Quando il come e il chi della riduzione delle tasse diventano protagonisti: la sconfitta della ragione

Roberto Antonio Romano illustra i contenuti regressivi e di “classe” della legge finanziaria per il 2027-28 che si appresta a essere discussa in parlamento a partire da settimana prossima per essere approvata entro il 31 dicembre 2026 (oggi – 4 novembre – la riunione tra i capigruppo per decidere il calendario della discussione). Negli ultimi giorni il dibattito politico e giornalistico si è prevalentemente occupato dei tagli alla scuola, con la diminuzione di circa 7000 posti di lavoro nel settore. Poco si dice invece sull’aumento della spesa militare, una spada di Damocle che il governo ha volutamente imposto per ottemperare ai diktat della Nato di portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035.  Il governo Meloni non ha potuto fare una manovra elettorale (come avrebbe desiderato) perchè la sua incompetenza non ha portato alla fuoriuscita del procedimento di infrazione per debito eccessivo: il rapporto deficit/Pil è rimasto infatti sopra la soglia del 3%. Per questo, la propaganda di governo – una vera e propria litania – si sofferma sul taglio delle tasse al ceto medio, sull’aumento della spesa sanitaria (ma senza dire che in rapporto al PIl si registra una riduzione) e provvedimenti al limite del ridicolo come i 100 euro annui di dote previdenziale per i prossimi nascituri. Ma è priprio così? Se si analizzano i provvedimenti presi, il quadro che ne esce è ben diverso.

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Da troppi anni l’economia italiana cresce meno di quella europea, nonostante le risorse del PNRR. Il problema non riguarda soltanto quanto si spende, ma soprattutto in che cosa si investe e con quale capacità di modificare la struttura produttiva. Se le risorse si limitano a sostenere le attività esistenti, senza aumentare l’intensità tecnologica, la ricerca e l’autonomia industriale, possono alimentare la domanda nel breve periodo, ma difficilmente imprimono una svolta alla crescita. È una delle questioni che la legge di bilancio dovrebbe affrontare e che, invece, rimane sostanzialmente irrisolta.

Il contesto europeo, del resto, non aiuta. La riforma del Patto di stabilità e crescita del 2024 restringe i margini fiscali degli Stati membri. Per l’Italia, caratterizzata da un debito elevato e da una crescita debole, diventa quindi ancora più importante selezionare le priorità, distinguendo gli interventi capaci di rafforzare la struttura produttiva da quelli che distribuiscono benefici immediati.

La manovra annunciata per il 2027 ammonta a circa 26 miliardi di euro, con un valore che sale a 27 miliardi nel 2028. Occorre inoltre rilevare che gli importi indicati risultano superiori a quelli riportati nel Documento programmatico di bilancio (DPB) trasmesso alla Commissione europea. Non è un segnale di particolare coerenza nella programmazione. Eppure, nonostante una maggiore disponibilità di risorse nell’ordine di 2,5 miliardi, l’efficacia della legge di bilancio rimane discutibile. La domanda da porsi non è soltanto quanto si spende, ma chi riceve le risorse, quale comportamento si intende modificare e quali risultati concreti ci si attende.

La prima questione riguarda i redditi e la domanda interna. Il governo punta soprattutto sulla riduzione delle imposte: l’aliquota Irpef del 33 per cento viene estesa ai redditi fino a 55 mila euro; gli aumenti retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali sono assoggettati a un’imposta sostitutiva del 5 per cento e, per alcuni incrementi di reddito dei giovani, è prevista un’aliquota dell’1 per cento nel 2027. A queste misure si aggiungono interventi a favore delle famiglie, delle madri e della natalità. Occorre inoltre considerare l’estensione della flat tax al 15 per cento per i redditi da partita IVA fino a 100 mila euro.

Possiamo anche definirla una legge di bilancio di classe, ma il problema politico è più generale. Non è sufficiente sostenere che queste misure favoriscano il ceto medio. Chi percepisce un reddito da partita IVA compreso tra 80 e 100 mila euro lordi annui o un reddito Irpef tra 50 e 55 mila euro non rappresenta, in termini di distribuzione dei redditi, il ceto medio del Paese. I dati disponibili restituiscono una realtà diversa: il reddito medio familiare si colloca intorno ai 39.501 euro annui, la retribuzione annua lorda media dei lavoratori dipendenti è di circa 32.991 euro e quella mediana di 31.704 euro. Inoltre, secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate, soltanto il 6 per cento circa dei contribuenti dichiara redditi superiori a 50 mila euro. È dunque difficile sostenere che le agevolazioni destinate a queste fasce costituiscano una politica fiscale a favore del ceto medio. La loro distribuzione evidenzia una precisa scelta politica, che non può essere nascosta dietro una rappresentazione indistinta dei redditi e dei contribuenti. Inoltre, il fisco viene presentato prevalentemente come una sottrazione al reddito privato, dimenticando che attraverso il prelievo si finanziano la sanità, la scuola, i trasporti e i servizi pubblici di cui tutti usufruiscono. Ridurre la pressione fiscale non è un obiettivo autosufficiente: occorre valutare quali servizi si intendono ridimensionare oppure quali entrate dovrebbero compensare il minor gettito. Il rischio è restringere progressivamente la base imponibile dell’Irpef e degli altri tributi attraverso agevolazioni selettive, senza affrontare il ruolo e la funzione dell’intervento pubblico. In definitiva, la tanto reclamata riduzione delle tasse può diventare l’altra faccia della medaglia della riduzione dei servizi pubblici.

Purtroppo, la domanda su chi guadagni dalla riduzione delle tasse, o se questa sia più o meno progressiva, è diventata l’alfa e l’omega della critica della sinistra e, contemporaneamente, il principale motivo di orgoglio della destra. Ma l’articolo 53 della Costituzione contiene due principi, entrambi fondamentali, che non dovrebbero essere separati. Il primo stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”; il secondo afferma che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Il primo riguarda il dovere collettivo di contribuire al finanziamento della cosa pubblica, il secondo il criterio con cui distribuire tale onere. Ridurre il dibattito alla sola progressività significa dimenticare la funzione stessa del prelievo fiscale.

Ma anche la richiesta di maggiore progressività, per quanto condivisibile, dovrebbe essere accompagnata da una proposta su come realizzarla. Non basta discutere se estendere uno scaglione Irpef da 50 a 55 mila euro. Si potrebbe, per esempio, ragionare su una riduzione dell’aliquota del primo scaglione dal 23 al 21 per cento, mantenere il 33 per cento fino a 50 mila euro, applicare il 43 per cento fino a 75 mila e introdurre un’aliquota del 48 per cento oltre questa soglia. Sarebbe un’impostazione diversa, che alleggerirebbe il prelievo sui redditi più bassi e aumenterebbe il contributo richiesto a quelli più elevati. Non è una questione puramente tecnica: basti pensare che un insegnante di un liceo scientifico statale, con una retribuzione annua lorda di circa 28 mila euro, non riceverebbe alcun beneficio dalla misura governativa che interviene sullo scaglione superiore a 50 mila euro. È difficile continuare a parlare di sostegno ai redditi da lavoro senza interrogarsi sulla loro effettiva condizione. C’è poi una questione ancora più generale. Se si prende sul serio il primo comma dell’articolo 53, occorre avere il coraggio di discutere l’uniformità dell’imposizione fiscale, indipendentemente dalla natura dei cespiti di reddito: lavoro, impresa, proprietà finanziaria e immobiliare, rendite e diritti di proprietà intellettuale. Oggi queste diverse fonti di reddito sono sottoposte a regimi differenti e, in particolare, i redditi derivanti dalla proprietà e dai patrimoni godono spesso di un trattamento più favorevole rispetto a quelli da lavoro. La progressività non può essere perseguita soltanto modificando gli scaglioni Irpef, lasciando sostanzialmente intatta la frammentazione del sistema tributario. Anche una revisione della tassazione delle successioni e delle grandi ricchezze dovrebbe entrare in questa discussione, vincolando il maggiore gettito al rafforzamento dei servizi sociali. Progressività e ampliamento della base imponibile non sono obiettivi contrapposti: possono e devono procedere insieme, anche attraverso maggiori controlli sull’elusione fiscale, oltre che sull’evasione. Le agevolazioni selettive e i regimi differenziati, infatti, possono ridurre la base imponibile e creare condizioni favorevoli a comportamenti elusivi. L’importante è non perdere il ruolo e la finalità delle tasse: sostenere e finanziare servizi pubblici universali.

La seconda questione riguarda il lavoro. Esoneri contributivi, deduzioni maggiorate e agevolazioni fiscali ripropongono una strategia concentrata sulla riduzione del costo del lavoro per le imprese. Sono strumenti che possono avere una loro utilità, ma non garantiscono automaticamente nuova occupazione né salari più elevati. In assenza di obiettivi verificabili, si rischia di finanziare assunzioni che sarebbero state realizzate comunque, come se la domanda di lavoro dipendesse prevalentemente dal suo costo. Sarebbe molto più efficace affrontare organicamente la regolazione del mercato del lavoro in entrata, introdurre un salario minimo dignitoso, eventualmente superiore a 10 euro l’ora, e ripristinare uno strumento universale di sostegno al reddito, come il reddito di cittadinanza. Il problema, infatti, non è soltanto incentivare le imprese ad assumere, ma garantire qualità del lavoro, retribuzioni adeguate e sicurezza economica.

La terza questione riguarda la politica industriale. Il credito d’imposta per la ZES unica dispone di 2,4 miliardi nel 2027 e di 1,25 miliardi nel 2028; sono inoltre annunciati interventi per il cloud computing e per i settori dell’agricoltura, della pesca e del turismo. Tuttavia, gli stanziamenti destinati a singoli settori non costituiscono, da soli, una strategia tecnologica. La questione è un’altra: non si tratta di sostenere genericamente le imprese, ma di collegare la ricerca pubblica all’industrializzazione dei suoi risultati, agli investimenti produttivi e alla diffusione delle innovazioni, anche all’interno di una dimensione europea. In caso contrario, si rischia di consolidare le specializzazioni esistenti senza accrescere la produttività e l’autonomia tecnologica del Paese. In altri termini, si finisce per condannare il sistema economico nazionale alla bassa crescita.

La quarta questione riguarda la spesa sociale. Il Fondo sanitario nazionale aumenta di 2,3 miliardi, raggiungendo i 146,3 miliardi nel 2027. Accanto a questo stanziamento troviamo misure più circoscritte: 300 euro per alcune spese sanitarie degli over 75 con una pensione fino a 28 mila euro, 850 milioni per la flessibilità pensionistica, contributi alla natalità e voucher per i servizi all’infanzia. Ma qual è la questione che continua a rimanere irrisolta? Finché lo Stato sociale non viene concepito e organizzato come un sistema di prestazioni universali, secondo i principi fondamentali dell’economia pubblica, continueremo ad accumulare interventi circoscritti a singoli bisogni, senza una visione complessiva. Il welfare non può essere la somma di bonus e agevolazioni: deve essere un sistema organico di diritti, servizi e prestazioni.

Infine, le coperture. Il governo richiama maggiori entrate dai settori finanziario, dei giochi e dell’energia, oltre ai contributi dei ministeri. Tuttavia, non è ancora possibile ricostruire con sufficiente chiarezza il saldo netto delle singole misure e la distribuzione effettiva degli oneri. Una parte dei margini di bilancio deriva inoltre da una revisione delle stime di crescita del PIL, per un ordine di grandezza che può essere quantificato in circa 3 miliardi: una disponibilità aggiuntiva, ma non una strategia economica.

La questione è, in realtà, più semplice di quanto possa sembrare: siamo in grado di decidere quali servizi pubblici vogliamo garantire e, di conseguenza, quali entrate fiscali sono necessarie per sostenerli? Le coperture della manovra non dovrebbero essere destinate prevalentemente a prestazioni occasionali e interventi frammentati, ma concorrere a organizzare e rafforzare la macchina pubblica, rendendola capace di rispondere ai bisogni collettivi.

In estrema sintesi, il problema non è stabilire se il governo faccia troppo o troppo poco, ma comprendere quale idea di economia orienti le sue scelte. La manovra promette benefici fiscali a gruppi diversi e finanzia interventi puntuali, senza rendere riconoscibile un progetto capace di coordinare domanda interna, servizi pubblici, innovazione e trasformazione industriale. In un Paese che da anni diverge dall’Europa, il criterio con cui giudicare una politica economica non può essere soltanto quanto reddito rimane oggi nelle tasche di alcuni contribuenti. Deve essere anche quale capacità collettiva siamo in grado di costruire per produrre domani redditi più elevati, lavoro qualificato, innovazione e servizi pubblici migliori. Quando il dibattito si riduce a chi beneficia del taglio delle tasse e a quanto ne beneficia, la politica economica smette di interrogarsi sul funzionamento dell’economia. È questa, prima ancora che una questione fiscale, la sconfitta della ragione.

5/11/2026 http://effimera.org/

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