tentativi di autodifesa dei ragazzi servirono a poco e anche molti di coloro che si consegnarono spontaneamente furono picchiati a morte, impiccati ad alberi o bruciati vivi.
Non si è mai saputo quanti furono gli studenti assassinati quel giorno – il conteggio ufficiale parla di 46 morti, ma le stime indipendenti superano il centinaio. Quel che è certo è che quel 6 ottobre 1976, assieme agli studenti, morì anche la speranza di una Thailandia democratica e svincolata dalle oligarchie che prima e dopo hanno dominato il paese asiatico: i proprietari terrieri, l’esercito, la monarchia e, dal secondo dopoguerra, gli Stati Uniti d’America.
L’“incidente del 6 ottobre” è innanzitutto la storia – del tutto sconosciuta in Europa – di un massacro, ma è anche una vicenda con significati politici di interesse per tutti i movimenti di emancipazione. Proprio come in Cile in quegli stessi anni, anche la Thailandia visse un triennio democratico e di speranza, dove per la prima volta chi aveva sempre obbedito poteva finalmente alzare la testa e rivendicare con forza i propri diritti. Ma, analogamente a quanto avvenne nel paese andino, anche in Thailandia questa breve fase si concluse con una violenta controrivoluzione.
Studenti e contadini
A inizio anni Settanta la Thailandia era governata da una giunta militare (guidata da Thanom Kittikachorn) strettamente legata ai proprietari terrieri, al clero buddhista e, in politica estera, agli Stati Uniti d’America – paese che proprio in Thailandia aveva aperto una base militare per facilitare i bombardamenti su Cambogia, Vietnam e Laos. Tuttavia, sin dagli anni Cinquanta, nel nord della Terra dei Thai esisteva un forte movimento popolare che denunciava la situazione di penuria in cui versavano i contadini e che rivendicava l’applicazione di una norma che imponeva l’abbassamento degli affitti. Sempre nel nord, da quasi un decennio si era sviluppata una guerriglia guidata dal Partito Comunista Thailandese (PCT). Nel 1973, però, a spingere la giunta militare alla resa non furono i contadini e i comunisti ma le mobilitazioni studentesche. Infatti, dopo settimane di manifestazioni nella capitale e di una violenta repressione (che causò 77 morti), il 14 ottobre scoppiò un’insurrezione studentesca generale che spinse Thanom alla fuga, decretando la fine della dittatura.
Il sistema che emerse dalle proteste del 1973 fu certamente più democratico del regime militare, ma le sue vere prospettive si sarebbero delineate dai rapporti di forza dei diversi soggetti politici: da un lato vi erano il governo e le forze armate – che continuavano ad essere guidate da forze conservatrici e che erano pienamente sostenute dalla monarchia –, dall’altro studenti e contadini, che proprio in quel triennio 1973-76 intensificarono le loro lotte immaginando una società più giusta e democratica. In pratica, le speranze della sinistra non derivavano tanto dal governo – che comunque agiva in maniera contraddittoria – quanto dal nuovo contesto istituzionale, che consentiva maggiore possibilità di mobilitazione. E contadini e studenti non persero tempo.
Tra il marzo e il novembre 1974 decine di migliaia di contadini affittuari scesero dal nord verso Bangkok dando vita a proteste senza precedenti, minacciando di bruciare le proprie carte d’identità e di rinunciare alla cittadinanza. Il movimento contadino, che fino ad allora non era stato direttamente influenzato dal marxismo, si radicalizzò attraverso pensatori locali. Il principale di questi fu Jit Phumisak, autore marxista e membro del PCT ucciso a soli 36 anni dall’esercito, il cui saggio sulla società feudale thailandese ebbe una diffusione enorme tra i contadini più attivi. Il 19 novembre, poi, venne fondata la Federazione dei Contadini della Thailandia (FFT), la prima organizzazione contadina autonoma e nazionale del paese, mentre il 29 novembre una manifestazione di protesta raggiunse 80.000 persone, con la presenza unitaria di monaci, studenti e operai. Il risultato delle lotte fu l’approvazione di una nuova legge sugli affitti, che questa volta prevedeva la costituzione di comitati provinciali composti da contadini che avrebbero vegliato sull’applicazione della norma.
I contadini acquisivano un potere politico mai raggiunto in precedenza, ma ciò che spaventò maggiormente l’oligarchia agraria fu il fatto che stava emergendo una inedita unità d’azione con gli studenti. Proprio questi ultimi, mentre i contadini occupavano le piazze della capitale, si dirigevano in direzione opposta, verso le campagne del nord, per dar vita a un processo di lavoro, conoscenza e di apprendimento coi braccianti. Si costruiva così una rete di esperienze e di rivendicazioni che agli occhi di una parte delle élite economiche, dei militari e della destra organizzata era diventata una minaccia esistenziale per l’ordine tradizionale thailandese. E che esigeva una risposta.
