Non ascoltare una generazione elimina le fondamenta della democrazia
A partire dall’appello dei pedagogisti: chi risponde alla protesta dei giovani con il solo giudizio di violenza nega loro un diritto esistenziale e politico, e prepara il terreno alla guerra.
Più di mille docenti e ricercatori di pedagogia hanno firmato l’appello «Dissentire, partecipare, educare». Tra i promotori, a Bologna, c’è Alessandro Tolomelli, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale. Gli autori condannano esplicitamente devastazione e saccheggio, ma osservano che le misure repressive, come l’estensione ai minorenni del fermo preventivo, «intervengono unicamente sulle conseguenze, senza interrogarsi sulle cause profonde», e chiedono che l’università si faccia «sede pubblica di confronto». La frase che mi ha colpito di più: «una generazione deve poter essere ascoltata prima che il suo disagio diventi emergenza».
Condivido ogni pensiero, e vorrei contribuire, nello specifico, su ciò che l’ascolto davvero è: la condizione della democrazia e, in profondità, della pace.
Empowerment: il punto di partenza
Il concetto attorno a cui ruota tanta buona pedagogia oggi, e il lavoro dello stesso Tolomelli, che vi ha dedicato un libro, «Homo eligens», è l’empowerment: una crescita dell’individuo che lo rende capace di stare di fronte al mondo e di intervenire su di esso, una presa di potere sulle proprie scelte e sulle proprie azioni per costruire il mondo e, se occorre, cambiarlo. Se questo è il compito maieutico della società verso i suoi giovani, il primo atto è lasciarli esprimere, cercare di capire che cosa dicono, e riconoscere un valore a ciò che dicono. Riconoscere è la prima pratica efficace di inclusione del giovane nel dialogo politico.
Che cosa chiedono davvero
Le piazze di queste settimane hanno molte motivazioni, ma una è chiara e non violenta: i ragazzi non vogliono la guerra, non vogliono il riarmo, non vogliono la leva. A Bologna il 16 ottobre più di mille studenti sono scesi in corteo contro i tagli all’educazione, il riarmo e il carovita; oggi, nello sciopero generale, gli studenti sfilano accanto ai lavoratori. Dicono che società vogliono e che università vogliono: un’altra università, un’altra educazione.
E sotto la precarietà e il costo della vita c’è un’angoscia esistenziale che nessun indicatore economico misura. Chi ha diciotto anni è cresciuto con la guerra alle porte dell’Europa, la sua maggiore età si apre nella prospettiva del riarmo e della leva: e si chiede che cosa gli resterà da progettare. Il suo futuro prossimo è sotto una spada di Damocle.
Questa angoscia non resta muta: può diventare solitudine, ritiro, ansia, rabbia. Come ho scritto in «La guerra dei padri, la ferita dei figli», parte di questa sofferenza è già un’eredità, quella delle due grandi guerre del Novecento.
Il meccanismo: la parte presa per il tutto
Di una protesta ampia, per lo più pacifica, si guarda soltanto l’episodio peggiore. Il gesto di pochi diventa la cifra di tutti, e la risposta diventa penale anziché educativa. Il dibattito si sposta su vandalismo e ordine pubblico, e la domanda dei giovani, la pace, il futuro, la leva, scompare dalla scena.
Il danno non è solo la distrazione. Parola che nel suo doppio senso non è la sbadataggine di chi non capisce, è la distrazione della medicina, quella di un legamento che viene stirato. «Trahere», tirare: l’attenzione pubblica con forza, è tirata via dalla domanda dei giovani, e dove si strappa resta il vuoto.
L’etichetta di «violento» viene poi spalmata anche su chi non lo è affatto, su chi anzi scende in piazza proprio contro la violenza. Alla richiesta si risponde con un giudizio: siete violenti, dunque ciò che chiedete non ha valore. Questa è una saporita mistificazione: in psicologia ha un nome, proiezione. La violenza viene proiettata su chi chiede, e così chi chiede non verrà più ascoltato. La domanda viene trasformata in un problema di sicurezza, e il giovane che l’aveva posta resta senza risposta, e soprattutto escluso dal dialogo politico.
La struttura è antica. È quella del capro espiatorio, che René Girard ha descritto: il gruppo proietta la propria violenza su un bersaglio, lo esclude, e crede così di liberarsene. Qui i giovani sono il bersaglio. Non è un rito di sangue, e la differenza è enorme, ma il meccanismo, in forma attenuata, è lo stesso, e per questo va riconosciuto.
