Sneaker, stigma e povertà: cosa raccontano le vetrine sfondate di Milano

Il 12,5% dei minori in Italia è in povertà assoluta. Tre sociologi leggono i saccheggi tra marchi, stigma e «consumatori difettosi»

Lunedì 19 ottobre, centro di Milano. Le boutique di Hermès e Chanel restano chiuse per paura di altri saccheggi. A pochi passi il centrodestra milanese organizza un presidio. Su uno striscione c’è scritto «Vi remigreremo tutti». Un altro chiede pene esemplari per “maranza” e centri sociali.

Due immagini di quel lunedì che raccontano da un lato la paura di chi vende il lusso e dall’altro la risposta politica a quello che era successo nei giorni precedenti. In mezzo manca qualcosa: chi erano davvero le ragazze e i ragazzi scesi in piazza, che cosa hanno preso dai negozi e perché.

I saccheggi di Milano hanno colpito soprattutto sneaker e sportwear

Sabato 17 ottobre in tredici città italiane si manifestava contro il carovita. I cortei, nati sui social, chiedevano più investimenti nella scuola, affitti sostenibili, lo stop al riarmo. Lo stesso giorno, in Francia, si scendeva in piazza contro la vie chère. A Milano alcune vetrine sono state sfondate e svuotate. Sono uscite sneaker, tute, felpe, sportswear. I marchi colpiti non sono quelli dell’alta moda ma quelli più accessibili, che la stampa identifica come “look da maranza”.

Per Piergiorgio Degli Esposti, sociologo dei consumi dell’università di Bologna, quella scelta non è casuale: «La sneaker è il lusso a portata di sguardo. La vedi ogni giorno ai piedi di chi ammiri, ma il prezzo la tiene a distanza». Una scarpa che porta con sé una storia di riscatto. Nasce come segno identitario nell’hip hop delle periferie newyorkesi degli anni Settanta e diventa icona con le Air Jordan, a metà degli anni Ottanta. Poi quel patrimonio culturale è stato assorbito dalle multinazionali della moda. Scarpe che un tempo chiunque poteva permettersi, oggi nelle edizioni più ambite arrivano a costare 250-500 euro. «È il consumo vistoso di Veblen rovesciato: il logo viene “risignificato” dal basso, poi riassorbito dal lusso e rivenduto a un prezzo che esclude proprio chi lo aveva reso desiderabile».

Nello Barile, che insegna sociologia della moda e dei media all’università Iulm di Milano, aggiunge un tassello. Le griffe non sono affatto estranee a questo immaginario. Negli ultimi decenni hanno cooptato gli stili di strada, da Gucci a Balenciaga. Tornano di continuo nei testi della trap, la colonna sonora della vita quotidiana di queste ragazze e di questi ragazzi. Inseguono la Gen Z anche con collaborazioni improbabili, come quella tra Fendi e Fila.

Il logo diventa più di un logo. «In assenza di garanzie di integrazione economica, lavorativa o abitativa, il marchio diventa una vera e propria protesi identitaria». Con un paradosso che Barile legge attraverso il “doppio legame” dell’antropologo Gregory Bateson: queste ragazze e questi ragazzi nutrono una passione sfrenata per i prodotti di un sistema che produce la loro stessa emarginazione.

È un nodo che le vetrine rotte rendono visibile. «Se il black bloc un tempo distruggeva le vetrine per far passare l’aria nuova dei movimenti no global, che rinnegavano il potere seduttivo dei marchi globali nel tentativo di liberare i giovani consumatori dal doppio legame con il capitalismo globale, oggi le vetrine vengono rotte per rendere possibile il saccheggio fisico dei prodotti». Il nuovo feticismo, spiega Barile, è phygital: tiene insieme l’interazione digitale e l’esibizione virtuale con il possesso fisico.

La sneaker come divisa e come stigma per una generazione esclusa

Quello che abbiamo visto succedere nei giorni scorsi non è nuovo. Nell’agosto 2011, dopo le rivolte di Londra, Zygmunt Bauman scrisse che si trattava di rivolte di “consumatori difettosi e squalificati”: persone a cui la società chiede di definirsi attraverso ciò che comprano, e a cui nega i mezzi per farlo. Per Degli Esposti le radici sono ancora più lunghe, da Los Angeles nel 1992 alle banlieue francesi. «Da oltre trent’anni la rabbia di una parte delle nuove generazioni arriva fino alle vetrine, e da oltre trent’anni si preferisce non chiedersi da dove nasca. Nessuna rabbia rende legittima la violenza, e nessuna analisi serve a giustificarla. Serve a capire, perché se la risposta resta solo l’ordine pubblico avremo punito il gesto lasciando intatto il problema».

Resta un fatto: la sneaker è oggi l’oggetto con cui una generazione dice chi è. Una divisa. E quando la divisa costa più di quanto la tua famiglia può spendere, sei fuori. A seconda di chi la indossa, quella divisa cambia significato. Un meccanismo che la moda conosce e alimenta. La stessa tuta, le stesse sneaker, addosso a uno studente di un liceo del centro sono streetwear. Addosso a un ragazzo di Gratosoglio diventano un indizio. Lo stigma non giudica l’oggetto, ma chi lo porta. E quando l’oggetto è anche l’unico modo che hai per sentirti parte di qualcosa, lo stigma ti colpisce due volte: perché non puoi permettertelo, e perché quando ce l’hai addosso ti rende sospetto.

