L’UE smantella le norme sulle autorizzazioni e finanzia le infrastrutture inquinanti
di Rachel Tansey, Pascoe Sabido, Bram Vranken
Quinta parte – Continua da QUI.
VIII. Conclusioni
La Commissione von der Leyen 2.0 sta smantellando le norme in materia di autorizzazioni nell’ambito di una più ampia campagna di deregolamentazione, su richiesta di alcune delle industrie più inquinanti d’Europa. Sebbene l’obiettivo dichiarato sia quello di reindustrializzare l’Europa e rendere le sue imprese più competitive sulla scena globale, in realtà si stanno minando le condizioni per un’economia sana, distruggendo il vero vantaggio competitivo del continente, aggiungendo costi enormi e in gran parte non quantificati per le comunità locali, i sistemi sanitari, gli impatti climatici e gli ecosistemi, e ritardando una giusta transizione.
Finora, le normative dell’UE in materia di autorizzazioni hanno costituito una barriera contro progetti infrastrutturali mal pianificati o distruttivi che minacciano l’ambiente nei territori e sono osteggiati dalle comunità locali. Sebbene questa barriera possa essere stata imperfetta e applicata in modo imperfetto, ha comunque fornito importanti tutele – e la possibilità di ricorrere ai tribunali europei, se queste tutele non venivano garantite.
Ma non sarà più così, poiché progetti quali nuove miniere, gasdotti per la CO₂ e data center verranno accelerati, godendo dello status di «interesse pubblico prevalente», mentre le normative che tutelano la qualità dell’aria e dell’acqua o l’accesso delle comunità alla giustizia sono sotto attacco.

Le deroghe alle tutele sociali e ambientali conquistate con fatica stanno per diventare la norma nella legislazione dell’UE in materia di autorizzazioni. Le battaglie del passato contro le infrastrutture dannose, se combattute oggi, diventeranno ancora più difficili. L’agroindustria avrà più strumenti per far passare i propri “mega-bacini” di accumulo idrico, contestati in Francia.
La società di infrastrutture Vinci, promotrice del progetto fallito dell’aeroporto di Notre-Dame-de-Landes vicino a Nantes, in Francia, potrebbe potenzialmente portarlo avanti in fretta.
L’italiana Snam, promotrice del mega-gasdotto TAP, potrebbe aggirare l’opposizione pubblica al gasdotto che intende realizzare dalla Tunisia all’Italia e poi verso l’Austria e la Germania. In Romania, il governo intende avvalersi della legge sulle materie prime critiche per riaprire vecchie miniere, riportando alla luce i fantasmi della lotta vinta contro Roșia Montană. E questo è inaccettabile: come sottolinea Astrid Puentes Riaño, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano a un ambiente pulito, sano e sostenibile: «Gli Stati hanno l’obbligo di condurre valutazioni complete d’impatto ambientale, sociale e sui diritti umani per i progetti, senza alcuna deroga».
La Commissione Von der Leyen 2.0 non solo sta fornendo ai grandi inquinatori sostegno politico, ma anche sostegno finanziario, come richiesto dall’industria. Fondi pubblici per centinaia di miliardi vengono dirottati verso i principali inquinatori. I dirigenti dell’industria hanno goduto di un accesso politico senza precedenti alla Commissione, mentre i sindacati e le associazioni ambientaliste sono stati ignorati.
Ciò significa che i cittadini subiscono un triplice danno: in primo luogo, vengono esclusi dalla partecipazione democratica alle decisioni relative a questi progetti; in secondo luogo, sono costretti a sovvenzionarli; e in terzo luogo, subiscono i danni causati da tali progetti. I costi incalcolabili legati alla sofferenza, all’assistenza sanitaria, alla mitigazione dei disastri e alla bonifica, derivanti da questi progetti, ricadranno sulle spalle dei cittadini.