Perché non è una questione leggera
Chi studia lo sviluppo umano lo sa: il Sé non nasce da solo. Nasce dall’intersoggettività, cioè dall’essere ascoltati e riconosciuti da un altro e dal riconoscersi in lui. È il primo elemento di strutturazione del Sé, e lo è in modo decisivo per una gioventù che sta definendo la propria identità profonda e il proprio senso della vita. Da un Sé strutturato nasce la capacità di scegliere, di essere autonomi, di saper dire di sì e di no, di non lasciarsi manipolare: saper dire no, per esempio, alla guerra.
Togliere l’ascolto significa dunque colpire i giovani proprio dove sono più fragili, perché il Sé è ancora in formazione. Al giovane arrivano due messaggi insieme: la tua parola non conta, e il tuo anelito alla giustizia è per la società un pericolo. Questa è una violenza innanzitutto esistenziale: colpisce il Sé nel cuore della sua formazione.
I giovani non violenti che scendono in piazza compiono insieme un atto di responsabilità politica e un atto di identità: si dichiarano soggetti che partecipano al dialogo politico affermando che non vogliono la guerra e non vogliono la leva: vogliono un’altra università e un futuro libero.
È anche un importante atto politico. All’origine della democrazia c’è la possibilità, per tutti, di partecipare a un colloquio sociale. Se la parola di una generazione viene trasformata in violenza, il colloquio si interrompe, e con esso la cooperazione. L’ascolto è la preziosa condizione della democrazia, e il non ascolto ne elimina le sue fondamenta.
Deumanizzare: la preparazione alla guerra
La guerra uccide i corpi, e questa differenza resta incolmabile. Ma ha la stessa radice di ogni non ascolto: negare l’altro come soggetto, vederlo soltanto come minaccia o come nemico. Si chiama deumanizzazione, ed è la preparazione con cui una società viene portata alla guerra: una manipolazione potentissima, che comincia molto prima delle armi.
Occorre smettere di riconoscere nell’altro una persona: se ne prende una sola parte, quella che può offenderci o servirci, e a quel punto colpirlo non pesa più. La vittima viene deumanizzata.
È la stessa operazione di ogni discriminazione, una piccola costante guerra quotidiana: si prende una parte e si toglie il tutto. Il razzismo prende in considerazione solo il colore della pelle: siamo all’estremo dell’intelligenza. In una donna violentata l’unica parte presa in considerazione è il suo sesso, la parte che si sta violentando, e la persona, quella che soffre non esiste più. L’omofobia e la transfobia riducono una persona al suo orientamento o alla sua identità, che si riduce alla vergogna: l’abilismo è esposto nella sua disabilità, la xenofobia si ferma alla provenienza, l’ageismo all’età. È ciò che nella mistificazione della protesta accade ai giovani quando vengono dichiarati violenti.
Il non ascolto dei giovani può essere letto come una possibile preparazione alla guerra, non perché qualcuno voglia necessariamente dichiararla, ma perché l’etichetta di violento toglie credibilità e tutele a chi dice no: rende più facile reprimere domani chi rifiuterà di combattere. Far tacere i giovani, che sarebbero i primi a dover combattere, toglie all’opposizione alla guerra la sua voce più credibile, e il consenso alla guerra si prepara meglio senza resistenze.
Il terzo verbo: educare
Dissentire e partecipare sono diritti, e vanno difesi. Il terzo verbo, educare, chiede luoghi dove i giovani vengano davvero ascoltati e riconosciuti.
Propongo un rito sociale scelto, in alternativa alla leva: un percorso di alcuni mesi con educatori messi a disposizione da università e associazioni, fino a un momento pubblico in piazza con le famiglie. È l’empowerment in pratica, e l’opposto del fermo preventivo: là un luogo di costrizione, qui un luogo di scelta e crescita identitaria integrata nel sociale. Ne parlerò nel prossimo articolo.
Un invito
L’appello chiede alle università di farsi sedi pubbliche di confronto. Lo raccogliamo. Con Essere Utopia, e con l’associazione di promozione sociale che stiamo costruendo, intendiamo promuovere a Bologna eventi e conferenze-performance sui temi della pace e della nonviolenza (www.essereutopia.com). Ci mettiamo a disposizione di Alessandro Tolomelli e di tutti coloro che hanno firmato, per sostenere la causa e per costruire insieme qualcosa di concreto, a partire da un progetto pilota con una ricerca che coinvolga i ragazzi come soggetti attivi, prima che il disagio diventi emergenza.
Marco Bizzozero, ricercatore indipendente a Bologna, ha studiato in Cina, Thailandia e Stati Uniti le tradizioni mediche e contemplative orientali. Ha fondato nel 1981 la prima Scuola di Teatro e Circo in Italia e nel 1996 il Centro Internazionale «Il Fiore del Tao», percorso di meditazione e crescita spirituale. È autore di «Perché le guerre. La schiavitù della violenza. Una possibile educazione alla pace». Sito: www.essereutopia.com
30/10/2026 https://essereutopia.substack.com/









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