Gli orrori di oggi hanno un perchè. Dalla Loggia massonica P2 al governo Meloni
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Editoriale di Italo Di Sabato Osservatorio repressione
La fine della prima repubblica pone fine al primato della politica. E dunque ridimensiona fortemente la portata della democrazia. Il potere si trasferisce. In particolare nelle mani dei potentati economici, che dettano le scelte di fondo.
La loggia massonica P2
Il 17 marzo 1981, a Castiglion Fibocchi, comune in provincia di Arezzo, negli uffici dell’allora sessantaduenne Licio Gelli, imprenditore con un passato da ex volontario franchista nella guerra di Spagna e quindi repubblichino di Salò, uomo legato all’Internazionale nera e ai regimi militari sudamericani, vengono scoperti dalla magistratura di Milano gli elenchi della loggia massonica segreta P2. Si tratta di 962 nomi che disegnano la geografia di un potere occulto incistato nel cuore delle istituzioni. Un network di potere che ha come suo programma di piegare, fino a modificarne forma e sostanza, l’architettura repubblicana figlia della resistenza antifascista e che tiene insieme uomini di vertice degli apparati di sicurezza, della classe politica, dell’establishment finanziario e dell’informazione, della magistratura e dell’avvocatura.
Tra questi spiccano tre i ministri in carica: il socialista Enrico Manca (commercio estero), i democristiani Franco Foschi (lavoro) e Adolfo Sarti (giustizia). E il segretario nazionale del Psdi Pietro Longo.
44 i parlamentari: 19 della Dc, 9 del Psi, 6 del Psdi, 3 del Pri, 4 del Msi, 3 del Pli. Ci sono tutti i vertici dei servizi segreti e alti magistrati. Impressionante il numero di ufficiali delle forze armate: 12 generali dei Carabinieri, 5 della Guardia di Finanza, 22 dell’Esercito, 4 dell’Aeronautica, 8 ammiragli. E poi prefetti, questori, poliziotti, banchieri, imprenditori, dirigenti di aziende pubbliche, giornalisti e dirigenti della Rai, professori universitari. Ci sono inoltre alcuni sanguinari protagonisti delle dittature militari sudamericane, come gli argentini José López Rega e Emilio Eduardo Massera. (1)
La lista dei 962 “fratelli” sarà resa pubblica dal presidente del consiglio Arnaldo Forlani solo il 21 maggio 1981. Lo scandalo provoca la caduta del governo: il 26 maggio Forlani si dimette. Il 28 giugno nasce, per volontà del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, il primo governo guidato da un non democristiano: Giovanni Spadolini (Pri). Il 24 luglio il governo propone al Parlamento una legge che impone lo scioglimento della loggia P2, in quanto la sua segretezza viola l’articolo 18 della Costituzione. Il 23 settembre viene approvata la legge n.527 che istituisce la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, presieduta dall’onorevole Tina Anselmi (Dc).
La Commissione Anselmi appurerà, tra l’altro, l’autenticità (e l’incompletezza) delle liste sequestrate a Castiglion Fibocchi. Concluderà i suoi lavori l’11 luglio 1983. Il 12 luglio 1984 l’on. Anselmi consegnerà ai Presidenti di Camera e Senato la relazione finale approvata dalla Commissione. Il giorno successivo Pietro Longo (che nonostante lo scandalo P2, non solo era ancora segretario del Psdi, ma era stato nominato ministro del bilancio nel primo governo Craxi) rassegna le dimissioni. La risoluzione firmata dai deputati Anselmi, Rognoni, Napolitano, Formica, Rizzo e Battaglia – a nome di Dc, Pci, Psi, Pri e Sinistra Indipendente – sarà approvata a larghissima maggioranza, in un’aula di Montecitorio semideserta, il 6 marzo 1986. (2)
La relazione evidenziava le caratteristiche illegali ed eversive della Loggia segreta; esprimeva la “ragionata convinzione, condivisa peraltro da organi giudiziari, che la Loggia P2 attraverso il suo capo o suoi esponenti (…) si collega più volte con gruppi o organizzazioni eversive incitandoli e favorendoli nei loro propositi criminosi”; stabiliva che la P2 aveva attuato “una ragionata e massiccia infiltrazione dei centri decisionali di maggior rilievo sia civili che militari e una costante pressione sulle forze politiche”, e che aveva perseguito un piano politico finalizzato a colpire “con indiscriminata e perversa efficacia, non parti del sistema, ma il sistema stesso nella sua più intima ragione di esistere: la sovranità dei cittadini, ultima e definitiva sede del potere che governa la Repubblica“. (3)
È lo scandalo più grave della storia della Repubblica, destinato a segnarne il corso. Non fosse altro perché a quelle della loggia P2 s’intrecciano, in quel decisivo passaggio della storia del nostro Paese, mille vicende oscure: dalla stagione delle stragi di Stato.
