Porti. Lo sciopero internazionale del 30 ottobre unisce cinque continenti: 113 scali mobilitati contro la guerra. Il protagonismo del CALP di Genova
Dai portuali italiani a quelli di Australia, India, Grecia, Francia, Spagna e Stati Uniti, una giornata di lotta senza precedenti ha coinvolto oltre 25 organizzazioni sindacali nel mondo. Una mobilitazione che ha intrecciato la rivendicazione dei diritti del lavoro con il rifiuto di trasformare i porti in snodi logistici delle guerre e del riarmo. Il protagonismo del CALP di Genova, con il contributo di Josè Nivoli, ha avuto un ruolo centrale nella costruzione di una mobilitazione che ha superato i confini nazionali, mettendo in collegamento portuali e organizzazioni sindacali di cinque continenti. Lo sciopero internazionale del 30 ottobre, con oltre 25 sindacati coinvolti e 113 porti mobilitati in 22 Paesi e regioni, ha dato visibilità alla capacità dei lavoratori di organizzarsi contro la guerra e la militarizzazione della logistica, intrecciando il rifiuto del trasporto di armi con la difesa dei salari, dei diritti e della giustizia sociale.
Il 30 ottobre non è stato soltanto un giorno di sciopero, ma un passaggio significativo nella costruzione di un movimento internazionale dei lavoratori portuali contro la guerra. Da un continente all’altro, lavoratrici e lavoratori hanno incrociato le braccia, promosso presidi e manifestazioni, mettendo in rete vertenze e iniziative sindacali che hanno avuto come punto comune il rifiuto della militarizzazione dell’economia e la difesa dei diritti sociali.
La dimensione della mobilitazione restituisce la portata dell’iniziativa: oltre 25 organizzazioni sindacali, rappresentative di 113 porti distribuiti in 22 Paesi e regioni, hanno aderito alla giornata. In diversi Stati, tra cui Italia, Francia, India, Grecia e Turchia, sono stati proclamati scioperi di 24 ore. In Marocco, a Cipro e in altri scali si sono svolte astensioni dal lavoro di durata più breve, fino a due ore.
**Una rete internazionale che attraversa i continenti**
La mobilitazione ha interessato realtà portuali molto diverse, accomunate dalla consapevolezza del ruolo strategico che i lavoratori dei porti possono svolgere nelle grandi questioni internazionali. In Australia, il Maritime Union of Australia ha coinvolto Melbourne; nei Paesi Baschi il sindacato LAB ha mobilitato Bilbao e Pasaia. In Brasile hanno aderito organizzazioni sindacali presenti negli scali di Espírito Santo e Itajaí, mentre in Croazia la protesta ha raggiunto Vukovar.
In Francia la CGT Ports et Docks ha esteso la mobilitazione a un numero particolarmente ampio di scali, da Marsiglia a Le Havre, da Dunkerque a Bordeaux, passando per Brest, Calais, Nantes, Tolone e numerosi altri porti. In Germania è stato coinvolto Amburgo, mentre in Grecia la protesta ha interessato undici scali, tra cui il Pireo, Salonicco, Patrasso e Heraklion.
Anche in India la partecipazione è stata significativa, con iniziative in undici porti, da Mumbai a Chennai, da Kolkata a Cochin, fino a Visakhapatnam. In Irlanda sono stati coinvolti Cork e Dublino; in Portogallo la mobilitazione ha raggiunto diversi scali della terraferma e delle Azzorre. La protesta si è estesa inoltre a Slovenia, Montenegro, Messico, Uruguay e Stati Uniti, dove l’ILWU Local 10 ha partecipato a Oakland e San Francisco.
In Spagna hanno aderito organizzazioni sindacali presenti in numerosi porti, tra cui Algeciras, Barcellona, Valencia, Siviglia, Vigo e Gijón. In Svezia la mobilitazione ha attraversato diversi scali, da Göteborg a Malmö, da Stoccolma a Helsingborg. In Turchia sono stati coinvolti i porti di Mersin, Gemlik e Haydarpaşa, mentre in Marocco le iniziative hanno interessato Casablanca e Tangeri.
L’Italia al centro della mobilitazione
Nel nostro Paese lo sciopero ha coinvolto Ancona, Civitavecchia, Genova, Gioia Tauro, Carrara, Livorno, Bari, Ravenna e Trieste, con la partecipazione di ORSA Porti e USB. Una presenza che si inserisce nella più ampia giornata di lotta del 30 ottobre, caratterizzata da manifestazioni in numerose città italiane e da una convergenza tra lavoratori, studenti, movimenti pacifisti e organizzazioni sociali.
Il contributo del Comitato Autonomo Lavoratori Portuali di Genova e dell’Unione Sindacale di Base ha rappresentato un elemento importante nella costruzione della mobilitazione, che ha saputo collegare la dimensione nazionale a quella internazionale. Il messaggio lanciato dai portuali è chiaro: chi lavora nei porti non vuole essere complice della circolazione di armi e strumenti di morte, né accettare che le infrastrutture civili siano subordinate alle esigenze dell’economia di guerra.
Il lavoro contro la guerra
La giornata del 30 ottobre ha mostrato che la solidarietà internazionale dei lavoratori non è una formula astratta, ma può tradursi in iniziative concrete e coordinate. I porti sono nodi essenziali del commercio mondiale e della logistica militare: fermare o rallentare le attività significa richiamare l’attenzione sul potere collettivo di chi rende possibile il funzionamento di queste infrastrutture.
La posta in gioco riguarda anche le condizioni materiali di milioni di persone. L’aumento delle spese militari, la corsa al riarmo e la crescente centralità dell’industria bellica sottraggono risorse al welfare, alla sanità, alla scuola, ai salari e agli investimenti necessari per migliorare la vita delle comunità. Per questo la lotta contro la guerra non è separabile dalla battaglia per il lavoro dignitoso, la sicurezza, i diritti e la giustizia sociale.
La partecipazione di sindacati di cinque continenti indica una possibilità politica importante: costruire un fronte internazionale del lavoro capace di opporsi alla trasformazione dei territori e delle infrastrutture in strumenti di conflitto. Non si tratta soltanto di protestare contro le guerre in corso, ma di affermare il diritto dei lavoratori a non essere coinvolti nella loro preparazione e nel loro sostegno logistico.
Il 30 ottobre lascia dunque un segnale che va oltre la singola giornata di sciopero. La mobilitazione di 113 porti dimostra che, di fronte alla guerra e alla militarizzazione, il mondo del lavoro può organizzarsi oltre i confini nazionali e far sentire la propria voce. Una giornata storica, che indica la necessità di dare continuità a questa rete internazionale, rafforzando la cooperazione sindacale e la solidarietà tra i popoli.
Perché i porti siano luoghi di lavoro e di incontro, non corridoi di guerra.
Irina Smirnova
31/10/2026 https://www.farodiroma.it/










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