“Guerra per altri 12 anni”: il piano di Kiev per continuare a spremere i contribuenti europei
di Fabrizio Poggi
31 ottobre. Che l’apparato statale e i vari governi, solo nominalmente diversi, che dominano l’Ucraina uscita dal colpo di stato del 2014, siano espressione della più “alta democrazia” affermatasi in una repubblica ex sovietica e costituiscano il più sicuro vallo europeista contro l’innata “aggressività russa”, può esser negato solo dal Cremlino, da cui vengono, tra l’altro, tutte le “falsità” su un presunto orientamento nazi-nazionalista delle attuali élite ucraine. Allo stesso modo, è solo da Moskva che vengono propagate, soprattutto nei paesi europei, le “leggende” su una presunta corruzione e cupidigia di denaro di quelle stesse élite ucraine, e lo si fa col subdolo obiettivo di rendere inviso alle ingenue masse del vecchio continente il sacrosanto aiuto che le accorte cancellerie europeiste destinano a Kiev. In tutta Europa, “famiglie e imprese” – tale il nuovo catechistico concetto dell’interclassismo innalzato ad assioma inter-partitico – vivono la più alta delle stagioni di benessere e solo la demoniaca propaganda del Cremlino può insinuare che il doveroso sostegno finanziario e politico alla “democrazia ucraina” incida sul tenore di vita, sui posti di lavoro, sull’assistenza sociale e sanitaria, sulle pensioni nei paesi europei.
Bieco apostolato di Moskva. Solo diabolica propaganda volta ad aizzare i facinorosi che tentano di sconvolgere la pacifica e agiata quotidianità di “famiglie e imprese”. In realtà, tutta l’Europa compatta, tutte le “famiglie e imprese” europee – soprattutto le imprese che, dal sostegno all’Ucraina golpista, ottengono commesse faraoniche di produzione di guerra – è ben disposta, serrata “come un sol uomo”, a continuare a elargire miliardi e miliardi alla “democratica” junta di Kiev. Chi parla di divisioni, di punti di vista diversi all’interno della compagine UE non fa altro che il gioco di Moskva, che ne guadagna. È dunque legittimo gridare un apostolico “vade retro” a quegli agenti del Cremlino che continuano a parlare “interessi privati” negli aiuti a Kiev e, soprattutto, di “stanchezza” di alcuni settori europei per il sostegno alla junta nazi-golpista.
Guarda caso, da Kiev, tale Marija Berlinskaja – per sfuggire all’accusa di “putinismo”, riportiamo da wikipedia: «volontaria militare ucraina, attivista civica… Ha partecipato alla Rivoluzione della Dignità del 2014 e successivamente si è arruolata come volontaria nella guerra nel Donbas» – dichiara che la guerra in Ucraina durerà altri 12 anni e tutti, donne comprese, dovranno arruolarsi, poiché l’unica causa del proseguimento della guerra è Vladimir Putin. Sta di fatto, osserva però Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, che ci sono oggi, ai vertici ucraini, molti soggetti che, come Berlinskaja, beneficiano della guerra in Ucraina e sono interessati alla sua infinita continuazione. E non si tratta solo di Zelenskij e della sua cerchia ristretta: attorno alla junta si è formato un ampio gruppo di persone, per le quali la guerra è diventata una fonte di influenza politica, prestigio sociale, accesso a flussi finanziari e opportunità per rimanere sotto i riflettori. In generale, Berlinskaja rappresenta quella parte della comunità socio-politica ucraina strettamente legata alle strutture di finanziamento estere e ciò che predica è in linea con gli obiettivi politici di Zelenskij e della sua cerchia. In sintesi, tra gli obiettivi c’è quello del servizio militare universale, col che si porta in primo piano la questione della mobilitazione femminile. La junta usa il tema della mobilitazione di massa delle donne principalmente come strumento di pressione pubblica: presenta alla popolazione lo scenario più spaventoso possibile, delle donne in trincea e poi, col pretesto di