Torino, multe fino a 12mila euro contro chi manifesta: la repressione diventa economica
Una trentina di sanzioni da marzo. Movimenti, studenti e attivisti denunciano le restrizioni della Questura e organizzano una risposta legale collettiva.
A Torino la repressione del dissenso passa anche attraverso le sanzioni amministrative. Non soltanto cariche, identificazioni, fermi e divieti di accesso alle piazze, ma multe che possono raggiungere i 12mila euro per chi viene ritenuto responsabile dell’organizzazione di manifestazioni o della violazione delle prescrizioni imposte dalla Questura. Un sistema che rischia di trasformare l’esercizio di un diritto costituzionale in un’attività economicamente pericolosa, soprattutto per studenti, giovani precari e persone che non dispongono delle risorse necessarie per affrontare sanzioni di migliaia di euro.
A denunciare questa situazione sono numerose realtà sociali, studentesche, sindacali e politiche torinesi, che hanno convocato per martedì 10 novembre, alle ore 11, una conferenza stampa davanti alla sede Rai di via Verdi 14, per rendere pubblica la dimensione del fenomeno e annunciare una risposta collettiva. Dal mese di marzo a oggi nella sola Torino sarebbero state emesse circa trenta sanzioni amministrative nei confronti di persone appartenenti a differenti movimenti cittadini.
Tra le realtà coinvolte figurano Coordinamento Torino per Gaza, Extinction Rebellion, Non Una di Meno, Fridays for Future, Partito dei Carc, Askatasuna, Cua, Ksa, Oltre, Mamme in piazza per la libertà di dissenso, Movimento No Tav e Potere al Popolo. Si tratta di organizzazioni impegnate su questioni differenti, dalla solidarietà con la Palestina alla giustizia climatica, dalle lotte studentesche a quelle contro la violenza patriarcale, fino alla difesa del territorio e alle mobilitazioni sociali. A unirle è il ricorso sempre più frequente alle sanzioni economiche come strumento di controllo delle manifestazioni.
La contestazione riguarda anche le continue prescrizioni della Questura sui percorsi dei cortei con la progressiva limitazione della possibilità di attraversare le strade e le piazze del centro cittadino, proprio dove si trovano le sedi delle istituzioni alle quali molte proteste intendono rivolgersi. Quando una manifestazione viene allontanata dai luoghi del potere politico e amministrativo, non viene modificato soltanto il suo percorso: viene ridotta anche la possibilità di rendere visibili le proprie rivendicazioni e di rivolgerle direttamente ai destinatari della protesta.
Alle sanzioni emesse a Torino si stanno inoltre aggiungendo decine di verbali relativi a quanto accaduto il 25 luglio 2026 presso la stazione di Bruzolo, in Val di Susa, durante il Festival Alta Felicità, quando militanti e solidali No Tav furono trattenuti dalle forze dell’ordine. Una vicenda che, insieme alle contestazioni riguardanti i cortei cittadini, viene indicata come parte di un medesimo indirizzo repressivo.
Il punto centrale riguarda l’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, modificato dalla legge 54/2026, di conversione del decreto-legge 23/2026. La nuova disciplina ha trasformato la violazione dell’obbligo di preavviso delle manifestazioni da reato a illecito amministrativo, introducendo sanzioni pecuniarie. Analoghe modifiche hanno riguardato la violazione dei divieti e delle prescrizioni del Questore, con ulteriori conseguenze economiche per determinate condotte durante le manifestazioni.
La distinzione è fondamentale. In Italia manifestare non richiede un’autorizzazione preventiva. L’articolo 17 della Costituzione riconosce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi e prevede, per le riunioni in luogo pubblico, un obbligo di preavviso alle autorità. L’articolo 18 del Tulps stabilisce che tale comunicazione debba avvenire almeno tre giorni prima. Il preavviso, tuttavia, non equivale alla richiesta di un permesso: il diritto di manifestare non viene concesso dalla Questura, ma riconosciuto dalla Costituzione.