Licio Gelli, dopo alcuni periodi di detenzione in Svizzera e in Francia, ha continuato per oltre trent’anni a vivere a Villa Wanda, la sua residenza in provincia di Arezzo, dove è morto il 15 dicembre del 2015. La sua storia e quella della P2, dei suoi 962 iscritti, hanno continuato a pesare nella vita pubblica del Paese, consegnandoci un’eredità tossica.
La storia della nostra Repubblica è anche la storia di un connubio spaventoso fra politica e criminalità che, ha visto la saldatura fra apparati dello Stato, servizi segreti, logge massoniche, stragismo neofascista, finanza corrotta, mafia, dove ministri, terroristi, giudici, agenti segreti, generali, giornalisti, potenze straniere hanno tramato contro le istituzioni democratiche e la Costituzione.
Dal 1969 al 1992 l’Italia ha subito sette stragi terroristiche (Piazza Fontana a Milano, Gioia Tauro, Questura di Milano, piazza della Loggia a Brescia, treno Italicus, stazione di Bologna), stragi di mafia, tre tentativi di colpo di Stato (1964, 1970, 1974); dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni ’80 l’azione della P2 è centrale in quella strategia della guerra a bassa intensità, ben sintetizzata nella espressione “destabilizzare per stabilizzare”, una “guerra non ortodossa” combattuta dall’Occidente contro il comunismo, in cui si passa da veri e propri piani golpisti, dalla collusione con la destra eversiva e dal terrorismo delle stragi all’occupazione a tutti i livelli delle istituzioni. Tra eversione, criminalità e corruzione nessun altro paese in Europa o nel cosiddetto primo mondo è stato attraversato da una simile esperienza, che ha visto un vero e proprio corpo a corpo all’interno delle istituzioni stesse, fra stragi, depistaggi, coperture istituzionali e ricerca di verità e giustizia da parte di magistrati, servitori dello Stato e società civile.
La Stagione di Mani Pulite: La sovversione dall’alto
Quando, nel dicembre del 1792, iniziò a Parigi il processo contro Luigi XVI, tutti capirono che si chiudeva la fase iniziale della Rivoluzione scoppiata nell’89. Quando invece, due secoli dopo – fatte naturalmente le debite proporzioni – iniziarono a Milano i processi della cosiddetta tangentopoli, pochi compresero che si apriva il capitolo di un libro nuovo, scritto anche qui tre anni prima, con la caduta del muro di Berlino.
Tra il 1992 e il 1994 il sistema politico, partitico e parlamentare è crollato sotto i colpi inferti dall’inchiesta giudiziaria chiamata tangentopoli.
Caduto il muro di Berlino, finita l’epoca di Yalta, la strategia capitalistica si è posta il problema della distruzione di ogni compromesso sociale fra capitale e lavoro. Per raggiungere questo obiettivo è stato necessario gettare le basi per avere uno stato forte, un parlamento che non fosse più il luogo sul quale si riflettono gli antagonismi presenti nella società, un governo capace di gestire l’emergenza permanente. I partiti al governo nella I^ Repubblica sono affondati non perché se ne scoprisse di colpo la propria immoralità, ma perché erano diventati inutili e non più capaci di rappresentare interessi di centri di potere economici e finanziari.