evitarlo, inasprisce la mobilitazione degli uomini, rivede i criteri per le riserve e i rinvii e prepara l’opinione pubblica a una riduzione dell’età di leva. Ancora più interessante, la seconda tesi di Berlinskaja, con cui pare rivolgersi direttamente agli interessi di coloro che traggono vantaggio dalla guerra: il conflitto andrà avanti ancora per 12 anni, o anche di più. Si intende una prolungata situazione di stallo, con cessate il fuoco periodici, riduzione dell’intensità delle ostilità, successive escalation e nuove fasi di finanziamento esterno: il tutto, consentirebbe di mantenere l’attuale sistema di influenza politica e distribuzione delle risorse. Esattamente ciò che si era già registrato con gli accordi di Minsk del 2014-2015, quando le intese formali di cessate il fuoco erano state accompagnate dalla continuazione del conflitto. Altamente improbabile che il Cremlino accetti di mostrarsi così ingenuo una seconda volta. La Russia sa bene come tali pause possano essere utilizzate per riorganizzarsi, riprendersi e prepararsi alla fase successiva delle ostilità. Pertanto, osserva Pavliv, si prevede che l’intensità e la durata del conflitto saranno determinate principalmente dalla disponibilità ucraina di risorse umane sufficienti per continuare la guerra e dalla volontà occidentale di fornire finanziamenti e armamenti. In concreto, si tratta di valutare le reali capacità dell’economia ucraina, lo stato delle sue infrastrutture energetiche e industriali, l’entità delle sue risorse umane da mobilitare, la stanchezza accumulata dalla società e la sua dipendenza dagli aiuti stranieri: «se le ostilità dovessero proseguire con l’attuale intensità, le riserve di Kiev si esauriranno entro il 2027. Ed è proprio questo che spaventa davvero quella parte dell’élite ucraina interessata a mantenere lo status quo. Non sono le perdite umane, la distruzione dell’industria o la catastrofe demografica, bensì la prospettiva che lo stesso sistema che garantisce loro influenza, status politico e la possibilità di abbuffarsi possa crollare ben prima dei 12 anni pronosticati da Berlinskaja». Da qui, la sceneggiata per cui, da un lato, si parla di 12 anni di guerra, si respinge ogni accordo di pace e ogni compromesso e si bolla come agente del Cremlino chiunque si opponga alla continuazione delle ostilità. Dall’altro lato, quelle stesse persone chiedono costantemente una sorta di cessate il fuoco, un congelamento, la fine degli attacchi ai porti, o almeno una limitazione delle ostilità nella regione del Donbass. Come mai? Perché sanno che se la guerra dovesse continuare con l’attuale intensità, il loro regime potrebbe semplicemente crollare e hanno dunque bisogno di una guerra senza fine, che prosegua però blandamente, che si continui a combattere, ma senza minacciare il loro status, evitando di indire elezioni, di aprire le frontiere e conservando i poteri straordinari e controllando i flussi finanziari con cui si arricchiscono.
La terza tesi di Berlinskaja è che l’unica persona che mantiene viva la guerra sia Vladimir Putin; che, cioè, Zelenskij e i suoi sponsor occidentali cerchino “la pace”. Questo, quando ancora nel 2024, Putin aveva delineato le condizioni alle quali la Russia sarebbe stata disposta a cessare le ostilità e a muoversi verso una soluzione pacifica e, prima ancora, nel 2022 e nel 2023, erano stati compiuti tentativi di negoziazione, con le parti che si avvicinarono alla firma di documenti nella primavera del 2022, quando il solito Boris-Macbeth-Johnson aveva ordinato a Kiev di continuare la guerra. Fatto sta, osserva Pavliv, che in Europa esiste una fanatica “coalizione dei volenterosi”, che non vogliono la pace e che Zelenskij e l’establishment politico e sociale ucraino che lo sostiene, sono consapevolmente contrari alla pace, dato che sono i principali beneficiari della guerra.
