Il marketing delle riviste medico-scientifiche sta danneggiando la scienza

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Frodi nella ricerca scientifica

In questo mese hanno fatto discutere le frodi nella ricerca scientifica basate da parte del Ministro Schillaci, episodio simile a quello del suo collega il neuroscienziato Marc Tessier, rettore dell’Università di Standford che si è dimesso dall’incarico in seguito allo scandalo a luglio di quest’anno. Pubpeer, la piattaforma web americana che denuncia gli imbrogli nella ricerca e le documentazioni scientifiche taroccate (https://pubpeer.com), ha dichiarato che “le manipolazioni effettuate da illustri ricercatori italiani per poter pubblicare lavori su importanti riviste scientifiche sono non l’eccezione, ma la norma”. Perché questo? Il motivo sta nelle condizioni precarie di molti giovani ricercatori e nella manipolazione intenzionale di dati scientifici per questioni legati a conflitti d’interesse e business. Il primo è un motivo legato o alla sopravvivenza o al bisogno di finanziamenti pubblici, il secondo dato dal profitto privato che declassa l’interesse pubblico. Le manipolazioni delle ricerche scientifiche servono a pubblicare e le pubblicazioni servono ad aumentare il “valore” scientifico degli autori, misurato da un parametro che si chiama H-index: una strategia spesso messa in atto dai ricercatori precari – che non hanno alcuna colpa a riguardo in quanto sottomessi al dogma publish or perish – per ottenere fondi per nuove ricerche, per esempio da parte dell’Airc, ma anche dei Ministeri della Salute e della Ricerca. Eppure questi non sono i soli fattori da cui nasce una frode, ma spesso è proprio la stessa rivista medico-scientifica ad essere un problema. Nel 2006, Il Comitato Nazionale di Bioetica aveva redatto un ottimo documento dal titolo “Conflitto d’interesse nella ricerca biomedica e nella pratica clinica” in cui già descriveva i casi di manipolazione scientifica intenzionale e di frode come fattori sistemici, constava che le riviste scientifiche non pubblicano articoli con dati negativi perché di scarso interesse scientifico o commerciale; che l’industria condiziona, attraverso la pubblicità, le maggiori riviste mediche, i cui referees spesso hanno rapporti di dipendenza economica dalle aziende; e i medici che redigono le rassegne o le linee-guida sovente non sono davvero indipendenti dalle industrie. Spesso il problema è a monte: il legame tra industria farmaceutica e rivista medica.

Le riviste mediche come braccio commerciale delle compagnie farmaceutiche.

Le riviste si sono abbassate a svolgere operazioni di riciclaggio delle informazioni per conto dell’industria farmaceutica, ha scritto Richard Horton, redattore di Lancet, nel marzo 2004.

Nello stesso anno, Marcia Angell, in precedenza giornalista del New England Journal of Medicine, ha accusato senza mezzi termini l’industria di essere ormai prima di tutto una macchina commerciale e di cooptare qualsiasi istituzione che potrebbe frapporsi sulla sua strada.
Jerry Kassirer, un altro che aveva scritto in precedenza per il New England Journal of Medicine, ritiene che l’industria farmaceutica abbia fatto perdere la bussola della moralità a molti medici.

Nel libro, “Attenti alle Bufale”, edito da Il Pensiero Scientifico Editore nell’ottobre 2005, l’autore Tom Jefferson scriveva: “Da un po’ di tempo, chi lavora alla sintesi delle prove scientifiche si è reso conto, fatti alla mano, che la stragrande maggioranza di ciò che si legge e si dice nella scienza biomedica è di dubbia qualità”.

Nell’ottobre 2005, lo scienziato e dentista norvegese Jon Sudboe, primario al Radiumhospitalet e docente Facoltà di medicina dell’Università di Oslo, pubblicò un suo studio su The Lancet che mostrava clamorosi risultati nella lotta al cancro orale. Peccato che fosse una clamorosa truffa. Era tutto falso e inventato, dai profili dei pazienti alle conclusioni, e seguirono le sue dimissioni. A dicembre 2005, un caso simile è successo in Corea del Sud, dove lo scienziato Hwang Wu Suk prima di Natale lasciò il suo incarico di professore all’Università Nazionale di Seul, dopo che un’indagine ha svelato che i risultati delle sue ricerche sulle cellule staminali erano falsi.