I casi di studio contenuti in questo rapporto rivelano solo alcuni degli impatti potenzialmente disastrosi sia per le persone che per l’ambiente: stili di vita indigeni distrutti, case perdute e acque inquinate per far posto ad una nuova miniera in Svezia – che a sua volta distruggerà la capacità di recupero dell’ecosistema artico.
Nuovi gasdotti per la CO₂ imposti alle comunità, che possono rivelarsi letali in caso di perdite – e che aggravano la crisi climatica anziché migliorarla. Prezzi dell’elettricità alle stelle e blackout a rotazione in Irlanda a causa di nuovi data center ad alto consumo energetico – potenzialmente alimentati da gas ottenuto tramite fratturazione idraulica, un incubo sia per le comunità locali lungo la catena di approvvigionamento, sia per il clima.
Sebbene l’industria sostenga che l’abolizione di queste normative stimolerà la crescita e renderà l’industria europea competitiva a livello globale, ciò che intende realmente è che così facendo otterrà margini di profitto più elevati e, di conseguenza, dividendi più alti per gli azionisti.
I dati – come dimostra l’organizzazione di ricerca olandese SOMO – sono chiari: le grandi imprese danno la priorità ad ingenti distribuzioni agli azionisti invece di investire nella transizione energetica. Profitti più elevati – e distribuzioni più consistenti – vengono anteposti alla tutela delle comunità locali e della forza lavoro dall’esposizione a sostanze chimiche tossiche o a nuvole letali di CO₂. Ciò non sembra tanto una spinta alla competitività, quanto piuttosto un’autorizzazione al saccheggio.
La Commissione von der Leyen 2.0 presenta la reindustrializzazione dell’Europa come un processo che va di pari passo con la decarbonizzazione, ma in realtà sta vincolando il continente ad un’economia basata sui combustibili fossili e ostacolando una transizione giusta. Anziché premiare gli investimenti in tecnologie e progetti industriali che hanno un impatto sociale e ambientale positivo, l’UE premia le pratiche inquinanti.
Il suo sostegno finanziario non è inoltre accompagnato da condizioni volte a garantire che i profitti vengano reinvestiti in tecnologie pulite anziché in distribuzioni di dividendi agli azionisti. Uno dei motivi per cui l’UE è rimasta così indietro rispetto ai concorrenti è che le sue più grandi multinazionali hanno dato priorità ai dividendi rispetto alle tecnologie pulite. E persino la Banca centrale europea ora considera la continua dipendenza dell’UE dai combustibili fossili come un rischio importante.

Ecco perché sosteniamo che, anche nei suoi stessi termini, il “rogo delle normative” della von der Leyen 2.0 in nome della “concorrenza” e dell’“innovazione” distruggerà i vantaggi europei, rendendo la sua industria meno competitiva. Il vantaggio competitivo dell’UE derivava tradizionalmente dalla definizione di standard normativi elevati.
Non vincerà, né potrà vincere, una corsa al ribasso, con costi di produzione e di manodopera di gran lunga più bassi altrove. Il cambiamento di rotta a favore di pratiche inquinanti rappresenta un ritorno al XIX secolo – arricchire pochi a costo di pericoli e malattie per molti – mentre, ad esempio, la Cina continua a guidare gli investimenti nelle tecnologie pulite nel XXI secolo. Affidare agli inquinatori il controllo delle politiche e dei finanziamenti pubblici non farà altro che far aumentare il ritardo dell’UE.
Qual è l’alternativa?
Una transizione giusta in Europa è sia necessaria che possibile. L’estrazione di risorse inquinanti e le attività industriali non possono essere semplicemente esternalizzate al Sud del mondo. Né le comunità locali e i lavoratori in Europa sono contrari a ogni nuovo sviluppo minerario e industriale. Ma solo se realizzato in modo diverso. Rimangono alcune domande fondamentali: come dovrebbe essere la nostra economia futura e a chi dovrebbe servire? Abbiamo bisogno di gasdotti per la CO₂ che attraversino l’Europa per servire l’industria dei combustibili fossili? Le nuove miniere devono distruggere i mezzi di sussistenza delle popolazioni indigene e i fiumi locali?