Per realizzare questa “sovversione dall’alto” tre forze vennero mobilitate:
- la fazione politica e confindustriale che hanno accettato le regole imposte dalla globalizzazione neoliberista che ha prodotto con forte ritmo le misure di riordino economico, giocando implacabilmente su svalutazione e inflazione, sulla riduzione del salario reale e lo smantellamento del welfare, le privatizzazioni e le politiche repressive al fine di risolvere l’urgenza;
- la magistratura come task force degli interessi della globalizzazione liberista. Certo i magistrati con la loro azione sembravano attaccare non semplicemente i corrotti, ma le stesse forme del funzionamento corrotto della democrazia parlamentare. Perciò essi sono stati appoggiati entusiasticamente dalla gente.
- l’asse Segni-Occhetto sui referendum elettorali. Si è trattato di una emanazione diretta della Confindustria, il prodotto del trasformismo politico degli strati di “notabilato” della vecchia struttura politica con un sostanziale accordo con le nuove correnti del populismo, in primis la lega. Il fine dei “referendari” è stato quello di garantire, nel nuovo ordine costituzionale della II^ Repubblica, il predominio della finanza attraverso la trasformazione del parlamento in organo di notabili (maggioritario) e l’efficacia conservativa del governo.
A tutto questo bisogna aggiungere il ruolo determinante che ha avuto la grande stampa e i media.
Bisogna prendere atto del fatto che in Italia più che negli altri paesi dell’occidente il “sistema”, cioè l’insieme dei giornali, delle tv, degli opinionisti ha sparso in questi anni una cultura fortemente giustizionalista, razzista, esasperatamente competitiva e di sopraffazione. Ha fatto in modo che si affermasse il principio che il più ricco, il più forte, il più dotato, il più armato, il più furbo ha sempre ragione.
25mila persone indagate, meno di 2.000 condannate, 4.000 arresti e il sistema dei partiti raso al suolo. “Mani pulite” fu una grandiosa operazione politica.
L’obiettivo era “purificare”. Il risultato fu la demolizione della prima Repubblica, quella di De Gasperi, Togliatti, Nenni ed Einaudi.
Capite bene che 25 mila indagati è un numero enorme.
Un pezzo gigantesco del ceto politico fu messo alla sbarra. E nel clima che si era creato, soprattutto per la partecipazione attiva della stampa e della televisione alle indagini, si era realizzata una situazione nella quale chiunque ricevesse un avviso di garanzia era costretto a dimettersi e a lasciare la politica.
Naturalmente questo meccanismo da Santa Inquisizione non poteva funzionare se la magistratura non fosse stata sola a guidare l’operazione, con lei si era schierata praticamente tutta la stampa italiana. Quella di destra, quella di sinistra, quella di centro, quella politica e quella scandalistica. Guidata dai giornali della Fiat, dal Corriere della Sera, ma anche dai giornali più vicini al Pds come la Repubblica. La magistratura in un primo tempo aveva spaventato anche gli editori dei giornali, perché aveva colpito duro i vertici della Fiat e aveva persino, per qualche ora, messo in arresto De Benedetti. Ma l’imprenditoria si arrese quasi subito e accettò di collaborare con la magistratura e di mettere a disposizione i propri giornali, in cambio dell’impunità. Così fu. È ancora così.
La I^ Repubblica disintegrata dai colpi inferti dalla magistratura avveniva in un particolare contesto storico; con il crollo del “socialismo reale”, terminava l’epoca del dominio bipolare Usa-Urss e il potere finanziario poteva finalmente liberarsi del vecchio assetto costituzionale. C’era la necessità, da parte del capitale in via di completa globalizzazione, di avere uno stato (dalla mano) meno “pesante” dal punto di vista fiscale, burocratico e tangentizio. Il costo della corruzione (il “keynesismo clientelare” dello stato democristiano) era troppo elevato, e con una spesa pubblica elevata che non permetteva l’entrata in Europa.
