Come leggere i risultati delle elezioni USA nel quadro della guerra in Ucraina

di Fabrizio Poggi

4 novembre. All’indomani delle elezioni di medio termine USA, che al Congresso hanno dato la maggioranza ai rappresentanti del Partito democratico, i commenti della stampa “perbene” atlantista italiana mostrano una certa cautela. Non si vuol stravincere, beffandosi apertamente dello sconfitto Trum: dopo intere settimane spese a propagandare le virtù delle scelte europeiste, messe in pericolo da un “erratico sventato” che fa accordi con la Russia, oggi pare volersi quasi celare l’entusiasmo per la prospettiva di un parlamento yankee che – ma questo non si dice – farà vedere “i sorci versi” a quello scapestrato. 

Quella stampa “perbene” deve dar conto ai propri lettori europeisti di una reverenza, comunque dovuta, qualunque sia il loro presidente, ai “padri pellegrini” d’oltreoceano, che insegnano democrazia al “mondo civilizzato” e, pur nell’ardore della vittoria, si deve mostrare il bon ton e l’eleganza liberale che non ammette l’aperta umiliazione del perdente. La gioia è quasi irrefrenabile, così come lo erano stati i rimbrotti riservati per settimane a un Trump che si permetteva di osteggiare i “valori europeisti”; ma quella gioia la si contiene. Su La Stampa, l’atlantista Maurizio Molinari parla, oltremodo pacatamente, di «risveglio della democrazia americana», mentre Jacopo Iacoboni si interroga sulla possibile evoluzione della «guerra di Putin all’Ucraina»: insomma, va bene il rispetto per lo sconfitto yankee, ma che quella organizzata, finanziata e fatta proseguire da UE-NATO in Ucraina non sia altro che «la guerra di Putin», va detto. E che diamine. Oltre questo, però, cautela.

Dunque, un certo e prevedibile fair play dei giornali bellicisti di regime. Il “lavoro sporco” lo si lascia a chi non ha problemi di riserbo o di ricercatezza e si rivolge a un pubblico (quando ne ha) che sa apprezzare il discorso diretto. Così, i torquemadisti pannelliani de Linkiesta e, per loro, il radical-gesuitico signor Christian Rocca, possono permettersi di indicare che, nonostante il novello “Attila” Donald Trump, il cosiddetto «mondo libero ha ancora bisogno dell’America. Gli Stati Uniti non sono più il modello illuminato cui guardare per costruire un mondo migliore e oggi ci vuole molto coraggio per essere ottimisti sul paese devastato da Donald Trump, ma bisogna fare di tutto per cercarlo e trovarlo, in modo da restare aggrappati all’idea dell’America come faro di libertà e democrazia e progresso e prosperità»: proprio così, nero su bianco, “faro di libertà”, aggiungendo che anche l’Italia e altri paesi «protetti dagli americani», in un certo modo «hanno contribuito a costruire il cosiddetto mondo libero e pacifico guidato da Washington». Sì, mondo “libero e pacifico” a guida yankee, come possono testimoniare, negli otto decenni trascorsi dal 1945, il milione di comunisti indonesiani massacrati (ci scusiamo per l’incompletezza dell’elenco), i palestinesi decimati sin dal1948, gli iraniani del deposto Mossadeq, i cileni maciullati da Pinochet e, più vicino a noi, gli jugoslavi bombardati dalla NATO, afghani, ucraini. Questo perché, assicurano gli inquisitori de Linkiesta, «il modello di vita occidentale è molto lontano dall’essere perfetto ma, a parte che la perfezione non esiste, avete presente le alternative? Le alternative al modello americano sono l’autoritarismo russo, la dittatura cinese, la teocrazia sciita, il fondamentalismo islamico, per non parlare del nazifascismo e del comunismo». Loro sì che la dicono giusta e per fortuna che c’è ancora chi ci indica a cosa conduca l’antieuropeista e antiliberale “asse del male” che, a guida russo-cinese-iranian-nordcoreana, vorrebbe imporre ai “liberi” popoli dell’Europa “civile” il terrore del comunismo che, giuste le risoluzioni del cosiddetto parlamento europeo del 2009 e 2019, è “peggiore del nazismo”.