Degli Esposti ricorda come negli anni Ottanta i paninari vivessero di marchi, dal Moncler alle Timberland, e la loro devozione al logo veniva raccontata come costume, quasi folklore. «Ai maranza la stessa ostentazione costa il sospetto: cambiano la classe sociale e, spesso, il colore della pelle». Lo stigma, dice, non colpisce chi consuma poco, ma chi consuma nel modo considerato sbagliato. Con conseguenze concrete: chi viene visto come pericoloso per la tuta che indossa viene respinto all’ingresso di un locale, seguito in un negozio, fermato per strada.

E Bauman, quindici anni dopo? «Regge ancora, anzi la sua diagnosi si è aggravata». Il consumatore difettoso, oggi, non è solo chi non può comprare. È chi resta fuori dal drop, dal feed e da un futuro che si possa pianificare. Con il modello del drop, spiega Degli Esposti, la scarsità è costruita: edizioni limitate, lotterie via app, rivendita a prezzi moltiplicati. L’esclusione è progettata dentro il prodotto. E il consumo deve essere visto, filmato, postato: «Il difetto oggi non è solo non poter comprare, ma non poter mostrare».

La povertà assoluta in Italia colpisce soprattutto minori e giovani

Due giorni prima delle piazze, il 15 ottobre, l’Istat aveva pubblicato il rapporto sulla povertà in Italia nel 2025. Ne emerge che la povertà assoluta, in Italia, ha un’età: riguarda il 12,5% dei minori e il 12,1% di chi ha tra 18 e 34 anni. Tra chi ha più di 65 anni si ferma al 6,1%. E ha un indirizzo: tra le famiglie con figli minorenni, quelle composte solo da cittadini stranieri sono in povertà assoluta nel 31,4% dei casi. Quelle composte solo da italiani nel 7,8%. Quattro volte tanto. E la povertà delle famiglie con minori è più alta proprio nei grandi centri metropolitani, come Milano.

Le ragazze e i ragazzi che sabato e domenica hanno sfondato le vetrine di Foot Locker e Decathlon appartengono, in buona parte, esattamente a queste famiglie. E sono pochi: in un Paese che invecchia, ricorda Degli Esposti, la Gen Z è una minoranza demografica ed elettorale. In Italia, le politiche per le nuove generazioni sono rimaste marginali per almeno vent’anni. A livello globale, invece, è la generazione più numerosa, e i suoi codici estetici, culturali e di consumo viaggiano sulle stesse piattaforme da Milano a Parigi. Per questo quello che è successo a Milano somiglia tanto a quello che è successo in Francia nelle stesse ore.

La risposta ai saccheggi: militari, fermi e legge “anti-maranza”

La risposta politica è arrivata rapidamente. Ed è stata quasi interamente una risposta di ordine pubblico. Il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini ha proposto che a pagare i danni causati dai minorenni di seconda generazione siano i genitori. Poi 500 militari a Milano e 3mila in tutta Italia, e fermi preventivi per chi annuncia disordini sui social. La Lega ha chiesto di accelerare la sua proposta di legge “anti-maranza”. E lo striscione sulla remigrazione, in piazza, a pochi metri dal Duomo.

Non è una novità nemmeno questa. Dopo gli scontri del novembre 2024, lo stesso Salvini definiva le “seconde generazioni non integrate” un’emergenza nazionale. Nessun accenno alle case popolari del quartiere, di proprietà della Regione, lasciate al degrado. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nel 2024 sosteneva che l’integrazione non si esaurisce nel rilascio di un permesso di soggiorno. È vero. Ma allora di che cosa è fatta? Di scuole che funzionano, di case che si possono pagare, di lavori che permettono una vita dignitosa. Esattamente le cose che chiedevano i cortei di sabato. E che nessuna risposta politica a quanto successo ha preso in considerazione.

La parola “maranza” e il panico morale descritto da Stanley Cohen

“Maranza” è una parola comoda. Nata come etichetta per un modo di vestire (la tuta, le sneaker, certi marchi), è diventata il nome di un problema di sicurezza nazionale. Funziona perché sposta l’attenzione: dalla povertà all’integrazione, dalla classe all’origine, dalle politiche sociali alla polizia. La parola stessa non è neutra. Secondo l’Accademia della Crusca, ricorda Degli Esposti, l’etimologia è incerta, con una possibile sovrapposizione con “Marocco”. Nata alla fine degli anni Ottanta per indicare il tamarro da discoteca, oggi indica soprattutto giovani di seconda generazione di origine nordafricana.