Il 14 ottobre 2006 dalle pagine del New Scientist si legge: “Il denaro parla, ed i dollari dell’industria farmaceutica parlano chiaro e forte attraverso le pagine delle riviste mediche”. Questa è la conclusione di Peter Genzsche e del suo team del Nordic Cochrane Centre di Copenhagen, Danimarca, i quali misero a confronto revisioni di studi farmacologici finanziate da aziende farmaceutiche con revisioni analoghe prive del sostegno finanziario dell’industria del settore. Gli studi condotti senza i finanziamenti dell’industria hanno raggiunto conclusioni simili a quelle delle revisioni sistematiche contenute nel database online del Cochrane, riconosciuto come lo standard aureo per le analisi dì questo genere. Ad ogni modo, gli studi appoggiati dalle aziende farmaceutiche tendenzialmente raccomandavano senza riserve i farmaci sperimentali, anche se l’effetto stimato del trattamento era mediamente simile a quello riportalo nelle revisioni del Cochrane. Genzsche affermava che alcune delle revisioni finanziate dall’industria erano anche falsate nel metodo, in quanto prendevano in considerazione unicamente studi contenuti nel database dell’azienda stessa.

“Le riviste di medicina costituiscono un estensione del braccio del marketing delle compagnie farmaceutiche” – era ciò che sosteneva Richard Smith, ex curatore del British Medical Journal e ora direttore generale di UnitedHealth Europe, in un provocatorio editoriale pubblicato sulla rivista “PLoS Medicine”. L’esempio più evidente della dipendenza delle riviste mediche dall’industria farmaceutica è la quantità di denaro che ricevono dalle pubblicità di farmaci, ma secondo Smith si tratterebbe della “forma meno corrotta di dipendenza”, in quanto le inserzioni “possono essere viste e criticate da tutti”. Il problema maggiore, invece, è quello della pubblicazione di trail clinici finanziati dall’industria: “Per una compagnia farmaceutica – spiegava Smith – uno studio favorevole vale più di migliaia di pagine di inserzioni pubblicitarie. Ecco perchè le aziende spendono a volte milioni di dollari per ristampare e diffondere in tutto il mondo i risultati delle ricerche”. A differenza delle pubblicità, l’affidabilità degli studi viene percepita dai lettori in maniera più positiva e “fortunatamente per le compagnie farmaceutiche che hanno finanziato questi studi, ma non altrettanto per la credibilità delle riviste che li pubblicano, i trial raramente producono risultati sfavorevoli per i prodotti della compagnia stessa”.
Citando esempi da 86 diversi studi, Smith dimostrava che i risultati dei trial sono influenzati da chi li finanzia.

Industrie farmaceutiche e la “gestione fantasma” della letteratura medica

Uno studio pubblicato sul “Proceedings of the National Academy of Sciences” più di un decennio fa, prendeva di mira la gestione fantasma delle compagnie farmaceutiche delle riviste mediche. Secondo il filosofo della scienza Sergio Sismondo della Queen’s University di Kingston, in Canada, oltre a controllare, e spesso a “manipolare” il lavoro di ricerca e le analisi sui medicinali, le multinazionali del farmaco sono colpevoli di influenzare con vari mezzi il lavoro di comunicazione e diffusione delle informazioni che segue la conclusione dei trial clinici. Sismondo è giunto a queste conclusioni passando in rassegna studi sui farmaci antidepressivi a base di sertralina pubblicati fra il 1998 ed il 2000, rilevando che il 18-40% di essi era “manovrato” dalle aziende produttrici. Sismondo era convinto che gli articoli pubblicati sulle riviste scientifiche venissero “invisibilmente” manipolati, in modo da trasmettere prima di tutto un senso di indipendenza e credibilità al testo: i nomi degli “insospettabili” autori delle ricerche, ad esempio, vengono astutamente riportati in cima agli articoli. Secondo l’esperto le industrie spesso assoldano agenzie di comunicazione specializzate per studiare quale sia il miglior messaggio e come farlo arrivare ai lettori. Questo “comportamento”, sottolinea l’esperto, influenza l’opinione pubblica ed in particolare i pazienti.
Il sospetto è che i ricercatori stessi, “motore” delle sperimentazioni sui farmaci e loro malgrado coinvolti in questo sistema, non abbiano una reale idea di come i loro lavori vengano utilizzati a fini non onesti.

