Guerre e risorse naturali

Al di là delle ripetute dichiarazioni dei capi di Stato riguardo alle cause scatenanti le guerre attuali come difesa della democrazia o come risposta a invasioni o ad atti di terrorismo, dobbiamo riprendere un po’ la riflessione sulle vere motivazioni che spingono i vari attori mondiali a fomentare tensioni regionali o conflitti armati, oppure agire nell’ombra per anni in modo da creare un terreno favorevole per scontri tra ideologie e religioni diverse.

In realtà dietro a ogni guerra esistono motivazioni economiche e di controllo delle risorse per mantenere determinati modelli di vita. Quindi possiamo affermare tranquillamente che esiste uno stretto legame tra risorse naturali e conflitti armati e che sia uno dei fattori chiave dietro molte guerre contemporanee e, probabilmente, future. Tutto è come è stato anche nel passato, anche se sui nostri libri di storia poco spazio hanno queste analisi.

Dietro ogni grande conquista vi è stata spesso la ricerca di ricchezze nascoste, soprattutto nel sottosuolo. Basti pensare che buona parte dei conflitti nel dopoguerra sono stati combattuti per l’accaparramento delle fonti energetiche, come il petrolio (Guerra del Golfo, la guerra in Iraq ecc.).

Anche le attuali tensioni in Siria e nel Mar Cinese Meridionale hanno sempre a che fare con il controllo delle riserve energetiche di gas e petrolio o dei gasdotti nel loro territorio. Senza contare come anche la risorsa «acqua» abbia negli ultimi anni scatenato episodi di violenza per la riduzione della sua disponibilità a causa dei cambiamenti climatici, specie in Asia Centrale.

Ormai è noto che dal 1946 a oggi nel nostro Pianeta si registra il più alto numero di conflitti armati: se ne contano 59, di cui 9 classificati come «guerre», dove si contano più di mille morti l’anno. I conflitti armati più cruenti sono in Ucraina, in Palestina, in Sudan. Andiamo allora ad analizzare alcune delle guerre che stanno insanguinando il mondo, anche lontane da noi e forse poco conosciute, se non per brevi comparse sui nostri giornali o in televisione.

Il Congo e il Ruanda

Ormai da decenni nella Repubblica Democratica del Congo si misurano numerosi gruppi armati causando disastri ambientali, economici, umani inauditi

«La Repubblica Democratica del Congo è stata più volte definita “uno scandalo geologico” a causa dell’abbondanza smisurata di materie prime che possiede sia sul suolo che nel sottosuolo: diamanti, coltan, oro, cobalto, rame, niobio. A questo si aggiungono legnami pregiati, biodiversità, vastità di terre coltivabili. Questa estrema ricchezza suscita da sempre gli appetiti più sfrenati», si legge sull’Atlante delle guerre.

Ma è soprattutto il coltan a scatenare gli appetiti dei paesi occidentali come Stati Uniti, Francia e Belgio indispensabili per l’industria elettronica, informatica e automobilistica. E poi ci sono gli idrocarburi: petrolio e gas naturale presenti in notevoli quantità soprattutto  all’interno del Parco Nazionale dei Virunga, il parco più antico d’Africa, noto soprattutto per gli ultimi gorilla di montagna.

«Tali ricchezze vengono saccheggiate dai seguaci di Nkunda – ma anche dai Mai-Mai – e trasportate in Ruanda, da dove vengono poi esportate in Cina e verso il mondo occidentale sotto forma di prodotti finiti, con un giro di affari di milioni di dollari», si dichiara in una relazione alla Camera dei Deputati italiana, richiamando l’allarme umanitario delle Nazioni Unite il 31 ottobre 2024 in quanto le violenze nei villaggi inducono flussi di persone a scappare in un esodo continuo e producono il terribile fenomeno dei bambini-soldato. Accanto alle motivazioni di carattere economico, si sovrappone il conflitto etnico tra Tutsi e Hutu, nell’ambito del quale ricordiamo l’uccisione di 800.000 Tutsi in Ruanda nel 1994.

Ucraina

Il Presidente Trump, incredibilmente, si è accorto che la guerra in Ucraina è costata molte vite di giovani e quindi, essendo un padre attento e tenero, non regge l’idea della scomparsa di tanti giovani. Per questo vuole mettere fine a questa carneficina. Ma non dimentica l’altra metà del cuore: gli affari sono affari.

Da quando la Cina ha posto dei limiti nelle esportazioni di componenti necessari per i chip, Trump ha messo gli occhi sulle terre rare presenti nel sottosuolo ucraino.