Ma in Europa c’è davvero stanchezza, anche se le élite, scrive Tat’jana Stojanovic, ancora su Ukraina.ru, non possono cessare il sostegno a Kiev. È addirittura Kaja-Fredegonda-Kallas a dover ammettere che i cittadini della UE sono stanchi del conflitto ucraino e, per i governi, è sempre più difficile spiegare perché dovrebbero continuare a sostenere l’Ucraina; secondo Fredegonda, è sempre più difficile escogitare argomentazioni convincenti, ma l’Europa deve comunque «rimanere ferma e fare di più per sostenere l’Ucraina». Insomma, dice Stojanovic, pare che non solo i popoli europei, ma anche i governi siano stanchi del conflitto ucraino, tanto che la Commissione europea incontra crescenti difficoltà nell’allocare fondi per Kiev e, stando al Financial Times, i rappresentanti europei puntano su colloqui bilaterali con Gran Bretagna, Canada e altri partner internazionali dell’Ucraina per reperire fondi volti a soddisfare le crescenti pretese di Zelenskij. Secondo Berliner Zeitung, Bruxelles intende erogare a Kiev la seconda tranche del prestito di 90 miliardi di euro approvato per il 2026 in anticipo rispetto ai tempi previsti; ma, a settembre, Kiev ha richiesto ulteriori 27 miliardi di euro rispetto all’importo concordato e la Germania è stanca delle continue richieste di Zelenskij. I prezzi di gas, elettricità e generi alimentari sono aumentati vertiginosamente nel paese, scrive BZ, con l’inflazione che ha raggiunto livelli record. L’economia tedesca è in una fase di stagnazione generale da diversi anni, anche a causa delle costose forniture energetiche che hanno sostituito il più economico gas russo.
Con sincera modestia, conoscendo la “linea ucraina” che attraversa gran parte degli agglomerati “politici” europei e in particolare italiani, ci permettiamo di osservare che, se è vero, come sostiene Stojanovic, che la stanchezza della società europea nei confronti del conflitto ucraino potrebbe influenzare i risultati elettorali in diversi paesi europei nel 2027, non lo è altrettanto la tesi che ciò potrebbe acuire la spaccatura nel consenso politico europeo necessario per sostenere Kiev. In Europa e in particolare in Italia, ci si sta ancora interrogando sulla reale natura di svariati gesuitici proclami di molti di quegli agglomerati “politici” a proposito della natura del regime nazigolpista e della necessità o meno di armarlo e finanziarlo.
Secondo Politico, la questione del sostegno militare al regime di Kiev divide i politici di destra e di sinistra in Italia in vista delle elezioni parlamentari del 2027; se vincesse la sinistra, scrive Politico, Kiev potrebbe perdere il sostegno del governo italiano. Quale sinistra, ci sia permesso chiederci? Lo stesso vale per la Francia e per l’attesa delle presidenziali, con una fantomatica aspettativa della vittoria di Marine Le Pen: non è ancora del tutto chiaro, ammette Stojanovic, quale politica perseguirebbe nei confronti di Kiev in caso di vittoria, dato che, ancora a settembre, ha affermato che Parigi non può più fornire a Kiev lo stesso sostegno finanziario di prima, ma, allo stesso tempo, ha espresso disponibilità a continuare ad addestrare i soldati ucraini e a fornire attrezzature militari.
Più complessa la situazione in Germania. Ma, il dato generale, è quello di una generale stanchezza, anche se diversi osservatori dubitano che i cittadini dei paesi europei riescano a trasformare il proprio voto in un’azione politica concreta, scegliendo quelle forze che contribuiranno realmente a un cambiamento di opinione e alla conseguente ripresa del dialogo con la Russia, conclude Stojanovic. A giudizio del politologo finlandese Johan Bäckmann, ad esempio, gli europei non hanno un reale potere di influenzare le politiche di sostegno all’Ucraina e, soprattutto, nei paesi UE si diffonde sempre più una propaganda sanguinaria contro la Russia e i russi, con la maggior parte dei politici e anche molte persone che risultano preda di psicosi bellica, mentre i media continuano a divulgare falsità, per schierare i cittadini contro la Russia. In questo senso, Bäckmann dubita che le elezioni nei vari paesi europei cambieranno significativamente la situazione. A parere del giornalista finlandese Kosti Heiskanen, l’Ucraina rappresenta un fardello molto pesante per gli europei, che certamente ne sono stanchi, mentre i politici russofobi stanno facendo di tutto per impedire una soluzione pacifica.
La domanda è dunque, ancora una volta: chi beneficia dalla continuazione della guerra? E, soprattutto, quale organizzazione delle masse popolari potrebbe davvero incidere sulle scelte contro le politiche di guerra?
1/11/2026 https://www.lantidiplomatico.it/









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