Barile riconosce nel “maranza” un meccanismo descritto negli anni Settanta dal sociologo britannico Stanley Cohen: il panico morale, e la costruzione di un “demone popolare”. Quando una società percepisce una minaccia ai propri valori o al proprio ordine simbolico, i media e gli “imprenditori morali” – politici, magistrati, giornalisti – avviano una spirale che amplifica la devianza. L’abito smette di essere un indumento e diventa un segnale di pericolo. La differenza, dice Barile, è che allora il processo lo governava la stampa locale. Oggi lo governano i social.

Che cosa nasconde, questo panico? Per Barile funziona come una «magia senza mago»: sposta l’attenzione dalle cause strutturali del disagio alla condanna morale dei comportamenti individuali. «Il panico morale trasforma una tragedia sociale strutturale (la povertà e l’emarginazione giovanile) in una colpa culturale e stilistica», e giustifica repressione e tolleranza zero proprio verso chi è più vulnerabile.

Le piattaforme dell’usato tra merce rubata e desiderio di marca

C’è poi un dettaglio che riguarda da vicino chi segue Prêt-à-changer. In Francia la ministra per il Digitale ha convocato Vinted, Amazon, eBay, Leboncoin, Meta e TikTok, chiedendo di rimuovere gli annunci di merce presumibilmente rubata. Le piattaforme dell’usato ci vengono raccontate come la faccia sostenibile della moda e sono, allo stesso tempo, il mercato dove il desiderio di marca trova uno sbocco a prezzo più basso, per chi compra e per chi vende. Lo abbiamo già raccontato su Valori: il boom dell’usato non riduce i consumi complessivi. Spesso li accompagna, e a volte li giustifica.

Per Barile le piattaforme dell’usato, invece di frenare gli acquisti, svolgono due funzioni. Permettono a chi ha poche risorse di arrivare a capi e sneaker altrimenti inaccessibili: «L’usato non svaluta il feticcio della marca, ma ne estende la vita sociale». E di rivendere i propri vestiti diventa un modo per fare cassa in fretta e comprarne di nuovi, accelerando la rotazione delle merci invece di ridurla. Il racconto della moda circolare, conclude, offre a tutto questo «una copertura etica che assolve il consumatore dal senso di colpa legato allo spreco».

L’autoriduzione francese e la differenza con i saccheggi di oggi

In Francia esiste da decenni un’altra pratica, l’autoréduction. Si entra in un supermercato in gruppo, si riempiono i carrelli di beni essenziali, si blocca la cassa e si negozia. Poi si redistribuisce. In Italia lo chiamavamo esproprio, o spesa proletaria. Un’azione collettiva, rivendicata, su beni di prima necessità, con un obiettivo politico dichiarato. Oggi siamo di fronte a gesti individuali – una felpa o un paio di scarpe a testa – e nessuno che li rivendichi. 

Per Francesca Forno, sociologa dell’università di Trento che da anni studia il consumo critico e i movimenti, la distinzione «non è meramente metodologica, ma investe il senso politico dell’azione». Il bisogno da cui nascono un saccheggio di sneaker e un’autoriduzione può essere lo stesso: il senso di esclusione, l’impossibilità di raggiungere il tenore di vita di un coetaneo con un altro background familiare.

«Il consumo», sottolinea Forno, «è sempre politico, anche quando non ha questa ambizione esplicita», perché sottrae risorse e produce scarti. Il problema è una gerarchia implicita: la legittimità del consumo critico è riservata a chi può permetterselo, mentre il consumo di chi è escluso viene stigmatizzato come «mero bisogno» o «devianza».

«È la materialità della vita quotidiana che riemerge con forza in queste proteste: un momento importante, ma che va colto e orientato, va dotato di senso, di un senso collettivo, emancipatorio, democratico». Redistribuire, però, non basta. Bisogna chiedersi in che società vogliamo vivere, che cosa vogliamo produrre e consumare. E «spostare l’attenzione dalla politica della scelta del consumatore alla politica della capacità di scegliere».

Il lavoro povero dietro le vetrine sfondate dei negozi di Milano

Non c’è niente da romanticizzare in una vetrina sfondata. Chi era dentro quei negozi ha avuto paura. Commesse e commessi che, in genere, lavorano con contratti da fame. Chi lavora in un negozio di abbigliamento con un part-time da 24-30 ore porta a casa, secondo le stime, tra 900 e 1.100 euro netti al mese. Lavoratrici e lavoratori poveri, spesso non molto più grandi di chi quelle vetrine le ha sfondate.

Un Paese in cui la fascia più povera è quella dei minorenni ha visto i suoi figli più poveri prendere le scarpe che non possono comprare. Ha risposto con i militari, i danni fatti pagare ai genitori e uno striscione sulla remigrazione. Le richieste dei cortei, scuola, affitti, stop al riarmo, sono rimaste inascoltate.

Bauman scriveva che le disuguaglianze non producono rivoluzioni, ma campi minati. Finché la dignità passerà soprattutto dalla cassa, dice Degli Esposti, quel campo minato resterà lì. «La domanda vera è quali altri canali di riconoscimento, oltre al consumo, siamo in grado di offrire a una generazione che chiede casa, salari dignitosi, attenzione al clima, un futuro».

La rabbia c’è. Manca chi la voglia ascoltare.

Claudia Vago

5/11/2026 https://valori.it/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *