Il deserto di Trieste
PH: Luca Greco
Quando la violenza delle istituzioni brucia i corpi e imbavaglia la cura
Ci sono luoghi d’Europa che funzionano come specchi ustionanti delle sue contraddizioni. Trieste è uno di questi.
La cronaca di questi giorni restituisce il bilancio drammatico di una tragedia che non aveva nulla di imprevedibile: un incendio devastante è divampato in un magazzino dismesso del Porto Vecchio, trasformato nell’ennesimo rifugio di fortuna per persone senza casa e in transito lungo la rotta balcanica. Due di loro sono rimaste intrappolate e hanno perso la vita.
A rendere ancora più insopportabile questa tragedia è la dinamica in cui si è consumata: il rogo sarebbe divampato mentre si cercava di accendere un fuoco per cucinare un pasto caldo. Si muore, dunque, nel tentativo di soddisfare un bisogno elementare.
Una morte per sopravvivenza, tra le macerie di uno spazio abbandonato, che porta alla luce il volto più brutale di un sistema di esclusione: un’architettura dell’abbandono che finisce per ridurre le persone a presenze indesiderate, corpi da nascondere anziché vite da proteggere.
In quei luoghi ci sono stata. Ho camminato tra le polveri del Porto Vecchio e, già un anno e mezzo fa, la pericolosità e l’insicurezza strutturale di quegli spazi erano evidenti a chiunque avesse voluto guardare.
Le istituzioni non potevano ignorare le condizioni in cui erano costrette a vivere le persone in transito lungo la rotta balcanica. Eppure, la risposta politica non è stata quella di garantire protezione e accoglienza, ma di perseguire la rimozione del problema, affidandosi alla logica del decoro e della cancellazione della visibilità.
Lo sgombero dello storico Silos, anziché essere accompagnato dalla predisposizione di adeguati percorsi di accoglienza, aveva già mostrato questa logica: disperdere le persone, spostarle altrove, senza risolvere le condizioni che le costringevano a vivere in situazioni di estrema precarietà. Il problema non veniva affrontato, ma semplicemente trasferito in altri spazi, sempre più marginali, insicuri e invisibili.
È ciò che l’antropologo Shahram Khosravi ci aiuta a leggere attraverso il concetto di “rifugizzazione”: un processo attraverso il quale determinati spazi vengono trasformati in luoghi di confinamento, segregazione ed esclusione, e le persone che li abitano progressivamente private della propria soggettività.
Non si tratta soltanto di vivere in luoghi degradati o insicuri, ma di essere relegati in spazi nei quali la propria esistenza sembra non meritare riconoscimento, diritti e protezione.
Il Porto Vecchio diventa così qualcosa di più di un luogo abbandonato: è la materializzazione di un processo di disumanizzazione, nel quale l’esclusione dallo spazio coincide con l’esclusione dalla piena appartenenza alla comunità umana.
In quei giorni, camminando tra i cantieri del porto, mi capitava di assistere a cortocircuiti tanto surreali quanto rivelatori: operai pronti a sbarrarmi la strada, richiamando il divieto di accesso all’area, mentre a pochi metri diverse persone si lavavano il viso con l’acqua di un tubo o stendevano i propri vestiti tra le rovine.
È l’immagine concreta di un apartheid urbano e quotidiano. A me, cittadina munita di passaporto e riconoscibilità giuridica, veniva intimato di allontanarmi perché la mia presenza era visibile e, in qualche modo, riconosciuta.
Loro, invece, potevano continuare a vivere in quegli stessi spazi senza che nessuno sembrasse vederli. Una presenza tollerata soltanto finché restava invisibile, un’esistenza cancellata dallo sguardo istituzionale per non doverne riconoscere i diritti.
Quando il controllo non si esercita attraverso la rimozione fisica delle persone, passa attraverso la criminalizzazione di chi se ne prende cura.
La stretta imposta nelle scorse settimane dalla Questura all’associazione Linea d’Ombra, con la richiesta di sospendere per un periodo prestabilito le attività di assistenza e distribuzione di beni di prima necessità, si inserisce in una logica che merita di essere interrogata: la subordinazione della solidarietà alle esigenze dell’ordine pubblico.
Significa pretendere che la solidarietà rispetti le scadenze burocratiche, come se il freddo e la fame avessero un calendario amministrativo. Come se i corpi potessero aspettare la fine di un provvedimento prima di avere bisogno di cure, cibo e riparo. Ma la fame non rispetta le ordinanze, il freddo non si adegua alle disposizioni amministrative e i corpi feriti non possono attendere.
Come ricorda Lorena Fornasir, i piedi feriti delle persone che arrivano sono una sorta di pergamena sulla quale sono impressi i segni di mesi di violenze, respingimenti e attraversamenti. Sono corpi che raccontano ciò che le politiche di frontiera vorrebbero tenere nascosto.
Ostacolare chi li cura significa non soltanto colpire un’esperienza di solidarietà, ma tentare di mettere a tacere una testimonianza scomoda: quella delle conseguenze concrete delle politiche migratorie.
Le due persone morte oggi nel buio di un magazzino in fiamme, mentre cercavano di prepararsi da mangiare, non sono vittime di una fatalità isolata. La loro morte si consuma dentro un contesto di abbandono e precarietà che le istituzioni hanno avuto il dovere di affrontare e che, troppo spesso, hanno scelto di governare attraverso l’espulsione, la dispersione e l’invisibilità.
Una politica che rifiuta di riconoscere la realtà in nome della sicurezza finisce per produrre esattamente ciò che sostiene di voler combattere: marginalità, insicurezza e morte. E mentre si invoca il decoro per liberare gli spazi dalle persone, quegli stessi spazi diventano luoghi in cui le persone possono morire senza che nessuno abbia garantito loro un’alternativa.
La domanda, allora, non è come sia potuto accadere. La domanda è quante altre volte dovrà accadere, quante altre vite dovranno essere spezzate, quanti altri corpi dovranno bruciare o consumarsi nell’indifferenza prima che si decida finalmente di fare qualcosa.
Prima che tutto questo torni a scandalizzarci. Prima che la morte di persone considerate invisibili smetta di essere trattata come una conseguenza collaterale delle politiche di frontiera e venga riconosciuta per ciò che è: il risultato di scelte politiche, omissioni e responsabilità precise.
Perché il vero scandalo non è soltanto che due persone siano morte in un magazzino abbandonato mentre cercavano di cucinare un pasto. È che si sia potuti arrivare a questo. Che il rischio fosse visibile e che, nonostante questo, non sia stato fatto abbastanza per evitarlo. Che, mentre si ostacola chi offre cura, si continui a negare a queste persone persino le condizioni minime per sopravvivere.
E forse è proprio questo il deserto più profondo di Trieste: non quello dei suoi spazi abbandonati, ma quello di una coscienza istituzionale e collettiva che sembra essersi abituata a considerare alcune vite sacrificabili.
- Sono ricercatrice indipendente, laureata in diritti umani a Padova con una tesi sperimentale sulla condizione dei migranti forzati lungo la rotta balcanica: ho partecipato a iniziative di supporto ai migranti in Grecia e in Libano con Operazione Colomba. Sono responsabile sanitaria in un programma di accoglienza straordinaria e attiva nella Clinica Popolare di Padova “Azadì ↩︎
Caterina Civico
4/11/2026 https://www.meltingpot.org/










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