Insomma, il Partito repubblicano esce molto ridimensionato al Congresso USA e Donald Trump rischia di dover condurre le proprie politiche a suon di veti, anche se, come nota Irina Rinaeva su Komsomol’skaja Pravda, la politica estera USA è una prerogativa presidenziale e sarà comunque determinata da Trump. Di fatto, però, per quanto riguarda, ad esempio, l’accordo sul diesel con la Russia, per cui Trump ha temporaneamente sospeso le sanzioni contro l’esportazione del carburante russo, ora il Congresso potrebbe approvare una legge speciale per revocare la licenza; Trump potrebbe porre il veto; per ribaltarlo, però, alcuni repubblicani alla Camera dovrebbero passare dalla parte dei democratici, il che è altamente improbabile. Per quanto riguarda l’Ucraina, vari osservatori russi ritengono che la pressione di Trump continuerà, dato che egli è interessato ai colloqui di pace e a indebolire ulteriormente la posizione di Zelenskij, poiché per gli USA i benefici economici della fine del conflitto potrebbero essere significativi. 

D’altronde, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti, è improbabile che il risultato del voto del 3 novembre provochi seri mutamenti nella politica estera di Washington, anche perché Trump ha già promesso di porre il veto su tutte le iniziative democratiche e, soprattutto, perché la politica estera è prerogativa del presidente. Probabile, invece, che si acuisca l’antagonismo tra Casa Bianca, da un lato, e Europa e Ucraina, dall’altro. Trump è ben consapevole di come sia stato perseguitato dai media europei prima delle elezioni. E l’aumento dei prezzi della benzina e del diesel, che tanto irrita gli americani, è dovuto alla decisione di Zelenskij di attaccare le raffinerie russe: si è trattato, dice Nikiforova, di un’interferenza elettorale assolutamente sfacciata e di un chiaro tentativo di fare il gioco dei nemici di Trump. «Sarebbe un errore aspettarsi un miglioramento delle relazioni transatlantiche», afferma il diplomatico tedesco Wolfgang Ischinger; «credo che accadrà esattamente il contrario… se Trump sarà messo sotto pressione con indagini e impeachment, vorrà bilanciare l’influenza interna di un Congresso ostile sul fronte esterno, dove il Congresso è debole». 

In ogni caso, afferma l’analista di Antifashist.com Aleksej Belov, l’Europa esulta: per le attuali élite globaliste europee, l’esito delle elezioni americane è praticamente un regalo. I loro colleghi di Washington ora daranno a Trump così tanti problemi interni che non avrà più tempo per dedicarsi agli affari europei con la stessa energia di prima. Ciò significa che l’Europa avrà un ostacolo in meno nel perseguire i propri obiettivi: continuare il confronto con la Russia e combatterla attraverso gli ucraini; quantomeno, finché ci saranno ancora ucraini. Anche Kiev ne trarrà vantaggio: di recente, Zelenskij ha criticato Trump quasi senza esitazione, e lo ha fatto direttamente anche alla TV americana, collegando i problemi dell’Ucraina e la sua futura sconfitta, alla politica della Casa Bianca. Ora, dice Belov, i Democratici premeranno per un aumento degli aiuti a Kiev; Trump potrà opporsi, porre il veto e provocare scandali, ma sarà sempre più difficile, poiché «qualsiasi tentativo di tagliare i finanziamenti all’Ucraina lo porterebbe immediatamente ad essere accusato di lavorare per Mosca. E Trump ha sempre temuto questa accusa. Ed è proprio qui che risiede uno dei motivi principali della sua sconfitta. Per due anni non ha ancora avuto il coraggio di esprimere chiaramente la propria posizione sul conflitto ucraino. Per tutto questo tempo, abbiamo sentito ripetere più o meno la stessa cosa: troppe persone muoiono, troppi giovani muoiono, la guerra deve finire. Ma se vuoi porre fine alla guerra, sarebbe opportuno decidere prima come esattamente vuoi porvi fine. A quali condizioni? A spese di chi? Cosa si dovrebbe fare con la NATO? Cosa si dovrebbe fare con le sanzioni? Come dovrebbe essere il sistema di sicurezza europeo dopo la guerra?». Nonostante ne avesse avuto tempo e opportunità, Trump non ha mai risposto a queste domande: gli è mancata la risolutezza. E, però, sostiene Belov, la sconfitta di Trump è, in un certo senso, vantaggiosa anche per la Russia. Non perché i Democratici siano improvvisamente diventati amici dei russi, ovviamente, o perché il Congresso perseguirà ora politiche filo-russe. Tutt’altro: il vantaggio è che una lunghissima illusione, coltivata per due anni, comincia a svanire: l’illusione di un accordo con Trump. Molti, in Russia, hanno vissuto con la sensazione che, da qualche parte, a porte chiuse, ci si sarebbe accordati su chi avrebbe consegnato quali miliardi a chi, quali sanzioni sarebbero state revocate, quali territori sarebbero stati riconosciuti, quali aziende sarebbero state riammesse e come sarebbe stata divisa la torta del dopoguerra. La fine di tali illusioni è un vantaggio per la Russia, perché dà delle certezze: si può finalmente smettere di contare su una revoca a breve delle sanzioni, perché ciò non avverrà; si può anche smettere di aspettare che l’Europa rinsavisca e si mostri disposta a negoziare: nemmeno questo avverrà. Di contro, Moskva dovrà ora agire con maggiore decisione sul fronte ucraino, senza attendere che Trump o Witkoff  inventino qualcosa. 

