Mid-term 2026: anatomia di una sconfitta annunciata

Trump e il suo partito hanno perso le elezioni di metà mandato (mid-term). Il dato è perfettamente chiaro: vanno analizzate cause e conseguenze, possibilmente evitando i toni entusiastici che compaiono stamattina sul versante progressista.

Il primo punto è chiarire per cosa si votava. Erano in palio tutti i seggi della Camera dei Rappresentanti (il cui mandato dura due anni: nel 2028 vanno tutti a casa o devono ricandidarsi) e un terzo del Senato (i cui membri restano invece in carica sei anni), oltre a 36 governatori di Stato e alle rispettive assemblee legislative.
In entrambi i rami del Congresso i repubblicani detenevano una risicata maggioranza. Adesso l’hanno persa. Questa situazione riduce il Presidente a un’“anatra zoppa”: non avendo più il controllo dell’organo legislativo, farà più fatica a imporre la sua agenda politica, soprattutto in politica interna.

Secondo punto: è una svolta inattesa? Risposta: no. Più o meno tutti lo sapevano, si trattava solo di capire quanto sarebbe stata pesante. Si veda questa media dei sondaggi sul gradimento dei due partiti pochi giorni prima del voto:

Mid-term 2026: anatomia di una sconfitta annunciata

Questa era invece l’approvazione di Trump, come si vede inferiore a quella di tutti i suoi recenti predecessori in circostanze analoghe:

Mid-term 2026: anatomia di una sconfitta annunciata

Anche Fox News, di tradizionale fede repubblicana, aveva mostrato proiezioni molto negative: la perdita di entrambi i rami del Congresso.

Mid-term 2026: anatomia di una sconfitta annunciata

Lo stesso Trump pare fosse consapevole dell’esito, visto che aveva cancellato i suoi comizi in due Stati considerati contendibili, Kansas e Iowa. Salvo ripensarci poco dopo…
Al di là del volubile leader, di fatto gli strateghi repubblicani hanno abbandonato diversi Stati, sospendendo gli investimenti pubblicitari: North Carolina, Georgia, Iowa, New Jersey, Texas e Nebraska sono stati abbandonati, per concentrare le risorse su Kansas e South Carolina.
A poche settimane dal voto, un ampio studio del Pew Research Center indicava un consenso per Trump sceso al 30%, il valore minimo dei suoi due mandati, con un terzo dei suoi elettori del 2024 non più disposto a sostenerlo.

Tradizionalmente il partito del presidente in carica perde sempre a metà mandato, specie alla Camera. Nelle 11 elezioni di mid-term precedenti, il partito che detiene la presidenza ha perso seggi alla Camera 9 volte; in 5 di queste ha perso la maggioranza di 218 seggi, nelle altre 4 non l’aveva già. Un po’ meglio al Senato: su 11 tornate l’Amministrazione perde seggi 6 volte, nelle altre resta in pari o li aumenta. Solo due volte è accaduto di perdere la maggioranza in entrambe le camere.

Terzo punto: quanto è grave per il Partito Repubblicano (GOP)? In termini elettorali, catastrofica. Non solo per la perdita del Congresso, ma per l’entità dello scarto in percentuale di voti: in Stati in cui Trump aveva vinto con 17 punti percentuali di vantaggio oggi si perde. Improvvisamente, fortini di salda fede repubblicana vengono espugnati l’uno dopo l’altro.
La sconfitta è grave anche per un altro motivo: gli elettori non cambiano più partito. Secondo alcune rilevazioni, nelle due elezioni degli anni Ottanta circa un terzo dei votanti aveva scelto un partito diverso da quello votato due anni prima. Questa percentuale pare essersi dimezzata nei primi anni del nuovo secolo e da Obama in poi è molto più bassa. È un effetto della crescente polarizzazione: se il tuo partito delude, resti a casa, non voti l’altro.
Alle mid-term vota sempre meno gente che alle presidenziali, e la differenza può essere di milioni di elettori. Si osservi quanti, a metà mandato, restino a casa:

Mid-term 2026: anatomia di una sconfitta annunciata

Ciò implica che la diserzione dell’elettorato GOP è stata consistente. I sondaggi di ottobre indicavano una mobilitazione della base democratica superiore del 17% a quella repubblicana: una differenza più ampia di quella registrata nel 2018, quando Trump perse la Camera.

Quarto punto: perché? Che cosa ha determinato questo risultato?
Il fattore di maggiore importanza è la guerra all’Iran. Nel 2025 nessun analista avrebbe potuto nemmeno immaginare un simile scenario. Le conseguenze del conflitto in Medio Oriente (ben diverse da quelle della Guerra dei dodici giorni dell’estate 2025) hanno colpito duramente l’elettorato statunitense, in particolare quello trumpiano.
Secondo diverse ricerche, l’inflazione seguita alla guerra e al blocco dello Stretto di Hormuz ha danneggiato in modo considerevole le famiglie. In una rilevazione del 1° ottobre 2026, l’86% degli intervistati vedeva un nesso fra il peggioramento delle proprie condizioni e il conflitto, che per il 68% non valeva la pena combattere; il 37% dichiarava che sarà determinante per il proprio voto. Già nella primavera 2026 diverse inchieste rilevavano che:

  • il 55% dichiarava che l’aumento della benzina aveva già danneggiato almeno in parte le finanze familiari; fra questi, il 21% parlava di un impatto molto forte (marzo, Reuters/Ipsos);
  • il 40% dichiarava di stare economicamente peggio rispetto all’inizio del secondo mandato di Trump, e il 44% riduceva gli spostamenti in auto per il costo della benzina (inizio maggio, ABC News);
  • il 67% dichiarava che il costo del carburante aveva creato difficoltà economiche alla propria famiglia; molti guidavano meno e quasi la metà modificava i programmi di viaggio (giugno, Gallup).

