La costruzione del nemico per legge
di Alessandra Algostino
Il copione è sempre lo stesso: c’è una questione sociale, si adotta un nuovo decreto sicurezza; magari sfruttando qualche disegno di legge che giace in parlamento, tanto il compito delle camere – si sa – è poi convertire rapidamente, tra monocameralismo di fatto e questioni di fiducia, i decreti legge
Il copione è sempre lo stesso: c’è una questione sociale, si adotta un nuovo decreto sicurezza; magari sfruttando qualche disegno di legge che giace in parlamento, tanto il compito delle camere – si sa – è poi convertire rapidamente, tra monocameralismo di fatto e questioni di fiducia, i decreti legge (necessità e urgenza ormai sono clausola di stile). Il conto dei pacchetti sicurezza si perde, quest’anno siamo già al secondo (e la stima dei nuovi reati introdotti dal governo Meloni dice 123).
Le norme penali sono ridondanti perché le condotte che si vogliono punire sono già reato (infatti si insiste sulle aggravanti, come per danneggiamento e devastazione e saccheggio), ma questo non significa non abbiano effetti. Rappresentano un comunicato politico nella prospettiva della costruzione del nemico; approfondiscono il solco della delegittimazione di manifestazioni e proteste; proseguono l’opera di deterrenza e intimidazione nei confronti dell’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti. Vi sono, peraltro, anche alcune pseudo-novità, come il reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche», che invero riorganizza fattispecie esistenti nell’intento di tradurre il desiderio del governo di prevedere reati associativi per chi protesta, nel solco della partecipazione a manifestazione concepita come una aggravante. La
Costituzione statuisce che la responsabilità penale è personale (articolo 27); ma forse, se «siamo tutti antifascisti» e «tout le monde déteste la police», i colpevoli, sono, siamo, tutti.
A fronte di una rabbia sociale che esprime, esplicitamente o implicitamente, di per sé, disagio e rivendicazioni, la risposta è ancora una volta nel segno di una sicurezza ridotta all’ordine pubblico (con buona pace della sicurezza dei diritti e sociale).
Repressione e criminalizzazione seguono in specie tre direttrici: passaggio dallo stato sociale allo stato penale; amministrativizzazione della sicurezza (zone rosse, daspo urbano); risarcimenti e multe. Quest’ultima via, l’ultima ad apparire, si sta affollando velocemente. Il decreto legge 23 del 2026 (ora legge 54 del 2026) l’ha percorsa per svuotare il diritto di riunione, nascondendo dietro la depenalizzazione, il ricorso al denaro come strumento deterrente e intimidatorio per promotori e partecipanti a presidi e cortei. La bozza del nuovo decreto prevede ancora sanzioni amministrative e procedure agevolate per il risarcimento danni. Le vie del denaro e amministrative, rispetto a quella del penale, hanno diversi vantaggi: sono più rapide e hanno meno garanzie.
Soggetto e oggetto di multe e risarcimenti sono nel nuovo provvedimento in specie i ragazzi, i protagonisti dei cortei, in particolare minorenni. E qui il disegno è contradditorio: da un lato, i minorenni sono “adultizzati” quando si tratta di imputabilità e carcere (misure cautelari); dall’altro, trattati paternalisticamente, con richieste di risarcimenti e multe ai genitori. Intimidazione diretta e deterrenza familiare? Ovviamente con la diseguaglianza che veicola il denaro. Paternalismo punitivo.
C’è invero, ancora una direttrice: la militarizzazione dell’ordine pubblico, per ora resa più soft dalle interlocuzioni con il presidente della Repubblica, ma in linea con una più ampia militarizzazione della società.
Infine, la violenza. Siamo circondati e immersi nella violenza: economica (verso le persone e l’ambiente); genocida (la Palestina ma anche il popolo migrante); sociale (cos’è la previsione di un tetto di stranieri?; e poi la ghettizzazione, l’espulsione sociale, la criminalizzazione della povertà, le diseguaglianze); politica (la costruzione del nemico); ultima ma non ultima, bellica (la guerra, il riarmo, la militarizzazione della società).
Il futuro appare chiuso da diseguaglianze, guerra, devastazione climatica: questa è violenza. E il diritto che reprime, che favorisce e blinda diseguaglianze, è violento. Non si può vedere solo la violenza delle piazze. Come è possibile, umanamente, ma anche sul piano del diritto, indignarsi per una vetrina del lusso infranta e tollerare che un bambino muoia per bombe e fame a Gaza? E in ogni caso anche la mera rabbia sociale esprime una richiesta politica.
Ed esige risposte sul piano politico: chiama in causa una trasformazione del modello economico e sociale, ovvero scelte politiche. Né il neoliberismo né la guerra sono ineluttabili, né, se si agisce, il riscaldamento climatico: le piazze chiedono futuro. Questa è la questione da affrontare, ma è proprio questo che si vuole impedire reprimendo dissenso e alternativa.
22/10/2026 https://ilmanifesto.it









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