L’attacco del Premio Nobel contro il marketing delle riviste scientifiche

Nel 2013, The Guardian pubblicava un articolo del Premio Nobel per la Medicina 2013 Randy Scherkman dal titolo “Come Nature, Cell e Science stanno danneggiando la scienza”. Lo scienziato parlava di incentivi inappropriati che accompagnano la pubblicazione su riviste prestigiose, principalmente Nature, Cell e Science. “Le strutture prevalenti di reputazione personale e avanzamento di carriera fanno sì che le ricompense più grandi spesso seguano il lavoro più appariscente, non il migliore. Quelli di noi che seguono questi incentivi sono del tutto razionali – li ho seguiti io stesso – ma non sempre serviamo al meglio gli interessi della nostra professione, per non parlare di quelli dell’umanità e della società” – afferma lo scienziato.

Queste riviste di lusso dovrebbero essere l’emblema della qualità, pubblicando solo le migliori ricerche. Poiché i comitati per i finanziamenti e le nomine spesso utilizzano il luogo di pubblicazione come indicatore della qualità della scienza, la comparsa in questi titoli spesso porta a borse di studio e cattedre. Ma la reputazione delle grandi riviste è giustificata solo in parte. Sebbene pubblichino molti articoli eccezionali, queste riviste “curano in modo aggressivo i propri marchi, in modi più favorevoli alla vendita di abbonamenti che allo stimolo della ricerca più importante. Come gli stilisti che creano borse o abiti in edizione limitata, sanno che la scarsità alimenta la domanda, quindi limitano artificialmente il numero di documenti che accettano. I marchi esclusivi vengono poi commercializzati con un espediente chiamato “fattore di impatto” – un punteggio per ciascuna rivista, che misura il numero di volte in cui i suoi articoli vengono citati dalle ricerche successive. Gli articoli migliori, secondo la teoria, vengono citati più spesso, quindi le riviste migliori vantano punteggi più alti. Eppure si tratta di una misura profondamente sbagliata, il cui perseguimento è diventato fine a se stesso – ed è altrettanto dannoso per la scienza” –scriveva Scherkman.

È infatti assai comune che la ricerca venga giudicata in base al “fattore di impatto” della rivista che la pubblica, senza mai dare un indicatore della qualità di ogni singolo pezzo di ricerca. Un articolo può diventare molto citato, quindi gli “editori di lusso” accettano articoli che faranno scalpore perché fanno affermazioni stimolanti o trattano di argomenti che l’opinione pubblica vuole sentirsi dire. Ciò influenza la scienza che fanno gli scienziati, costruisce bolle in campi alla moda in cui i ricercatori possono fare le affermazioni audaci che queste riviste vogliono, scoraggiando al contempo altri lavori importanti.

In casi estremi, il richiamo del giornale di lusso può incoraggiare scorciatoie e contribuire al crescente numero di articoli che vengono ritirati come difettosi o fraudolenti. Solo la scienza ha recentemente ritirato documenti di alto profilo che riportavano embrioni umani clonati, collegamenti tra rifiuti e violenza e profili genetici di centenari. Forse peggio, non ha ritrattato l’affermazione secondo cui un microbo è in grado di utilizzare l’arsenico nel suo DNA invece del fosforo, nonostante le schiaccianti critiche scientifiche.
I finanziatori e le università dovrebbero dire ai comitati che decidono su sovvenzioni e posizioni di “non giudicare i documenti in base a dove vengono pubblicati. Ciò che conta è la qualità della scienza, non il marchio della rivista. La cosa più importante è che noi scienziati dobbiamo agire” – scriveva Scherkman, sottolineando che, esattamente come Wall Street deve spezzare la presa della “cultura dei bonus”, che spinge ad un’assunzione di rischi razionale per gli individui ma dannosa per il sistema finanziario, così la scienza deve spezzare la tirannia dei giornali di lusso. Abbandonare la spinta delle pubblicazioni per marketing ed avrà come risultato una ricerca migliore che sarà più utile alla scienza e alla società.

Lorenzo Poli

Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute

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