Perché, in definitiva, gli obiettivi UE-NATO rimangono fissi: cercare di congelare il conflitto per preservare l’Ucraina nella sua attuale forma bandero-nazista, come ha detto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, commentando i piani dei “volenterosi” di introdurre truppe in Ucraina, una volta terminato il conflitto.

E il voto USA, osserva Vladimir Skachko su Ukraina.ru, potrebbe rivelarsi il “Giorno X” non solo per gli Stati Uniti, ma anche per l’Ucraina, dove il regime neonazista non nasconde la speranza che Trump, “anatra zoppa” e dipendente dal Congresso, sia incapace di impedire gli aiuti a Kiev nella sua guerra contro la Russia, anche se molto dipenderà dai veti di Trump, come del resto accade già ora. Molto dipenderà anche, afferma Skachko, in contrasto con la visione di Belov, dalla disponibilità di Trump a «cooperare con Moskva e a cercare un cessate il fuoco o una pace duratura basata sugli interessi e sulla sicurezza nazionale della Russia, che è precisamente il motivo per cui la Russia ha dato inizio all’Operazione militare».

In concreto, solo il comportamento di Trump mostrerà quali passi siano per lui tattici sulla questione della guerra e della pace, e quali invece strategici; quali momentanei e opportunistici, e quali siano progettati per una più lunga prospettiva. I trascorsi due anni di presidenza di Trump, scrive Skachko, hanno dimostrato che per lui la tregua è, purtroppo, una tattica: è solo una tregua e non una pace a lungo termine. La prospettiva è invece quella della guerra che, da un lato, indebolisca la Russia e, dall’altro, procuri agli USA dividendi commerciali, economici, materiali e finanziari dal commercio di armi americane nella guerra. Più a lungo durerà la guerra, migliore sarà il commercio e più soldi riceveranno gli USA. Dunque, per affrontare le questioni interne, Trump ha bisogno di una tregua tattica, non solo per evitare di provocare una guerra su vasta scala con la Russia, ma anche per raccogliere i dividendi politici e economici derivanti dalla cooperazione con essa, necessari anche per cercare, in qualche modo, di contentare l’elettorato. In ogni caso, l’obiettivo strategico è costituito dalla guerra con cui, oltre a indebolire la Russia, si mira anche a impoverire l’Europa e a provocare la discordia che Washington intende fomentare tra Russia e Cina, così come tra il Sud del mondo, ovvero la maggioranza globale che auspica un mondo multipolare e che è già organizzata in BRICS, SCO, ecc. In tutti questi scenari, l’Ucraina è uno strumento di guerra, così che per Washington è importante preservarla il più a lungo possibile.

E tutto ciò, come sappiamo da sempre, non dipende da quale “partito” domini al Congresso o esprima il presidente: a comandare è in ogni caso il “partito” del capitale yankee. 

4/11/2026 https://www.lantidiplomatico.it/

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