Terrorismo antipopolare
Proprio mentre il governo centrale cedeva ad alcune rivendicazioni dei contadini, altri settori dello Stato – la polizia provinciale, i militari, i gruppi paramilitari di destra – si organizzarono per attivare una repressione del processo riformatore. Nelle campagne del nord i contadini iniziarono a rifiutarsi di pagare affitti superiori al massimo legale e denunciarono pubblicamente gli abusi commessi dai latifondisti. In risposta a ciò, iniziarono i primi omicidi mirati: nel 1975 21 leader contadini vennero uccisi e nel luglio 1975 Intha Sribunruang, presidente della FFT del nord, venne assassinato. Gli apparati dello Stato si rifiutarono di fatto di indagare sui responsabili dell’omicidio e in breve il caso venne archiviato. I fatti susseguenti sono esemplificativi del clima politico dell’estate 1975. A seguito del funerale di Intha vennero arrestati nove attivisti della FFT. In protesta, gli studenti e contadini mostrarono la loro forza scendendo in piazza e ottennero la liberazione dei nove. Malgrado ciò, anche l’estrema destra per la prima volta dopo due anni contese con forza il controllo delle piazze, con cortei violenti e provocatori in cui ad essere minacciati vi erano non solo gli attivisti di sinistra, ma finanche i membri del governo conservatore. La notte del 19 agosto, infatti, circa 2.000 poliziotti si radunarono a Bangkok in protesta per il rilascio degli attivisti e, dopo la mezzanotte, 100 poliziotti ubriachi assaltarono e distrussero la casa del primo ministro Kukrit Pramoj.
È in un clima di tensione altissima che si svolsero le elezioni dell’aprile 1976, le seconde in pochi mesi: oltre 30 persone furono uccise durante la campagna elettorale, incluso il segretario del Partito Socialista, e a vincere fu il conservatore moderato Seni Pramoj. Tuttavia settori decisivi dell’élite politica, militare e monarchica (con l’assenso statunitense) avevano già scelto di chiudere la parentesi democratica.
La paura del comunismo – rafforzata dalle vittorie in Indocina – fu certamente una componente centrale della reazione della destra thailandese, ma il PCT non era particolarmente radicato nel paese. Il rischio maggiore era un altro, ovvero che studenti, contadini e lavoratori potessero utilizzare gli spazi democratici per conquistare nuovi diritti e modificare i rapporti di forza sociali. Proprio com’era accaduto in Guatemala nel 1954 o in Cile nel 1973, infatti, la minaccia ideologica principale per le oligarchie e per gli USA era costituita soprattutto da una democrazia con una classe lavoratrice forte e organizzata. La Thailandia non era il Cile di Allende, visto che era governata da élite conservatrici, anticomuniste e filoamericane, eppure per i capitalisti e i militari dei rispettivi paesi – nonché per le élite statunitensi – il livello della minaccia era simile. Nessuno poteva veramente pensare che le classi popolari potessero conquistare diritti a scapito delle élite attraverso il voto e la partecipazione politica. Ed è in quel clima che si preparò il pretesto per il massacro del 6 ottobre e del colpo di Stato.

Pretesto per un massacro
Il generale Thanom Kittikachorn, colui che aveva governato il paese dal 1963 fino al 14 ottobre 1973, tornò in patria il 19 settembre 1976. Lo fece indossando la veste di monaco buddhista e annunciando che si sarebbe ritirato a meditare presso il Wat Bowonniwet, un tempio strettamente legato alla monarchia. Si trattava chiaramente di una provocazione verso gli studenti e di un modo per destabilizzare un governo ritenuto troppo debole.
Il movimento radicale, consapevole della tensione, cercò di prevenire un colpo di stato, ma il 29 settembre due attivisti sindacali furono trovati impiccati in pubblico, con i segni delle manette ai polsi, un’atrocità senza precedenti che inorridì l’opinione pubblica. Pochi giorni dopo gli studenti occuparono l’università e indissero una grande manifestazione nella capitale per il pomeriggio del 4 ottobre, per protestare contro il ritorno di Thanom e la violenza di destra, chiedendo al governo di Seni Pramoj di porre fine al tentativo di restaurare il regime militare. All’esercito e alla destra serviva un pretesto per realizzare il colpo di stato: la stampa reazionaria diffuse le foto di una finta impiccagione messa in scena dagli studenti durante uno spettacolo satirico, sostenendo che si trattasse di un appello a uccidere il principe ereditario. I tentativi degli studenti di smentire tale congettura – anche inviando una delegazione al palazzo del Governo – furono vani e alle 5.30 iniziò il massacro. Probabilmente centinaia furono le ragazze e i ragazzi assassinati, e altrettanti furono coloro che vennero arrestati. Quella stessa sera una nuova giunta militare lesse un proclama, dichiarò abolita la Costituzione del 1974 e prese il potere.