La crescita elettorale di forze politiche come la Lega Nord era una chiara domanda di “sovversione dall’alto” da parte delle nuove imprese del nord, quelle basate sul lavoro flessibile e l’export internazionale, ormai stanche di lacci e lacciuoli. Un capitalismo d’assalto interessato a sguinzagliare i procuratori lasciando che magistratura e potere politico arrivino allo scontro, per imporre il ricambio di classe dirigente a colpi di imputazioni e custodia cautelare. La sovversione dall’alto avviene facendo leva sui contrasti interni allo “stato autoritario di diritto” costruito con la legislazione di emergenza negli anni dei governi di unità nazionale. Nel frattempo, si introduce il sistema elettorale maggioritario ricorrendo a meccanismi plebiscitari spacciati per “democrazia diretta” (il “referendum Segni-Occhetto” etc.), e il nuovo nemico pubblico diventa “l’inquisito”, il politico corrotto. I potenti che fino a qualche mese prima avevano non solo governato, ma combattuto e sconfitto, con la complicità della magistratura, a colpi di carcere e repressione qualsiasi opposizione sociale, divenivano i nuovi nemici pubblici. Il ciò produce un ipermedializzata, collettiva richiesta di crucifige. La magistratura inquirente ne è inebriata, la “consonanza con la società civile” la porterà ben oltre il suo “mandato speciale”, i media trasformano i magistrati in eroi-giustizieri popolari, immacolati e impavidi.
Prima del periodo di “Mani Pulite”, la magistratura nella sua maggioranza è stata schierata a difesa dei privilegi e dei privilegiati, fungendo da apparato di repressione nei confronti dei movimenti sociali e antagonisti e disvelando, nei momenti cruciali dei primi decenni della storia repubblicana, la reale natura di uno Stato che, con i mezzi più diversi, ha represso, spesso brutalmente, il movimento operaio e contadino e tutti coloro che si battevano per un’effettiva applicazione dei principi costituzionali.
Le inchieste a carico dei “potenti”, fino al 1992, sono state rarissime e quasi sempre bloccate dalle gerarchie giudiziarie in aperta collusione con chi governava il paese. Con l’inchiesta “Mani Pulite”, la situazione si è indubbiamente modificata e si è ripristinato il valore della giurisdizione, indipendentemente da chi era coinvolto. Ma in quegli anni vi sono state inopportune, e controproducenti, incursioni della magistratura nella politica; un uso strumentale della custodia cautelare; palesi violazioni delle regole processuali. Un dato certamente negativo, di cui è responsabile anche chi ha ritenuto di delegare ai magistrati compiti di cambiamento sociale e di moralizzazione della politica e chi non si è opposto, anche solo con critiche costruttive, agli eccessi e agli “straripamenti” del potere giudiziario.
Mani Pulite è stata una stagione che ha visto il rilancio dell’azione penale come strumento di lotta politica e regolazione sociale e l’arresto come il più efficace dei mezzi istruttori, una stagione che emarginò con violenza quanti pensavano che il processo penale era soltanto l’accertamento di un reato e non uno strumento di lotta a fenomeni sempre più o meno “emergenziali” E qui che la sinistra ha abbandonato lo Stato sociale in favore dello Stato penale ed è iniziata l’antipolitica. Lì è iniziata la svolta a destra nel nostro paese.
Troppi a sinistra, sono stati “indulgenti” e hanno taciuto di fronte all’uso strumentale della custodia cautelare o all’utilizzo acritico delle dichiarazioni dei cosiddetti “collaboratori di giustizia” mentre sarebbe stato doveroso, a salvaguardia dello Stato di diritto, esprimere una critica decisa, costruttiva e non delegittimante. Tutto sommato, anche per una parte di sinistra (Pci/Pds), colpire politicamente i “potenti” – cosi come i movimenti antagonisti nel decennio precedente – era un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, anche attraverso lo strumento giudiziario e limitando le garanzie previste dal codice. Ciò ha consentito alla destra, una volta al governo, di porre una vera e propria campagna di delegittimazione della magistratura e tentare di subordinarla all’esecutivo.
