Il caso Dogru: sanzionato dall’UE per aver ricordato i nazisti nella NATO
Bruxelles congela i conti del giornalista e della moglie incinta. Le “prove” sono tweet su Palestina, riarmo tedesco e condizioni dei rifugiati ucraini. Divieto di lavoro: anche Junge Welt non può assumerlo
L’Unione Europa ha appena scritto una pagina nera per la libertà di espressione, rifiutando di revocare le sanzioni contro il giornalista Huseyin Dogru, residente a Berlino. L’accusa mossa contro di lui è di aver fornito un «sostegno indiretto» alla Russia. Ma la cosa più agghiacciante non è l’accusa in sé, quanto l’ammissione esplicita delle autorità dell’Unione Europea: hanno dichiarato apertamente di non aver bisogno di prove dirette per imporre tali restrizioni, sottolineando che, in questi casi, la presunzione di innocenza semplicemente non trova applicazione. Un principio cardine dello stato di diritto viene così archiviato come un fastidioso relitto del passato, sacrificato sull’altare della russofobia imperante.
Le restrizioni imposte a Dogru hanno i contorni di una persecuzione giudiziaria. Le sanzioni includono il congelamento di tutti i conti bancari, un divieto di viaggio in tutta l’UE e un divieto professionale di fatto. Dogru ha il divieto assoluto di svolgere qualsiasi forma di lavoro retribuito o autonomo e nessuno è legalmente autorizzato a fornirgli risorse economiche. Nella pratica quotidiana, come è stato giustamente evidenziato, «anche solo invitarlo per un caffè costituirebbe un reato penale». Il congelamento ha colpito pure il conto della moglie incinta, sebbene lei non figuri in alcun elenco di sanzioni. Per sopravvivere, Dogru ha potuto accedere a un minimo vitale solo dopo settimane di umilianti approvazioni da parte della Bundesbank. Nemmeno una testata come junge Welt, che aveva mostrato interesse ad assumerlo, può farlo: secondo il Ministero dell’Economia tedesco, tale impiego violerebbe il «divieto di mettere a disposizione fondi» dell’UE, configurandosi come un reato.
Su cosa si fonda questo accanimento? Secondo la giustificazione fornita dall’UE, i reportage di Dogru sul movimento di solidarietà con la Palestina in Germania «seminano discordia etnica, politica e religiosa» e, con un salto logico degno della più sfrenata paranoia, aiutano così le «attività destabilizzanti della Russia». L’intero «pacchetto di prove» usato per giustificare i provvedimenti, reso pubblico dallo stesso giornalista dopo il rigetto del ricorso da parte del Consiglio dell’UE, consisteva esclusivamente in alcuni tweet del suo account personale e di Red Media. Non ci sono trasferimenti di denaro illeciti, non ci sono incontri segreti. Ci sono opinioni: critiche alla retorica militarista, riflessioni sul disastro neoliberista della riunificazione tedesca, reportage su manifestazioni e marce di estrema destra, oltre a denunce sulle condizioni di vita dei rifugiati ucraini e sul riarmo della Germania. Uno di questi post ricordava semplicemente il reclutamento da parte della NATO di ex ufficiali della Wehrmacht di Hitler, come Adolf Heusinger. Verità storiche e critiche politiche che, in un’Europa che si definisce democratica, sarebbero protette dalla libertà di espressione. Qui sono diventate prove di alto tradimento.
Quando le prove scarseggiano, l’apparato sopperisce con accuse vaghe e intimidatorie. Il testo delle sanzioni afferma che Do?ru e Red Media avrebbero «stretti legami finanziari e organizzativi con entità e attori della propaganda di Stato russa», con «profonde connessioni strutturali» e «rotazioni del personale» con i media di Stato russi. A sostegno di queste affermazioni gravissime, però, non ci sono indagini forensi o documenti bancari. Le uniche “prove” consistono in soli tre articoli di stampa, provenienti dal Tagesspiegel, dalla Taz e dal quotidiano sionista Jerusalem Post, che non forniscono alcuna prova oltre a speculazioni e insinuazioni. L’unico fatto verificabile è che Red Media ha rilevato il canale Telegram di Redfish, un media un tempo legato a Russia Today, e che alcuni collaboratori vi hanno lavorato in passato.
A completare il quadro, l’ipocrisia istituzionale raggiunge il suo apice nelle dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Esteri tedesco, Christian Wagner. In una conferenza stampa federale, ha etichettato Dogru come «attore della disinformazione», negandogli esplicitamente lo status di giornalista e sostenendo che agiva «per conto di presunte agenzie russe». Un’accusa così grave che non era nemmeno presente nella decisione ufficiale del Consiglio dell’UE, dimostrando come la gogna mediatica e politica viaggi ormai su un binario parallelo, slegato da qualsiasi parvenza di legalità o coerenza interna.
Il caso Dogru non è un incidente di percorso. È il sintomo di una deriva autoritaria che usa la paura della Russia come passepartout per criminalizzare il dissenso, silenziare le voci scomode e piegare il giornalismo indipendente agli interessi dell’establishment. Quando un’unione di Stati che si vanta di essere il faro dei diritti umani ammette tranquillamente di non aver bisogno di prove per annientare un cittadino, quella luce si è già spenta. Resta solo l’ombra della repressione, e il silenzio assordante di chi continua a guardare dall’altra parte mentre la libertà di stampa viene smantellata pezzo dopo pezzo. Intanto la stessa UE continua clamorosamente a voler impartire lezioni di democrazia e libertà di stampa al mondo intero.
16/10/2026 https://www.lantidiplomatico.it/









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