Si può dire che la guerra abbia eroso il capitale politico di Trump, dissipandone il consenso.
Nelle ultime settimane il presidente ha stretto un accordo con la Russia che le consente di esportare più prodotti energetici, e ha attaccato violentemente Zelensky per aver bombardato le raffinerie russe facendo esplodere il prezzo del carburante (salvo poi dare la colpa agli iraniani…). Era evidentemente un tentativo di alleviare questi fattori, ma troppo tardivo per avere un effetto concreto.
Ci sono stati anche altri fattori. Presumibilmente non ha aiutato il fatto che Trump abbia rivolto al Papa (peraltro americano…) le parole più irrispettose mai pronunciate da un capo di Stato, anche dai più irreligiosi. Per un elettorato conservatore può essere un elemento significativo.
Anche la campagna elettorale è stata descritta come poco efficace: mentre i democratici avevano un messaggio chiaro, Trump ha cambiato molte volte il focus delle sue promesse. La promessa di 5.000 dollari a testa in caso di vittoria non sembra aver avuto effetto. La sua narrazione confusa e inconcludente su quanto accadeva in Iran – ora sbandierando successi e sfracelli in larga parte immaginari, ora annunciando accordi storici di cui i diretti interessati si mostravano all’oscuro – avrà forse suscitato l’ilarità di esperti e commentatori, ma non ha influenzato l’elettorato, presumibilmente alle prese con problemi assai concreti.

Ultimo punto: cosa aspettarsi adesso? Di certo i timori più acuti di una mancata accettazione del risultato non si sono concretizzati: era stata pubblicata la notizia di un Ordine Esecutivo che avrebbe invalidato d’autorità le elezioni, generando un conflitto istituzionale di portata inimmaginabile. Se mai è esistito, quel testo è stato prudentemente sepolto in qualche cassetto, e Trump si è detto disponibile a collaborare con i democratici, preferendo dare la colpa a Fox News, rea di ospitare troppi dem radicali.

I democratici stravincono sul piano elettorale, ma al momento in cui scriviamo appare certo che non otterranno i due terzi al Senato, e sembra difficilissimo che li ottengano alla Camera. Non ci sono quindi i numeri per avviare una procedura per far dimettere Trump, né per superare il veto presidenziale, che il diretto interessato manifesta l’intenzione di usare ampiamente. Non è da escludere che, come detto da alcuni democratici, diversi esponenti del governo vengano messi sotto torchio grazie ai poteri di convocazione e di audizione pubblica, potenzialmente molto incisivi: dichiarazioni mendaci potrebbero innescare ulteriori inchieste e accuse. Sono già state annunciate, in toni piuttosto minacciosi (“procuratevi un avvocato”), indagini sugli affari della famiglia Trump, sui fascicoli Epstein e sulle operazioni dell’ICE, nell’ambito della vigilanza parlamentare. Già nelle settimane scorse si discuteva di una possibile uscita di Pete Hegseth dal Pentagono. I democratici al Congresso hanno minacciato ulteriori blocchi al bilancio militare: se non verrà approvato entro l’11 dicembre, condurre tutte le operazioni, compresa la guerra in Iran, diventerebbe estremamente difficile.

Resta da capire cosa faranno i repubblicani. Sul piano interno si attende un rinnovamento della leadership parlamentare, per sfruttare fino in fondo il periodo che precede l’insediamento dei nuovi membri del Congresso a gennaio; ma si pone anche la necessità di scegliere il candidato per le presidenziali del 2028. Il vicepresidente Vance, che aveva ventilato l’eventualità di non candidarsi, ha attribuito, in un lungo post su X, la sconfitta alla guerra in Iran e ha sottolineato la necessità di rivedere i rapporti con il governo israeliano.
Trump, che ha scelto toni concilianti, rinuncerà ad attaccare di nuovo l’Iran subito dopo le elezioni, come vorrebbe Israele? L’effetto esterno di questa tornata dipenderà da come la leadership statunitense deciderà di affrontare i problemi concreti alla luce dei nuovi equilibri interni. Di certo non bisogna trarre conclusioni troppo deterministiche, né in politica estera né in quella interna: alle mid-term del 2022 i candidati trumpiani perdevano nettamente a favore dei repubblicani più tradizionali, eppure nel 2024 il trumpismo ha vinto in modo molto chiaro. E il 2028 è ancora lontano.

Matteo Bortolon

4/11/2026 https://www.lafionda.org/

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