Una successiva amnistia, nel 1978 – posta in essere anche per indebolire la guerriglia del PCT, che si era ingrandita proprio per via dell’afflusso di studenti dalle città – scarcerò i prigionieri, ma non servì a legittimare le loro azioni. La memoria storica dei fatti del 6 ottobre, infatti, resta ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, estremamente ostacolata o annacquata da un’interpretazione di convenienza. Finanche il monumento posto all’interno dell’università per ricordare l’accaduto – una scultura con una semplice data senza nomi né spiegazioni – più che un memoriale può apparire come una velata minaccia per chi volesse provare ad organizzarsi contro il sistema politico. Inoltre, alcune domande restano senza risposte soddisfacenti. Winichakul Thongchai, leader studentesco in quel 6 ottobre e poi docente di storia presso un’università statunitense, in un libro stila una lista delle varie domande irrisolte. Il massacro rispose a un piano pre-organizzato da tempo? Che ruolo ebbe la monarchia nell’operazione? E gli Stati Uniti d’America? Le risposte sono ancora parziali, ma ci sono molti indizi che dimostrano come sin da febbraio le anime più reazionarie dello Stato, con la connivenza della corona, appoggiarono di fatto la svolta reazionaria. Inoltre esistono elementi concreti che dimostrano come le ambasciate statunitensi e britanniche fossero state informate da tempo e che, come minimo, non mostrarono alcuna obiezione al golpe. In tal senso non si può affermare che gli USA ebbero un ruolo di promotore diretto dei fatti del 6 ottobre, ma è certo che, come spiega Tyrell Haberkorn in un altro volume fondamentale, gli aiuti economici statunitensi diminuirono proprio nel triennio democratico mentre tornarono ad aumentare subito dopo il golpe del 6 ottobre.
Le lezioni del 6 ottobre
A distanza di cinquant’anni la Thailandia ricorda ancora con imbarazzo e titubanza i fatti del 6 ottobre 1976. Nonostante i tentativi istituzionali di definire come una “tragedia” la morte di tante ragazze e ragazzi, resta fondamentalmente impossibile costruire una memoria condivisa. Il punto è che ricordare non solo i morti ma anche le responsabilità del massacro significherebbe compromettere il sistema di potere oligarchico responsabile di quelle stesse uccisioni e che resta saldamente al comando del paese.
Oltre, però, al modo in cui la Thailandia vede la sua storia, vi sono anche altre lezioni derivanti 6 ottobre 1976. La prima di esse è che, come già anticipato, questa vicenda conferma una volta ancora come reagiscano le destre ai tentativi di avanzamento democratico. Con modalità e contesti molto diversi, dall’Italia al Cile, dal Guatemala all’Indonesia, eserciti e bande paramilitari dinanzi all’avanzata dei movimenti socialisti hanno reagito attraverso stragi di stato, massacri di massa e golpe militari. La seconda riguarda la inconsapevolezza europea di questa vicenda, anche a sinistra. Il 6 ottobre è stato talmente rimosso dall’immaginario collettivo che persino la sua fotografia più iconica – quella di un giovane attivista impiccato a Thammasat – è stata usata, con un approccio “orientalista”, come copertina dell’album ‘Holiday in Cambodia‘ dei Dead Kennedys, quindi associandola a un riferimento esplicito alla Cambogia dei Khmer Rossi. La Cambogia confermava probabilmente lo stereotipo “orientalista” dell’Asia amichevole e pacifica ma animata da moti di violenza improvvisa, incontrollabile e irrazionale. Spiegare invece che quell’atto di violenza brutale era frutto di un’operazione militare pianificata da un esercito di un paese amico degli Stati Uniti sembrò, forse, troppo complicato finanche per una band impegnata come i Dead Kennedys.
Di conseguenza, sarebbe necessaria una riflessione più ampia sulla politica del Sud-est asiatico. Considerata da decenni perlopiù come un parco tematico per i visitatori europei e statunitensi, questa regione è stata per decenni il terreno di un gigantesco conflitto di classe. Seppur sconfitte, le classi popolari di questi paesi non hanno mai smesso di mobilitarsi per costruire società più giuste, finanche riscoprendo il movimento studentesco degli anni ‘70 e rivendicandone l’eredità. Dall’Europa risulta oggi necessario interrompere il racconto “depoliticizzante” su quest’area del mondo e raccontare invece la storia delle lotte passate dei suoi popoli e delle sue rivendicazioni presenti.
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Fonti
doct6.com (con molte fotografie della giornata)
Thongchai Winichakul, Moments of Silence: The Unforgetting of the October 6, 1976, Massacre in Bangkok
Tyrell Haberkorn, Revolution Interrupted: Farmers, Students, Law, and Violence in Northern Thailand
Nicola Tanno
6/10/2026 https://www.capibara.media/









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