In più dichiarazioni ha fatto sapere a Zelensky che sarebbe interessato a raggiungere un accordo da 500 milioni di dollari per poter accedere alle terre rare e al gas ucraino in cambio del suo sostegno al Paese, perché troppo denaro dei contribuenti americani è stato speso per questa guerra.

Così scopriamo che l’Ucraina nasconde nel sottosuolo ben 20.000 giacimenti che forniscono nel complesso 116 tipi di minerali diversi.

Infatti, l’Ucraina possiede le più grandi riserve di titanio in Europa (il 7% delle riserve mondiali), essenziale per i settori militare, aerospaziale, medico, automobilistico e marittimo.

Ha anche una delle più grandi riserve confermate di litio in Europa (stimate in 500.000 tonnellate), che servono per batterie, ceramiche e vetro. L’Ucraina inoltre è il quinto produttore di gallio al mondo, essenziale per semiconduttori e LED, ed è stato un importante produttore di gas neon, fornendo il 90% del neon altamente purificato per l’industria statunitense dei chip statunitense. Il berillio è poi fondamentale per l’energia nucleare, l’industria aerospaziale, militare, acustica ed elettronica, mentre l’uranio è essenziale per i settori nucleare e militare. Zirconio e apatite sono essenziali per la produzione nucleare e medica.

L’Ucraina detiene riserve significative di metalli non ferrosi come rame (4° in Europa), piombo (5°), zinco (6°) e argento (9°). Le riserve di grafite rappresentano il 20% delle risorse globali.

Come se non bastasse scopriamo che soprattutto nelle zone ora parzialmente controllate dalla Russia si trovano petrolio, gas naturale e carbone. Di fronte a questo bottino immagino sarà facile trovare un accordo tra Trump e Putin per spartirsi amichevolmente le risorse: basterà farle apparire come trattative lunghe, difficili per ottenere l’applauso di tutta la Comunità Internazionale.

Gaza

Avevamo già parlato del progetto di trasformare la Striscia di Gaza nella «Riviera del Medioriente»  (cosa che lascia tutti senza parole), di cui era già apparsa notizia grazie a Francesca Mannocchi. Qui si può vedere il video dell’intervista a Daniella Weiss, l’organizzatrice dei coloni ed ex-sindaca di Kedumim. Il progetto è suo, forse a Trump è piaciuto.

Si legge sulle pagine del quotidiano «Avvenire»:

«La Striscia di Gaza è “seduta” su uno dei più grandi giacimenti di gas naturale del mondo e in grado di soddisfare, se sviluppato, le esigenze energetiche dei Territori palestinesi per diversi decenni».

Il giacimento «Marine», al largo della Striscia, è uno dei più grandi del Mediterraneo orientale. Conteso per anni, ora la licenza di utilizzo è condivisa da un fondo arabo ed Eni. È stato scoperto nel 1999 dalla British Gas e potrebbe trasformare questa terra distrutta in una grande ricca produttrice di energia elettrica, creando molti posti di lavoro. Allora perché lasciarla ai Palestinesi?

Il caso Groenlandia

Ci siamo chiesti perché sempre il Presidente Trump ha lanciato tra gli obiettivi della sua presidenza l’annessione della Groenlandia, che non nascono oggi, ma addirittura nel 1946? Anche se non fa parte dell’Unione Europea, appartiene al Regno di Danimarca.

Oggi fa ancora più gola: parliamo ancora di petrolio, gas e, ovviamente, «terre rare». «L’isola possiede riserve per 43 dei 50 minerali considerati “critici” dal governo americano, con una stima di disponibilità di 42 milioni di tonnellate, circa 120 volte di più di quanto sarà estratto a livello mondiale nel 2023».

Non manca neanche l’uranio. Non solo: con i cambiamenti climatici e il conseguente scioglimento dei ghiacci le rotte artiche diventeranno la naturale arteria tra Asia e Europa, veloce e più breve. Oltre al fatto che, come Trump ha dichiarato, gli servirebbe come prima linea di difesa in caso di attacco russo.

Appare fin troppo evidente come la conflittualità politica internazionale sia, innanzitutto, di natura economica e che, dunque, il commercio globale sia il campo dove la competizione si manifesta in modi diversificati. In questa epoca di «guerra ibrida» assistiamo dunque alla militarizzazione degli strumenti economici e commerciali. La guerra, dunque, oltre a essere militare, è commerciale.

Rita Vittori

13/2/2025 https://serenoregis.org/

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