Se uno prova a fare un bilancio storico politico e sociale della prima repubblica e lo mette a confronto con un bilancio della seconda repubblica (quella nata sulla spinta dell’inchiesta “mani pulite”) si mette a ridere. La fine della prima repubblica pone fine al primato della politica. E dunque ridimensiona fortemente la portata della democrazia. Il potere si trasferisce. In particolare nelle mani dei potentati economici, che dettano le scelte di fondo. In parte nelle mani della magistratura, che da quel momento diventa largamente in grado di controllare il ceto politico e di determinarne la selezione e anche le scelte.
Lo tsunami giudiziario, che ha investito il sistema politico-istituzionale nel corso della prima metà degli anni novanta, non ha lavato la politica e ancora meno moralizzato la cosa pubblica. In realtà, travolgendo le figure tradizionali della mediazione istituzionale fuoriuscite dal dopoguerra, ha semplificato le linee di comando, ridotto le zone intermedie, portando a compimento l’instaurazione del meccanismo maggioritario, favorendo così l’accesso diretto alla politica dei nuovi quadri direttamente espressi dal mercato e dalla società commerciale. La rivoluzione conservatrice avviata negli anni ottanta ha raggiunto tutti i suoi obiettivi e il partito impresa ha trovato la strada spianata verso la sua ascesa al governo. A questo risultato hanno contribuito l’ideologia della repressione emancipatrice, il mito dell’azione penale, la teoria dell’interferenza, divenuta patrimonio di larghi settori della magistratura spalleggiati dalla piazza. Alla fine però Mani pulite si è rivelata solo una sorta di Termidoro senza presa della Bastiglia. Liquidazione per via giudiziaria di un ceto politico la cui attività regolatrice costituiva oramai un intralcio troppo costoso rispetto ai nuovi parametri della competitività internazionale.
Così il giudiziario, da strumento di tutela reciproca tra classi dominanti, si è trasformato per un certo periodo in luogo di conflitto anche tra élites, ricorrendo a pratiche tradizionalmente riservate alle sole classi pericolose o ai nemici interni. L’oppio giudiziario ha contaminato buona parte delle culture presenti nella sinistra, mutando profondamente l’universo simbolico dei movimenti, i vari repertori che giustificavano l’azione collettiva.
Certo, tutto ciò è sembrato essere una diretta conseguenza della crisi delle grandi narrazioni che descrivevano cammini di liberazione. L’ambizioso progetto, che un tempo animava i propositi di cambiare il mondo, è reclinato verso la modesta pretesa di giudicarlo. Alla costruzione d’ideali carichi di prospettive e speranze, si è opposto il culto della vendetta e la furiosa libidine del processo. L’ideologia giudiziaria è apparsa come una risposta al disincanto di un mondo ormai percepito come decaduto e corrotto. La politica ha mutato attori, tecniche. Cacciata dai posti di lavoro, emarginata dalle piazze, sottratta agli stessi emicicli, è passata poi nelle procure, mentre chi un tempo occupava le strade ha cominciato a sedersi sui banchi della parte civile. Il ricorso sfrenato alle scorciatoie processuali ha cristallizzato umori forcaioli e reazionari. L’abbassamento generale del livello di garanzie giuridiche ha portato unicamente pregiudizio alle classi più deboli che da sempre hanno minori mezzi e strumenti di difesa, riempiendo le carceri e contribuendo ad edificare una legislazione sempre più minacciosa.
Il risultato è stato il lungo ventennio Berlusconiano.
“Mani pulite fu un complotto”? No, io non lo credo. Però “mani pulite” riuscì perché perseguì un disegno politico. Quello di “purificare” la società italiana e abolire i partiti. Il pool di Milano credeva sinceramente e con passione che le due cose coincidessero. La seconda parte di questo disegno è perfettamente riuscita. La prima no. E da quel momento la magistratura si convinse che il proprio compito non fosse quello di giudicare i colpevoli e gli innocenti, come dice la Costituzione, ma quello di assumere un ruolo di Guida Etica della società e dello Stato. E di garante della moralità.
NOTE
1- Massimiliano Lanza, Storia della P2. Ascesa e declino della loggia massonica che ha travolto la storia italiana – Area 51 Publishing, 2019
2- Anna Vinci, La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi – Chiarelettere 2018
3-https://inchieste.camera.it/p2/documenti.html?leg=09&legLabel=IX%20legislatura
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