È proprio questa distinzione che rischia di essere progressivamente cancellata dalle nuove pratiche di gestione dell’ordine pubblico. Attraverso prescrizioni sempre più restrittive e sanzioni economiche elevate, l’esercizio del diritto di protesta viene subordinato a condizioni che possono scoraggiare la partecipazione. La sostituzione della sanzione penale con quella amministrativa, presentata formalmente come depenalizzazione, non comporta necessariamente una diminuzione della pressione repressiva. Per chi dispone di risorse economiche limitate, una multa di migliaia di euro può rappresentare una minaccia concreta alla propria condizione materiale.
Il problema assume una dimensione ancora più evidente nel contesto sociale attuale. Il carovita, la precarietà del lavoro, l’aumento delle spese quotidiane, le politiche di riarmo e la crisi climatica costituiscono alcune delle ragioni che spingono studenti, lavoratori e movimenti a mobilitarsi. Colpire economicamente chi manifesta significa intervenire proprio sulle risorse già ridotte di quelle persone che scendono in piazza per contestare il peggioramento delle proprie condizioni di vita. La sanzione non produce soltanto una conseguenza individuale, ma può esercitare un effetto intimidatorio sull’intera partecipazione collettiva.
Misure direttamente collegati ai decreti sicurezza del governo Meloni e alle mobilitazioni degli ultimi mesi, dal movimento Blocchiamo tutto alle proteste contro guerra e carovita, dalle iniziative sindacali alle manifestazioni femministe e ambientaliste. La loro denuncia riguarda un sistema nel quale la gestione amministrativa dell’ordine pubblico rischia di diventare uno strumento per limitare l’agibilità politica di organizzazioni e movimenti.
La risposta annunciata non si limita alla contestazione delle singole multe. Le realtà torinesi hanno deciso di organizzare una resistenza legale collettiva, attraverso un’assemblea che coordini la difesa delle persone sanzionate e promuova iniziative politiche e giuridiche contro le recenti normative sulla sicurezza. L’obiettivo dichiarato è arrivare a una pronuncia di incostituzionalità delle disposizioni contestate, portando la questione dal piano dei singoli procedimenti a quello della tutela generale delle libertà costituzionali.
Alla conferenza stampa del 10 novembre interverranno la costituzionalista Alessandra Algostino, Ilaria Masinara di Amnesty International Italia, l’ex magistrato Livio Pepino, gli avvocati Gianluca Vitale della Rete di Resistenza Legale e Roberto Capra, già presidente della Camera penale di Torino, insieme a rappresentanti del Movimento No Tav e delle persone multate a Bologna. Sarà dunque anche un’occasione per mettere a confronto le esperienze di differenti città e discutere le possibili iniziative di tutela.
La vicenda torinese pone una questione precisa: quali conseguenze produce una normativa che consente di colpire economicamente chi esercita il diritto di manifestare? La risposta non può essere affidata soltanto al numero delle sanzioni o al loro importo. Occorre considerare anche ciò che accade prima di una manifestazione, quando uno studente o un lavoratore deve mettere in conto la possibilità di ricevere una multa che non sarebbe in grado di pagare.
È su questo terreno che si misurerà anche la risposta annunciata dai movimenti torinesi. Non soltanto contestare i verbali già ricevuti, ma impedire che il rischio economico diventi una condizione ordinaria della partecipazione politica. La scelta di costruire una difesa legale comune indica la volontà di affrontare collettivamente provvedimenti che, se lasciati alla gestione individuale, possono isolare e indebolire le persone colpite.
La conferenza stampa del 10 novembre sarà quindi il primo momento pubblico di una vertenza che riguarda molto più delle multe già emesse: riguarda la possibilità di continuare a organizzare manifestazioni senza che ogni corteo si trasformi in una potenziale esposizione debitoria per chi vi partecipa.
Conferenza stampa: martedì 10 novembre 2026, ore 11, davanti alla sede Rai, via Verdi 14, Torino. In caso di maltempo, l’iniziativa si svolgerà presso il Centro Studi Sereno Regis, in via Garibaldi 13.










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