A chi sono destinati i data centers e sono socialmente utili? Ci saranno sempre dei compromessi, ma nel rispondere alle domande «chi ne paga il prezzo» e «chi ne beneficia?», la contrapposizione non dovrebbe essere tra «diritti umani e ambiente» da un lato e «dirigenti e azionisti» dall’altro.
Questa è un’occasione per assumere un ruolo guida e definire nuovi standard a livello globale. Tuttavia, per farlo è necessario opporsi al diktat della massimizzazione del valore per gli azionisti. Potremmo invece puntare su soluzioni realmente innovative, come garantire che i settori chiave siano di proprietà pubblica e controllati democraticamente, oppure collaborare con le comunità indigene per la mitigazione dei cambiamenti climatici. E, in generale, supervisionando gli investimenti che rispettino le comunità locali, i lavoratori e l’ambiente.
Una proposta promettente, come delineata da CounterBalance, prevede che le imprese che ricevono sostegno finanziario pubblico siano obbligate a «reinvestire i propri profitti per effettuare investimenti produttivi in attività ecosostenibili, creare posti di lavoro di alta qualità e contribuire a fornire servizi pubblici a prezzi accessibili».
Affinché tali idee possano essere ascoltate dalla von der Leyen 2.0, occorre innanzitutto porre fine all’accesso privilegiato di cui godono le imprese europee più inquinanti. I loro ristretti interessi commerciali non rappresentano gli interessi dei lavoratori, delle comunità locali, dell’ambiente o della collettività in generale, ma sono in conflitto con essi.
La resistenza all’attacco sferrato dall’industria all’UE in materia di autorizzazioni – parte di un più ampio programma di deregolamentazione – sta crescendo sul territorio: le comunità locali si oppongono ai data center, la società civile denuncia il pericolo rappresentato dai gasdotti di CO₂ in progetto e la Commissione è stata citata in giudizio per aver cercato di accelerare i progetti minerari.
Nel frattempo, è più chiaro che mai per un numero sempre maggiore di persone che ascoltare – e affidarsi alle – imprese produttrici di energia sporca per definire le politiche ci sta condannando a ripetere le crisi energetiche.
Centinaia di migliaia di persone in Europa chiedono all’UE di smettere di smantellare le leggi ambientali e di barattare la nostra salute e il nostro futuro in cambio del profitto. Le aziende del petrolio e del gas, dell’estrazione mineraria, del settore chimico e le grandi aziende tecnologiche – che hanno un interesse finanziario diretto a ridurre al minimo le normative – non dovrebbero guidare il processo decisionale e non ci porteranno il futuro di cui abbiamo bisogno. Per raggiungerlo, abbiamo invece bisogno di una politica libera dai combustibili fossili, dalle sostanze tossiche e dalle grandi aziende tecnologiche. (5. Fine)
*) Tratto da Corporate Europe Observatory. Traduzione di Ecor.Network.
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Nota di Ecor.Network sulle conclusioni:

“Il potere statale moderno è solo un comitato che amministra gli affari comuni dell’intera classe borghese”.
Mai come ora questa definizione del 1848, tratta dal Manifesto del Partito Comunista, risulta attuale ed applicabile all’Unione Europea ed alla Commissione, suo organo esecutivo. Non stupisce il fatto che i funzionari di tali organismi spalleggino gli interessi del capitale – industriale, minerario, petrolifero o tecnologico che sia.
I funzionari dell’UE sono lì apposta, e questo importante report del Corporate Europe Observatory ha il grande merito di rendere espliciti i meccanismi di questa loro funzione.
Il problema dell’alternativa, però, non si risolve con una mera riduzione delle occasioni di incontro delle lobbies imprenditoriali con una Commissione che già di per sé ne incarna gli interessi. E neanche sperando in un capitalismo europeo “buono”, votato a una sorta di “competitività virtuosa”, perchè tale capitalismo non esiste.
L’alternativa è una questione un po’ più complessa, che può nascere solo da un’opposizione di massa tale da ridefinire i rapporti di forza.
27/10/2026 https://www.labottegadelbarbieri.org/









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